Le idee

Ci fa un bel regalo, Giuseppe Savagnone, con il suo ultimo libro, I cattolici e la politica. Sette nodi da sciogliere, che non sarebbe male tenere nella sacca estiva e, soprattutto, leggere con una operazione (leggere un libro) di per sé ormai quasi stravagante, in particolare – spero di sbagliarmi – fra chi è impegnato proprio nella politica e nelle istituzioni.

Comincia con una domanda («I cattolici sono destinati, in Italia, come già da tempo in altri Paesi europei, a una sostanziale irrilevanza politica?») e termina con una citazione sturziana che, forse, è uno fra gli elementi della risposta («Mi dedicai esclusivamente alla politica. Ne vidi i pericoli e piansi. Accettavo la nuova carica di capo del partito popolare con l’amarezza nel cuore, ma come un apostolato, come un sacrificio»). Nel mezzo una riflessione su alcuni «nodi culturali» che si frappongono fra il patrimonio potenziale di noi cattolici e la sua traduzione in effettive scelte operative.

Il viaggio di Savagnone, appoggiandosi anche a un inciso di Enzo Bianchi dal Risveglio dei cattolici nell’Italia malata, parte con una necessità: un atto penitenziale su cui «il mondo cattolico» dovrebbe esercitarsi per quelle che sono le sue responsabilità («Noi cattolici c’eravamo. Se non altro con le nostre omissioni e i nostri silenzi») in questi ultimi decenni di vita pubblica in un Paese, appunto, malato. E non se ne abbiano a male gli uomini di Chiesa, ma la responsabilità nel fallimento della cosiddetta «seconda Repubblica», il prof. non la limita soltanto ai laici più direttamente impegnati nella sfera politica.

Ma, soprattutto, si rindaga sullo spazio per il «ritorno» dei cattolici, su quel «bisogna fare qualcosa» per cui in molti siamo sospesi fra l’essere intrigati e l’essere impauriti, l’essere incerti e l’essere pronti.

Non piace, a Savagnone, e non piace a tantissimi di noi, l’ideologia della cosiddetta «fine delle ideologie» che poi è quella in cui siamo tutti immersi in un contesto dov’è l’individualismo ad aver stravinto avendo ucciso il bene comune. Un’ideologia, una cultura, a cui una sinistra-zapaterista non è in grado di replicare. Notevole – ad esempio nella Toscana che «sposa» le coppie omosex – la notazione sulla difficoltà, in uno Stato spogliato da ogni punto di vista morale rispetto alle opzioni individuali su vita/morte/famiglia, a porre vincoli morali davanti a frontiere come la giustizia sociale o la dignità dei lavoratori. Se in nome di un’assoluta autonomia degli individui per anni si è gridato «l’utero è mio e ne faccio ciò che voglio», con che diritto si potrebbe poi censurare l’uso che altri fa di altre parti del corpo di cui è altrettanto padrone? La domanda è del professore siciliano, ma non solo sua.

Poche speranze, per Savagnone, anche dalla destra che abbiamo conosciuto negli ultimi anni («Come rivendicare la dimensione etica dell’ordinamento giuridico quando, nel nome di un calcolo utilitaristico, si varano leggi che premiano i disonesti? E in nome di quali valori denunziare il relativismo della sinistra se si teorizza la sospensione del giudizio su comportamenti scandalosi di personaggi che, per il loro ruolo pubblico, hanno il ruolo di modelli per tutta la società, soprattutto per i giovani?»).

Da qui, da questo deserto, la sfida di rifare ciò che seppe fare la vecchia Dc nell’immediato dopoguerra: applicare la dottrina sociale cristiana ai problemi concreti della società per dar vita a uno («o più», nota con apparente indifferenza Savagnone) programmi politici concreti.

Da qui il discorso dei «nodi» che l’autore indica, biblicamente, in 7 con una opportuna citazione dallaGaudium et Spes («Nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa») vista la scivolosità del terreno: alzi la mano chi, a partire dalla parrocchia, non si è trovato e non si trova in difficoltà a far riflettere sulla comune Appartenenza quando il discorso scivola sulle singole, talvolta assai distanti, appartenenze politiche…

Il senso della politica in rapporto al mondo cattolico e il problema dell’identità cristiana sono i primi due nodi. Il terzo e il quarto riguardano la nostra identità «italiana» e il tema dei valori non negoziabili. Si affrontano poi il bene comune e i laici nella scena politica. Per concludere con le possibili strategie offerte oggi ai cattolici italiani «per tornare a essere protagonisti nella vita politica».

Un libro che fa bene leggere da soli, magari in giorni di sosta. Ma soprattutto un libro che meriterebbe di essere meditato insieme: a partire dal livello parrocchiale (finiamola una volta buona con il timore che ragionare di politica porti solo a dividerci !) e da quello dei circoli (recuperiamo una migliore attenzione a questi temi. Per la serie: una slot in meno e un libro in più!).

Per arrivare, nella Toscana cattolica verso la sua prima Settimana Sociale, a noi cattolici che abitiamo una regione dalle evidenti caratteristiche di grande trasformazione.

