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Dimore storiche in cerca di un futuro possibile

Nella nostra regione sono più di 4.500 le dimore storiche. In vista della tradizionale Giornata nazionale (24 maggio) parla il presidente toscano, marchese Bernardo Gondi. Tante idee per un rilancio in piena regola sul piano culturale e turistico, pur tra le difficoltà in cui si dibatte il nostro paese, compreso un Codice dei beni culturali ormai sorpassato.

Percorsi: Arte - Cultura - Toscana
Palazzo Gondi, a Firenze
Gondi

Il Marchese Bernardo Gondi

È una scommessa e, allo stesso tempo, un grido di allarme quello lanciato dai proprietari dei beni culturali privati della Toscana; dei più di 4.500 castelli, palazzi, ville con giardini monumentali a centinaia, senza i quali avremmo città e villaggi anonimi. Un corollario di assoluto pregio alle «eccellenze» già consacrate da riviste e guide turistiche, come Palazzo Corsini o Palazzo Antinori a Firenze, la Villa di Camugliano a Pisa, Villa Torrigiani o Villa Mansi a Lucca; Villa La Foce a Chianciano, i castelli di Cacchiano e Rocca d’Orcia nel Senese; la Marsiliana in Maremma; il castello di Fosdinovo e Villa Bagnone in Lunigiana. Dimore soggette al vincolo di interesse storico-artistico, che comprendono anche le «residenze d’epoca», in cui si svolge attività di accoglienza e soggiorno, regolata da normativa regionale. Un patrimonio di inestimabile valore architettonico, ma anche economico, non sempre compreso dallo Stato e da tutte le altre istituzioni. A loro e non solo ai cittadini ed ai turisti è rivolta la ventesima «Giornata» – domenica 24 maggio – in cui molti di questi antichi parchi e strutture saranno aperti al pubblico, per iniziativa della sezione toscana dell’Adsi (Associazione dimore storiche italiane), il sodalizio che riunisce 850 proprietari. Il neo presidente marchese Bernardo Gondi ora intende almeno duplicarli, convinto com’è che «l’unione fa la forza». «Certo: la «giornata» delle dimore storiche ha anche uno scopo promozionale. Dobbiamo crescere di numero per farci sentire, per avere più peso. Non è un caso che si svolga lo stesso giorno in tutta Italia: vogliamo infatti sensibilizzare le istituzioni e la gente sull’impegno, sui sacrifici e l’amore con cui vengono custoditi beni culturali così importanti per il nostro Paese, senza costo per la collettività. Sono una risorsa unica: se ben valorizzati possono dare sensibili contributi alla ripresa. Basti pensare all’indotto turistico che sono in grado di creare».

Quella di quest’anno dovrebbe essere un’edizione speciale, con un programma straordinario di eventi che il consiglio dell’Adsi sta organizzando, approfittando del richiamo dell’Expo che fin dai primi di maggio dovrebbe portare migliaia di turisti anche qui in Toscana: «Il tema della nostra giornata – ci anticipa il marchese Gondi – sarà quello delle tradizioni e dell’alimentazione, collegato quindi al filo conduttore della grande kermesse mondiale di Milano. Nelle ville, nei castelli e nei parchi privati della nostra regione organizzeremo degustazioni dei prodotti tipici toscani, integrate da momenti culturali come concerti e mostre all’insegna del legame tra le nostre città d’arte e le campagne, che pur hanno tesori artistici ed architettonici. Faremo la nostra parte, per tenere alta la bandiera regionale: a livello nazionale siamo o non siamo la roccaforte delle dimore storiche?».

Da Palazzo Gondi (a fianco di Palazzo Vecchio ed a pochi metri da piazza della Signoria) dove l’Adsi ha trasferito la sua sede, il marchese Bernardo Gondi suona la tromba della riscossa. Ha tante idee per un rilancio in piena regola, sul piano culturale e turistico: le sottoporrà ai suoi colleghi di consiglio: «Nel 1970 – commenta – l’Italia era la prima destinazione turistica mondiale, oggi siamo al quinto posto. Anche nel momento in cui il turismo dà segni di ripresa, com’è stato nello scorso anno, noi continuiamo ad andare giù». Come dargli torto? Nel 2014 i turisti sono aumentati del 5% in tutto il mondo, mentre in Italia sono diminuiti del 4,6%. La ragione è che non siamo più competitivi come una volta; l’Italia è ora ventiseiesima nella classifica a misura di turista, quando il turismo dovrebbe essere il volano di uno sviluppo sostenibile. Siamo il Paese che ha più siti Unesco al mondo, eppure non li sappiamo utilizzare.

