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Ettore Bernabei, un gigante della cultura popolare

Ha sempre cercato di mettersi al servizio del Paese e al servizio di Dio con la sua competenza, prima di giornalista e poi di manager e di produttore televisivo. Gli stavano a cuore tutti, in particolare le persone più semplici: da qui la sua passione per la televisione e per la cultura di massa.

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Ettore Bernabei

Due o tre anni fa ero andato a un appuntamento con Ettore Bernabei e vidi – accanto ad altri libri – sul suo tavolo di lavoro un romanzo di Fabio Volo, best seller di quei mesi. Incuriosito gli chiesi come mai leggesse proprio quel romanzo: Bernabei, che aveva già superato i 90 anni, mi rispose candidamente che sapeva che questo autore vendeva moltissimo e voleva capire come mai il libro avesse tanto successo…

Bernabei è stato un gigante della nostra epoca, e credo che negli anni prossimi lo capiremo ancora di più di quanto non ci accorgiamo ora.

E’ stato per quindici anni Direttore generale della Rai, costruendo la struttura di quella che ancora oggi è la più grande azienda culturale italiana; ha sviluppato l’Italstat facendola diventare un colosso, ha poi fondato, a 70 anni, la Lux vide, che dal 1992 ha prodotto centinaia e centinaia di ore di ottimo intrattenimento televisivo, a cominciare dalla serie sulla Bibbia negli anni ’90, per arrivare alle serie per RaiUno Don Matteo, Che Dio ci aiuti, Un passo dal cielo, e molte miniserie a contenuto storico (Soraya, Enrico Mattei), religioso (Sant’Agostino, Maria di Nazareth), letterario (Guerra e pace, Anna Karenina).

Consigliere e amico strettissimo di Fanfani, si è anche trovato protagonista suo malgrado in momenti cruciali della storia come quando, in Usa nel 1962 per un viaggio di lavoro, fece da mediatore con il governo americano per le proposte di superamento della crisi di Cuba messe a punto da Papa Giovanni per evitare lo scoppio della terza guerra mondiale…

Ma ho voluto iniziare da un aneddoto che sembra minimo perché credo che aiuti a comprendere diverse cose del suo atteggiamento esistenziale.

Lungi dal vivere di nostalgie, ha sempre guardato avanti senza rimpianti e con grande voglia di fare, ma senza nessun protagonismo personale. Faceva, progettava, aveva grande fiducia nei giovani, ma lui era come se non esistesse, non attirava mai l’attenzione sulla sua persona, si considerava solo uno strumento.

Bernabei ha sempre cercato di mettersi al servizio del Paese e al servizio di Dio con la sua competenza, prima di giornalista e poi di manager e di produttore televisivo. Gli stavano a cuore tutti, in particolare le persone più semplici: da qui la sua passione per la televisione e per la cultura di massa (ecco l’interesse per Volo), per le proposte di stili di vita e di valori che vengono fatti ai cittadini. Sono convinto che la frase offensiva nei confronti degli spettatori, risalente agli anni ‘60 («sono venti milioni di …»), che ancora un quotidiano in questi giorni gli ha attribuito sia una leggenda: non corrisponde a quello che lui pensava, a come vedeva le cose. Probabilmente – se ha mai detto qualcosa di vagamente simile, magari in un momento in cui si infervorava – sarà stato per dire che erano senza istruzione, cosa che era assolutamente vera, magari calcando i toni per stigmatizzare qualcuno che voleva proporre cose troppo complicate e per questo inadatte a una comunicazione televisiva.

Bernabei rispettava profondamente il pubblico televisivo, la gente comune, nel lavoro e nella vita di tutti i giorni, e si sforzava sempre di raggiungere nei suoi programmi il più vasto numero di persone per dire loro la verità, per aprire gli occhi di fronte a tante menzogne e tante illusioni che le ideologie e i potentati che guidano la comunicazione mondiale vogliono far digerire alle persone. Ripeteva che la tv può avere effetti più devastanti di una bomba atomica… e soffriva quando vedeva contesti ecclesiali che sottovalutano il ruolo che essa ha nel formare la mentalità comune e diffondere i valori.

Era un uomo che ogni giorno andava a Messa, recitava il Rosario, dedicava ulteriore tempo alla preghiera personale, leggeva molto – una media di tre o quattro ore al giorno passate sui libri: aveva quindi una cultura storico-politica e letteraria vastissima – e si informava di tutto.

Il suo sguardo profondo sulle cose gli permetteva di non fermarsi alle minuzie o a quello che lui chiamava il “teatrino” delle prime pagine dei giornali, ma – come suggeriva spesso nei suoi numerosi incontri con gli studenti – sapeva leggere con molta attenzione le situazioni, magari a partire da dettagli rivelati dai mezzi di informazione un po’ di soppiatto, ma che rilevavano dove stanno i veri problemi e i veri interessi in gioco.