Il numero di «Toscana Oggi» del 24 giugno 2012 dedicava largo spazio all’argomento dell’omosessualità e delle coppie di fatto eterosessuali, con alcuni articoli del giornale e diverse lettere al Direttore, queste ultime critiche nei riguardi della posizione ufficiale della Chiesa sull’argomento.
Ci sembra che gli articoli del Settimanale diocesano non facciano che ripetere sull’omosessualità le norme ecclesiastiche di sempre, senza approfondire l’argomento che negli ultimi anni si è notevolmente sviluppato e chiarito e che ha ancora bisogno di ricerca.

Il nostro intervento vuole dare testimonianza della diversità di posizioni che ci sono oggi di fronte a questo tema, nella riflessione laica e anche nelle Chiese. Noi, e insieme a noi anche teologi, vescovi e laici cristiani, non ci riconosciamo in quell’analisi che traspare dagli articoli di «Toscana Oggi».

Quello che ha portato ad un cambiamento radicale nella comprensione dell’omosessualità è stato un tragitto importante. Nel passato l’omosessualità era considerata un «vizio» praticato da persone «etero» in cerca di piaceri alternativi, e come tale condannata. Ma allora si parlava di «comportamenti omosessuali»; soltanto nel secolo scorso si è cominciato a parlare di «condizione omosessuale» e non solo di «atti», inducendo alcuni ad ipotizzare che l’omosessualità fosse da considerare non un vizio ma una «malattia».

In questi ultimi anni è maturato un modo di comprendere l’omosessualità radicalmente diverso, che ormai, con varie sfaccettature, è accettato da quasi tutti. Si parla dell’omosessualità come di un elemento pervasivo della persona che la caratterizza nella sua profonda identità e le fa vivere la sessualità in modo «altro».
È importante che la Chiesa riconosca positivamente il cammino della scienza nella conoscenza dell’uomo e non dichiari verità assolute quelle che poi dovrà riconoscere errate, come è accaduto in passato. Questi fatti ci inducono a vedere l’omosessualità in un orizzonte nuovo e ad affrontarla con uno sguardo morale diverso. Su questo tema la Bibbia non dice né poteva dire nulla, semplicemente perché non lo conosceva, così come non dice nulla sull’ecologia e sull’uso della bomba atomica. Comunque nella cultura biblica, come in tutta l’antichità, è totalmente assente l’idea di «persona omosessuale», si parla solo di «comportamenti» e non di «condizione omosessuale», ed è chiaro che vengono condannati non solo perché infecondi, ma anche in quanto legati alla violenza o alla prostituzione sacra.

A questo riguardo sono opportune alcune precisazioni sulla Sacra Scrittura spesso citata per stigmatizzare il rapporto omosessuale. Nel Nuovo Testamento solo Paolo chiama «contro natura» il rapporto omosessuale (Romani 1, 26-27) ma bisogna tener presente che egli si riferisce, più che all’aspetto fisico, al fatto che l’omosessualità minava l’ordine sociale di allora, quando era la donna, per natura, a dover essere «sottomessa» all’uomo. Fra l’altro è cambiata anche la nostra comprensione del concetto di «natura»: l’idea di «natura» come realtà già conclusa non corrisponde più al modo di sentire odierno.

Ormai è anche abbastanza chiaro che quegli episodi dell’Antico Testamento su cui ancora si basa la condanna dell’omosessualità hanno un altro significato: negli episodi di Sodoma (Genesi 19) e di quello simile di Gabaa (Giudici 19) il crimine non sta tanto nell’omosessualità, quanto nella violenza e nella volontà di umiliare e rifiutare lo straniero.

Nell’Antico Testamento invece ci sono segnali molto importanti e molto belli, non esplicitamente riferiti all’omosessualità, ma piuttosto al cammino di maturazione che il popolo ebraico compie rispetto all’emarginazione di gruppi e di persone. La Bibbia ci offre così una cornice più larga in cui porre anche questo aspetto della vita.

Dio «sceglie» il popolo ebraico perché sia segno, in mezzo agli altri popoli, della sua volontà di giustizia che vuole salve tutte le creature. Poi Israele, con l’illusione di essere sempre più all’altezza della missione che Dio gli ha dato, al suo interno opera altre «scelte» emarginando gruppi considerati «impuri». Nel Deuteronomio, per esempio, (23, 2-9) si elencano le categorie escluse dall’Assemblea del culto: gli eunuchi, i bastardi e i forestieri. Ma il cammino verso i tempi messianici è un cammino verso l’inclusione, perché i tempi messianici sono per tutti, come si legge nel Terzo Isaia (56,1.3-5): Osservate il diritto e praticate la giustizia..... Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: «Certo mi escluderà il Signore dal suo popolo!». Non dica l’eunuco: «Non sono che un albero secco!». Perché così dice il Signore: «Agli eunuchi, che osservano i miei sabati, si comportano come piace a me e restan fermi nella mia alleanza, io darò un posto nel mio Tempio per il loro nome. Questo sarà meglio che avere figli e figlie perché io renderò eterno il loro nome. Nulla potrà cancellarlo».