Soffermandoci sulla Toscana, in città d’arte come Firenze, Pisa, Siena e Lucca oltre ai musei vi sono palazzi storici e tutto ciò che forma arredo urbano d’interesse storico, alcuni sono aperti al pubblico per tutto l’anno e visitati con grande ammirazione. Così come nei piccoli centri periferici e nei territori di campagna è ancor più evidente e rilevante, per non dire decisivo, il sostegno che la villa storica o il borgo offrono al turismo locale. Perché non promuovere un ampliamento di queste visite? Prendendo poi come esempio quello che è stato fatto in Piemonte, è proponibile qui in Toscana un’operazione simile a quella di Venaria, dove la vecchia reggia di caccia dei Savoia abbandonata ed occupata dagli zingari, è stata restaurata e trasformata dal 1999 con un investimento di 200 milioni di euro già ammortizzato con numerosi eventi e seicentomila visitatori all’anno? « Beh – risponde il marchese Gondi – noi abbiamo sotto gli occhi Boboli, con più di un milione di visitatori l’anno. Certo si potrebbero meglio valorizzare alcune ville Medicee toscane, oppure alcune ville con parchi lucchesi, in cui si sente ancora l’influenza della presenza dei Bonaparte. Ma il problema maggiore anche per gli enti pubblici è quello di trovare fondi, con i tagli che hanno dovuto fare alle attività culturali».

Ma torniamo all’impegno primario della sezione toscana dell’Adsi, che riguarda appunto il problema della conservazione e valorizzazione di un patrimonio immobiliare che, se abbandonato a se stesso, rischia di deflagrare. Come nel Senese è crollato il campanile di Badia a Rofeno, nel comune di Asciano, nonostante la Sovrintendenza avesse dichiarato la situazione «sotto controllo», avendo concordato un piano di consolidamento con la proprietà e dei tecnici specializzati.

Per conservare oggi servono ingenti investimenti, che non sempre i proprietari sono in grado di sopportare: «Sono cambiate – puntualizza il marchese Gondi – le norme e le tecniche di restauro, bisogna ricorrere a professionalità specializzate. Restaurare costa più che costruire ex novo: almeno 2.500 euro al metro quadro, per una villa di medie dimensioni non meno di 2 milioni di euro. Non possiamo ristrutturare a nostro piacimento. Siamo perseguibili di sanzioni. Inoltre se vogliamo vendere le nostre proprietà, non possiamo agire nel libero mercato, perché dobbiamo rispettare certi vincoli e diritti di prelazione da parte dello Stato».

Ecco perché l’Adsi da tempo chiede il riesame e l’aggiornamento del Codice dei beni culturali, per adeguarlo alle profonde modifiche sociali, economiche e di costume verificatesi nell’ultimo decennio. In questo contesto l’associazione vorrebbe veder razionalizzate e unificate le disposizioni fiscali specifiche per questa realtà; veder attuata una nuova e più incisiva leva compensativa, riducendo la tassazione sugli immobili, prevedendo meccanismi di deducibilità degli interventi di manutenzione con valenza pluriennale; ponendo una maggiore attenzione alla differente portata patrimoniale dei beni culturali nella riforma del catasto; introducendo previsioni specifiche anche in materia di tassazione locale: «Nessuno – si affretta a precisare il battagliero marchese Bernardo Gondi – vuole privilegi ingiusti per i proprietari dei beni culturali, ma occorre capire quanto loro già paghino e in quali difficoltà oggi si trovino. E quanto potrebbero contribuire – ripeto – allo sviluppo futuro del nostro sistema economico complessivo. C’è ancora chi pensa che i beni culturali siano “beni di lusso”, di “ricchi”, da tassare non tanto in modo diverso quanto addirittura in maniera superiore rispetto a una razionale e oggettiva considerazione degli immobili, senza tener conto delle loro peculiarità, anche architettoniche e strutturali, e del loro valore inestimabile, testimonianza della nostra storia, cultura e arte. Non è più così: i “ricchi” sono altrove, non nelle vecchie ville di campagna, non nei palazzi di piccoli centri o nelle dimore tanto belle quanto sono oggi antistoriche, difficili da vivere e da gestire, e tantomeno nei tanti vituperati castelli che sono la testimonianza della bellezza del nostro Paese! Agevolare i beni vincolati non vuol dire “aiutare i proprietari”, ma aiutare il “bene culturale” e consentire al proprietario di poterlo conservare, tutelare e tramandare alle generazioni successive!».

