Basta genoci di massa in nome di allah

Il Papa e la Santa SedeIl Papa a Ban Ki-moon: fare tutto il possibile per fermare violenze in Iraq

Quanto sta avvenendo lungo il nord l’Iraq, con le violenze anticristiane e contro altre minoranze religiose, è una “sofferenza intollerabile” che non può non indurre le coscienze di tutti a proteggere e sostenere chi è vittima di queste violenze. È il senso dell’accorato messaggio che Papa Francesco ha inviato al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, chiedendo che le Nazioni Unite facciano ogni sforzo per garantire pace e diritti umanitari. Il servizio di Alessandro De Carolis:

La galleria degli orrori che arriva dal nord dell’Iraq corre ogni giorno sul web, con i social network che grondano letteralmente sangue e dove si condivide, con pena oppure con odio, ogni sorta di ferocia fermata dall’obiettivo di una macchina fotografica. Di fronte tutto questo, il cuore di Francesco è “carico e angosciato”: scrive proprio così il Papa a Ban Ki-moon, dicendosi “commosso” dalla situazione dei cristiani e delle altre minoranze religiose “costretti a fuggire dalle loro case e assistere alla distruzione dei loro luoghi di culto e del patrimonio religioso”.

Nel sottolineare la sua decisione di inviare in Iraq, come suo rappresentante personale, il cardinale Fernando Filoni, per portare sollievo alla “sofferenza intollerabile” di coloro che, afferma, “desiderano solo vivere in pace, armonia e libertà nella terra dei loro antenati”, Papa Francesco si rivolge al segretario generale dell’Onu mettendo “davanti a lei – scrive – le lacrime, le sofferenze e le grida accorate di disperazione dei Cristiani e di altre minoranze religiose dell’amata terra dell'Iraq”.

L’appello, rivolto a una voce con i “Patriarchi Orientali” e gli “altri leader religiosi”, e indirizzato di nuovo alla comunità internazionale è – chiede il Papa – per un intervento che ponga “fine alla tragedia umanitaria in corso”. E in particolare alle Nazioni Unite perché garantiscano “la sicurezza, la pace, il diritto umanitario e l'assistenza ai rifugiati”, in conformità, precisa il Papa, “con il Preambolo e gli Articoli pertinenti della Carta delle Nazioni Unite”.

Del resto, osserva, “gli attacchi violenti che stanno dilagando lungo il nord dell'Iraq non possono non risvegliare le coscienze di tutti gli uomini e le donne di buona volontà ad azioni concrete di solidarietà, per proteggere quanti sono colpiti o minacciati dalla violenza e per assicurare l'assistenza necessaria e urgente alle tante persone sfollate, come anche il loro ritorno sicuro alle loro città e alle loro case”.

In gioco, come insegnano “le tragiche esperienze del ventesimo secolo, c’è “la più elementare comprensione della dignità umana”, e ciò – asserisce Papa Francesco – “costringe la comunità internazionale, in particolare attraverso le norme ed i meccanismi del diritto internazionale, a fare tutto ciò che le è possibile per fermare e prevenire ulteriori violenze sistematiche contro le minoranze etniche e religiose”.
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Mons. Tomasi: Iraq non sia nuovo Rwanda, agire con decisione

Per un commento sulla lettera del Papa a Ban Ki-moon, ascoltiamo mons. Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Ufficio Onu di Ginevra. L’intervista è di Sergio Centofanti:

R. – Il Papa in maniera molto esplicita richiede, primo, l’assistenza umanitaria immediata e, secondo, di fare tutto ciò che è possibile per fermare e prevenire ulteriori violenze. Mi ha colpito l’espressione che dice che la situazione è così tragica che “costringe” la comunità internazionale ad agire. Infatti, se guardiamo alla Carta delle Nazioni Unite, vediamo, con molta chiarezza, che l’articolo 42 dice che la Comunità internazionale ha la responsabilità di proteggere – anche con la forza - quello che non può essere fatto dallo Stato locale, dalle autorità locali, che per varie ragioni siano impedite ad agire o non abbiano le possibilità di farlo, dopo che si sono tentate tutte le vie del diritto, del dialogo, del negoziato, per evitare mali come quelli che si vedono nel nord dell’Iraq, in questi giorni. Ma è chiaro che "con la forza" è l'ultima soluzione, è l'ultimo passo. In questo momento c’è un tentativo, c’è un’azione specifica di aiuto, almeno in parte, secondo questa richiesta e questo meccanismo previsto dalle Nazioni Unite. Vediamo come si svilupperà la situazione. Direi che sia importante sottolineare che non si tratta di una difesa di cristiani e altre minoranze religiose, semplicemente in un’azione di appoggio diretto ai cristiani: qui ci troviamo di fronte a esseri umani i cui diritti fondamentali sono calpestati e per le quali le autorità locali non possono intervenire. Quindi, il dovere della comunità internazionale è di proteggerli. Il problema non è, in parole semplici, un problema di Chiesa, è un problema dell’umanità, della famiglia umana. Secondo, bisogna trovare la maniera di limitare, di cercare di bloccare il fatto che armi, aiuti finanziari e politici continuino ad arrivare nelle mani dei rappresentanti di questo Stato fantomatico del Califfato, che finora è solo una scusa per creare violenza e ammazzare coloro che sono in disaccordo con i leader di questa nuova entità.

D. – Il Patriarca caldeo Sako denuncia un rischio di genocidio e definisce ancora insufficienti gli interventi della comunità internazionale…

R. – A me vengono in mente le discussioni che si facevano mentre la violenza tra Hutu e Tutsi in Rwanda, anni fa, creava una situazione simile a quella che stiamo vivendo oggi nel nord dell’Iraq. Venivano ammazzate persone, venivano costrette a scappare e la comunità internazionale discuteva, senza prendere nessuna misura concreta o misure adeguate. E per tutti questi anni che sono seguiti ci siamo riuniti ogni anno per commemorare questo genocidio, facendo il mea culpa, per non avere agito con decisione.
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