Questo capovolgimento di Isaia è una pietra miliare! Non ha alcun valore davanti a Dio lo stato oggettivo di natura o di cultura in cui uno si trova: uomo, donna, omosessuale, eterosessuale, bastardo, straniero, genio o di modesta intelligenza; ciò che conta è osservare il diritto e praticare la giustizia, ciò che conta è amare il Signore e i fratelli.

Non vogliamo dire che Isaia in questo passo alludesse agli omosessuali, non poteva per i motivi che abbiamo detto prima. Ma noi non dovremmo vedere l’omosessualità in questa luce? Compito della Chiesa è allargare le braccia, includere e non emarginare, amare le persone piuttosto che salvare i principî. Ha detto il Maestro: «Il Sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il Sabato». (Marco 2,27)

Di questo cambiamento hanno preso atto anche i Capi della Chiesa cattolica che più volte hanno dichiarato di non condannare gli omosessuali ma l’omosessualità, e questo per loro è un passo in avanti. In realtà non se ne capisce il significato! Sarebbe, come dire ad uno zoppo: «Non abbiamo nulla contro il tuo “essere zoppo”, basta che tu cammini diritto o che tu stia a sedere!».

A proposito dell’essere sterili o fecondi, Gesù ha detto che è il cuore che deve essere fecondo e Paolo dirà che si entra nel popolo di Dio per fede, non per diritto ereditario. Ma allora chi può onestamente definirsi fecondo? Chi può farsi giudice della fecondità altrui o della propria? La sterilità ci può colpire tutti.

Questo modo di accogliere profondamente la vita di ogni essere umano lo abbiamo imparato dalla Chiesa! Per i discepoli di Gesù non si tratta tanto di difendere principî, di custodirli rigorosamente come gli angeli con la spada di fuoco davanti all’albero della vita, ma di «scrutare» la vita delle donne e degli uomini del nostro tempo, per farla progredire verso la pienezza. Si tratta di esser fedeli non ad un Dio noto e posseduto, ma ad un Dio «che viene». Ha detto Gesù: «Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete valutarlo?» (Luca 12, 56)

A noi sembra che proprio dalla Chiesa dovrebbe arrivare un riconoscimento del modo nuovo di comprendere l’omosessualità, con un segno di accoglienza e di profondo rispetto per i sentimenti di amore di chi vive personalmente questa condizione. Due persone che si amano non sono un attentato alla società né il tradimento del Vangelo. Gli scandali vanno cercati altrove!

Rifacendosi da una parte a queste fonti bibliche e dall’altra all’esperienza umana che viviamo ogni giorno con queste persone, sentiamo evangelico e naturale accogliere in pienezza di comunione queste differenti forme di amore. Le sentiamo parte integrante del nostro cammino di comunità di fede e di vita, e con loro, così come con tutti gli altri, partecipiamo insieme alla Comunione sacramentale e comunitaria.

Il Libro della Sapienza (11, 24-26) ci offre un tratto stupendo del Creatore, che dovrebbe essere «luce sul nostro cammino»: «Tu, Signore, ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita».

Suor Stefania Baldini
don Fabio Masi
don Alessandro Santoro
don Giacomo Stinghi

 

Prima la risposta a una lettera (Matrimonio e unioni omosessuali), poi un editoriale («Matrimoni» tra coppie gay, lo strappo dell’assessore) e un primo piano (Matrimoni GAY,  perché diciamo «NO») dedicati alla questione dei «matrimoni gay» hanno suscitato un vivace dibattito tra i nostri lettori, che ora approda a questa «lettera aperta» indirizzata all’Arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, e al nostro giornale con il rilievo di «ripetere sull’omosessualità le norme ecclesiastiche di sempre, senza approfondire l’argomento che negli ultimi anni si è notevolmente sviluppato e chiarito e che ha ancora bisogno di ricerca».

 In merito alle sollecitazioni della lettera, la Chiesa fiorentina conferma quanto ha sempre caratterizzato il suo cammino: per le questioni dottrinali, morali e disciplinari intende fare riferimento imprescindibilmente e senza esitazioni al magistero della Chiesa universale così come espresso oggi nel Catechismo della Chiesa cattolica (di cui a parte riportiamo gli articoli in materia). L’attenzione della Chiesa all’uomo non viene mai meno e rimane la priorità della sua missione. Questo non elimina il fatto che per accedere ai sacramenti siano necessarie delle condizioni inderogabili qualsiasi sia la propria condizione di vita.

 Ci sarebbe infine da chiedersi perché una lettera esplicitamente indirizzata al nostro settimanale, oltre che al cardinale Betori, debba essere data anche a «La Repubblica» che, essendo quotidiano, finisce per uscire una settimana prima di noi, con proprie valutazioni, ma senza la nostra. Non ci sembra corretto, anche perché avevamo garantito che la lettera sarebbe stata pubblicata sul primo numero raggiungibile, ovvero questo.

A.F.

Cosa dice il «Catechismo»

2357
L'omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso.
Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture.
La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile.
Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni (Cf Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10) la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana, 8: AAS 68 (1976) 85).
Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita.
Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

2358
Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

2359
Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.