Le dimore storiche e le residenze d’epoca si candidano anche come «motore» per il rilancio dell’occupazione giovanile e per lo sviluppo di competenze e professionalità specifiche. «Pensiamo ai cosiddetti “mestieri d’arte”, che hanno una grande tradizione qui in Toscana, ma che in questa emergenza economica sono un po’ bloccati. Oppure alle prestazioni nei settori della conservazione e del recupero del patrimonio culturale, alle attività edilizie, ma anche dell’arte (pittura, restauro, decorazione degli interni, ecc.), della storia dell’architettura; allo studio delle suppellettili, di quadri, oggetti d’arte e arredamenti delle dimore, e più in generale nell’ambito dello studio e dell’approfondimento del patrimonio culturale. Da qui la necessità di una nuova considerazione del settore da parte dello Stato ed anche e soprattutto del legislatore. Tra l’altro strumenti e incentivi fiscali a sostegno delle dimore storiche potrebbero far emergere nuovo reddito imponibile in capo ai soggetti che intervengono nelle opere pagate dal proprietario che ha usufruito di condizioni agevolate. Il tempo delle promesse e dei buoni propositi è finito. Ora aspettiamo delle mosse concrete da parte dello Stato e delle sue articolazioni periferiche».

Parlando di bellezze e tesori culturali, la conversazione con il presidente dell’Adsi cade inevitabilmente sul Pit, il tormentato Piano paesaggistico della Regione, racchiuso in 3300 pagine con l’aggiunta di tavole e costato 1 milione e trecentomila euro. Ne sono uscite diverse versioni, dopo le contestazioni di comuni, ordini professionali, categorie imprenditoriali e dell’Accademia dei Georgofili. Pomo della discordia nella maggioranza di Centrosinistra. La sua approvazione è ancora in bilico in questo fine-legislatura, dopo lo scontro tra il Pd e l’assessore Anna Marson, accusata di averlo pensato e gestito con eccessivo fervore ambientalistico e scarso realismo. Ora l’ultima mediazione e riscrittura è nelle mani del Governatore Rossi: «Io sono molto critico – confessa il marchese Gondi – come agricoltore più che da proprietario di dimore storiche, ma mi auguro che il piano vada in porto con le opportune modifiche, anche se è stato realizzato da architetti che hanno una visione del paesaggio dell’Ottocento. Poi semmai scatteranno i ricorsi per le troppe cose che non vanno. Naturalmente ci vogliono regole precise contro la cementificazione selvaggia. Ma avere un’idea di agricoltura ancorata a cent’anni fa, imbalsamare il territorio toscano è una cosa sciocca. È stato costruito dall’uomo e si è via via arricchito di vigneti e cipressi, con tanti meravigliosi paesaggi in evoluzione. Nel Pit sono state indicate criticità incredibili. Una ad esempio è la meccanizzazione dell’agricoltura: ora – mi si perdoni la battuta – chi va dai contadini o dagli operai a dire che devono tornare a lavorare la terra con i buoi sotto il sole? Un’altra criticità sarebbe quella legata alle colture: in alcune zone dovremmo seminare grano che non rende, a discapito di vigneti e oliveti (più redditizi) perché altererebbero – come i girasoli nelle vallate attorno a San Gimignano – i tratti identitari del paesaggio. Nemmeno portare i turisti nelle campagne o alla terme va bene , perché provocherebbero una proliferazione di agriturismi. Così come si vorrebbe impedire il florovivaismo in alcune aree perché creerebbe eccessivo spreco d’acqua o addirittura seccherebbe le sorgenti. Ci si dimentica purtroppo che le attività agricole si reggono se hanno una redditività economica, altrimenti scompaiono. Ma senza agricoltori nessuno mantiene il paesaggio o limita il dissesto idrogeologico!».

Palazzo Gondi, la nuova sede rinascimentale dell’associazione

Ha cambiato casa la sezione toscana dell’Associazione dimore storiche. Da Borgo Santissimi Apostoli, residenza del marchese Niccolò Rosselli Del Turco (che per venti anni ne ha retto la presidenza con un apprezzatissimo ruolo di animatore pure a livello nazionale) si è trasferita in piazza San Firenze, nel Palazzo Gondi (nato sul finire del Quattrocento dal genio di Giuliano da Sangallo e ora splendidamente restaurato) da quando appunto il marchese Bernardo ha assunto la guida del sodalizio. Un’eredità pesante, accolta con spirito di servizio, perché i nobili di oggi sanno di non poter più vivere sugli allori, solo mostrando i titoli araldici. Prescelto dal «sindacato» dei proprietari di antichi immobili dopo aver assolto con apprezzamento e stima altri incarichi di rappresentanza, come presidente dell’Unione provinciale agricoltori di Firenze dal 2000 al 2007, nella giunta della Camera di Commercio fiorentina dal 1994 al 2009 (per 5 anni ne ha guidato pure il Laboratorio chimico-merceologico ), mentre per quasi due lustri è stato vice presidente del Consorzio Chianti Rufina e consigliere del Consorzio Vino Chianti e di varie altre istituzioni. Meriti professionali a parte, va anche detto che quello dei Gondi è un Casato di primo piano: sono discendenti della consorteria dei Filippi, che Dante nella Divina Commedia pone nel Paradiso e annovera tra le più antiche famiglie di Firenze, imparentata con i Medici, gli Albizi, gli Antinori e gli Strozzi. Ancora oggi in prima fila insieme ai Frescobaldi, Ricasoli, Pucci, Pandolfini, Corsini, Antinori, Guicciardini.

