L'ombra di Caino

Papa Francesco non cessa di stupirci e anche di spiazzarci nella nostra (scarsa) memoria storica. Sabato tredici settembre 2014 ,al sacrario militare di Redipuglia, sono risuonate parole che molto difficilmente sentiremo nelle cerimonie e commemorazioni ufficiali dei caduti in guerra. Si tratta di frasi che sono andate ben oltre le generiche condanne della guerra; naturalmente non è la prima volta che un Papa ha espressioni di tale portata, basta scorrere tutti i messaggi per la giornata mondiale della Pace fin dall'origine per trovare accenti molto forti, in questo caso è il contesto, il cimitero militare per eccellenza, che lascia sorpresi. Straordinario l'inizio del messaggio sul contrasto tra la bellezza naturale della zona e le follie e le distruzioni che la guerra ha causato come lo stravolgimento dei legami tra le persone e soprattutto l'annientamento fisico e morale del capolavoro di Dio che è l'essere umano. All'origine di questa follia sta l'intolleranza, la cupidigia, il potere, le ideologie; quelle persone sepolte a Redipuglia avevano i loro progetti, i loro sogni…. ma ha prevalso la logica di Caino: “sono forse io il custode di mio fratello” , il motto che aleggia all'ingresso del cimitero è “a me che importa“, l'opposto dell'insegnamento del Vangelo che è prendersi cura dell'altro, del povero, dell'afflitto, del forestiero ,dell'ammalato.

Mi viene in mente Don Lorenzo Milani che contrapponeva il “me ne frego“ del fascismo al “I care”, m'importa, dei giovani americani degli anni sessanta impegnati per la pace. Scorrendo il documento, Papa Francesco non manca di fare riferimento all'oggi: “dopo il secondo fallimento di un'altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta a pezzi, con crimini, massacri, distruzioni...” e si domanda come sia possibile questo; la risposta è: “oggi dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c'è l'industria delle armi….” e continua “questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi hanno scritto nel cuore: a me che importa...” manca da parte di questi affaristi della guerra la capacità di pentirsi, di chiedere perdono, di piangere: “Caino non ha pianto ….. l'ombra di Caino ci ricopre oggi qui, in questo cimitero. Si vede qui. Si vede nella storia che va dal 1914 fino ai nostri giorni”. Quindi l'appello finale alla conversione del cuore e al pianto per tutti i caduti “dell'inutile strage“ e “per tutte le vittime della follia della guerra, in ogni tempo” e infine: “Il pianto Fratelli, l'umanità ha bisogno di piangere e questa è l'ora del pianto“.

Dopo queste parole saremo ancora capaci di esaltare il sacrificio di quei caduti senza ricordare che soprattutto furono “dei sacrificati”, sacrificati dall'egoismo dei potenti, dagli interessi economici e finanziari e dal cinismo di chi ha voluto qualche “migliaio di morti“ per sedere al tavolo delle trattative (e delle spartizioni) di pace

In questi giorni è stato intervistato il regista Ermanno Olmi sul suo ultimo film incentrato su di un episodio proprio della guerra 15/18. Vi sono molte frasi di questo grande maestro, alcune delle quali riporto, che mi sembrano una appendice o un commento al messaggio di Papa Francesco: Olmi, dopo aver detto che il film mostra come siano stati sacrificati migliaia di persone per l'arroganza dei potenti e che i veri nemici di chi stava in trincea non erano quelli della trincea di fronte ma quelli che li avevano mandati a combattere, aggiunge : “noi abbiamo compiuto un grande tradimento nei confronti di quei giovani, di tutti quei milioni di persone, morti in quella guerra, non abbiamo spiegato perché sono morti. Ora si celebra il centenario di quella guerra con fanfare e bandiere, ma bisogna ancora sciogliere il nodo dell'ipocrisia e della vigliaccheria . Mi auguro che durante le celebrazioni per il centenario , si rifletta anche su quel tradimento e si chieda scusa.”

Non credo ci sia altro da aggiungere, a noi resta la riflessione, la preghiera e di trovare la forza e il coraggio di dire NO tutte le volte che sentiamo suonare fanfare di guerra.

Carlo Giuseppe Rogani

Siena

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