Un ramo di commercianti che, col passare dei secoli, si sono poi evoluti in banchieri a Lione, Siviglia, Napoli. Caterina de’ Medici decise di far gestire ai Gondi le doti francesi. «È per questo che a Parigi la mia famiglia acquisì molta importanza e nell’abside di Notre Dame c’è la cappella Gondi , dove sono sepolti il cardinale di Parigi, che era un Gondi all’epoca di Mazzarino, e il capo dell’esercito della Bastiglia», mi sottolinea Bernardo, che con la moglie Vittoria ha trasmesso il tratto imprenditoriale anche ai figli Gerardo e Lapo. «Fin da piccolo – prosegue – ho imparato che essere un Gondi non è cosa da poco: esige impegno fatica e serietà, uniti alla fierezza di avere alle spalle una vicenda rilevante ed avi che, oltre a compiere azioni memorabili rimaste impresse nella storia italiana ed europea, hanno arricchito la nostra città – e non solo quella – di tesori d’arte e di cultura». Con questo spirito, alla morte del padre Bonaccorso (2009) ha portato a termine il restauro del Palazzo che ha richiesto sei anni (2005-2011) di lavori intensi: «Numerosi ambienti – precisa – erano stati affittati ad avvocati ed altri professionisti, a commercianti. Senza voler stravolgere d’un colpo le destinazioni dei locali a studi e negozi, abbiamo intrapreso un’opera che non esito a definire ciclopica. Siamo riusciti gradualmente, con accorti spostamenti, a ricavare spazi per attività musicali, eventi e convegni, in ambienti in cui è ancora viva la memoria della Firenze rinascimentale: abbiamo trasformato l’ultimo piano in una residenza d’epoca, unica per il suo panorama sul cuore della città con i suoi straordinari monumenti, e restaurato anche le cantine, oltre al cortile, che a primavera ospiterà la mostra delle camelie ed in ottobre la festa di San Luca. In poche parole mi sento di poter affermare che abbiamo creato a Firenze un nuovo polo di cultura, civiltà e di incontro».

Un Polo ben descritto e illustrato in un volume stampato da Polistampa, curato da Gabriele Morolli e Paolo Fiumi, con la prefazione di Cristina Acidini e altri qualificati contributi.  Marco Calafati ripercorre le vicende storiche del Casato fra Firenze e Parigi, facendo scoprire un disegno sconosciuto di Leonardo da Vinci dedicato a Giuliano Gondi e il libro di cassa di Antonio Gondi, nel quale sono riportate le spese sostenute dalla famiglia per finanziare la metà del primo viaggio di Giovanni da Verrazzano in America, quando fu scoperta la baia di New York. Anna Bisceglia ci accompagna nella cappella Gondi in Santa Maria Novella, altro capolavoro del Sangallo che custodisce il celebre Crocifisso di Filippo Brunelleschi.

Anche la tenuta di Bossi a Pontassieve, nelle colline del Chianti Rufina, acquistata nel 1592 dai Tolomei, aveva bisogno di una marcia in più per affrontare le sfide commerciali del nostro secolo. Dopo le ristrutturazioni avvenute nel corso degli anni, intorno all’imponente Villa è stato creato un grande agriturismo. Nei 315 ettari si coltivano vigneti, oliveti, cereali e una gran parte è destinata a boschi. Da queste rinnovate cantine escono ottimi vini ed il richiestissimo olio «Laudemio», per metà esportati anche negli Usa, in Canada, Cina e Danimarca. Al mercato interno è invece rivolta la produzione della Fattoria di Volmiano a Calenzano, sulle pendici di Monte Morello.

Palazzi monumentali e tenute incantevoli, dove Bernardo e Vittoria Gondi trascorrano la loro giornata lavorativa, insieme ai figli Gerardo (che con la moglie Lucrezia li renderà a maggio nonni felici) e Lapo. Ma come colpo d’occhio interno e veduta paesaggistica non teme confronti la loro dimora in via San Matteo ad Arcetri, con un piccolo giardino, un chiostro dell’ex convento di clausura delle clarisse nel quale hanno preso il velo le due figlie di Galileo Galilei. «Qui fioriscono le rose fino a Natale», come è documentato da una bella lettera di Suor Maria Celeste al padre, che negli ultimi anni viveva nella vicina villa «Il Gioiello». «Anche noi il 20 dicembre abbiamo colto i giaggioli», ci congeda orgoglioso il marchese Bernardo, uomo pratico di affari, schietto, ma dalla grande sensibilità umana e spirituale.

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