La sua passione per la comunicazione e per la televisione gli veniva da un interesse che dovremmo chiamare «politico» nel senso più nobile e alto del termine, e che era quindi anche religioso, di evangelizzazione. Gli veniva dalla lezione appresa da La Pira, che ammirava grandemente, e dai sacerdoti fiorentini che lo avevano formato negli anni di gioventù, la generazione di don Raffaele Bensi, don Giulio Facibeni e di altre grandi figure del cattolicesimo toscano.

Con questo sguardo profondo e mai frivolo si avvicinava a un best seller contemporaneo come a un film di successo, a una fiction come a un programma di informazione. Con questo sguardo profondo sceglieva quali progetti televisivi impostare, affidandoli poi – soprattutto negli ultimi anni – alle mani ormai molto esperte dei figli Luca e Matilde.

La sua visione della storia d’Italia è stata condensata negli ultimi anni in libri – tutti interessantissimi, ma suggeriamo in particolare «L’Italia del miracolo e del futuro», Cantagalli – in cui alcune tesi che potevano apparire forse azzardate sono state confermate da molti documenti desecretati negli ultimi anni dagli archivi di diversi Paesi.

Bernabei sosteneva che l’«esperimento» italiano e la crescita impetuosa di un Paese solidaristico, senza classismo, e con un’economia sociale di mercato, dava molto fastidio a potentati del capitalismo anglofilo, che in molti modi hanno tentato prima di tenere l’Italia sottoposta come se fosse una colonia, e poi di comprarne i gioielli industriali a prezzo di svendita.

Ricordo bene che negli anni precedenti al 2008 andava dicendo di non fidarsi della crescita impetuosa dei mercati finanziari… «l’è tutta carta straccia» diceva con il suo inconfondibile accento toscano mesi e mesi prima dei crolli di Wall Street…

Non ha mai avuto complessi di inferiorità: «il mondo è di chi se lo piglia», diceva ogni tanto ai giovani che lavoravano con lui, non certo per esortarli ad atteggiamenti predatori (niente di più lontano dal suo modo di fare o di vedere le cose) ma per incoraggiare a non farsi prendere da timidezze fuori luogo o da ridicoli complessi di inferiorità. Non ha mai pensato che i cattolici dovessero rimanere rinchiusi in una nicchia, tantomeno in televisione: per questo voleva i migliori sceneggiatori, i migliori registi, i migliori attori internazionali per i progetti televisivi che gli stavano a cuore. Dovevano competere con la comunicazione laicista e dovevano quindi avere tutta la qualità necessaria.

Ma la qualità per lui era soprattutto nel lavoro di ideazione, nella ricerca intellettuale, nella elaborazione dei contenuti: lì investiva, e non invece in macchinari, tecnologie, apparati…

Aveva una enorme fiducia nel valore della cultura, ma non di quella estetizzante, arzigogolata o da casta chiusa: per lui la cultura era la capacità di capire a fondo le grandi domande dell’uomo, di saper trovare delle risposte per comunicarle con un linguaggio chiaro e accessibile a tutti.

Aveva di conseguenza una grande stima del patrimonio culturale del nostro Paese, così intriso di cattolicesimo, e aveva chiaro che certi complessi di inferiorità di alcuni italiani provincialisti erano il risultato di un pregiudizio anticattolico, largamente diffuso nella pubblicistica internazionale e riecheggiato da qualche animella ingenua.

Non a caso è riuscito a produrre – con guida italiana- uno dei più grandi progetti televisivi mondiali degli anni ’90: undici miniserie ad alto budget, con capitale in massima parte americano, ma per dei film in cui erano gli italiani a scegliere, a guidare, a prendere tutte le decisioni importanti.

Aveva una fiducia vera, vissuta, nella Provvidenza: come quando decise di iniziare le riprese del primo film della Bibbia, Abramo, quando ancora i contratti non erano firmati ed era quindi finanziariamente scoperto. Negli ultimi anni continuava a progettare, ma si stava preparando al ritorno al Padre: sempre più frequentemente negli ultimi anni, premetteva «se il Signore mi conserva…» e non era un modo di dire, ma un modo vero di mettere tutto nelle Sue mani.

Aveva una enorme fiducia nei giovani: in un Paese gerontocratico, alla Lux aveva affidato responsabilità importantissime a giovani che sfioravano appena i trent’anni, ma scelti con grande cura e dopo aver verificato la loro preparazione culturale e morale. Alla formazione dei giovani aveva dedicato tante energie, specialmente negli ultimi anni: speriamo davvero che non siano pochi quelli che ne raccoglieranno il testimone, perché lascia un’eredità davvero imponente, che andrà studiata e assimilata.

Fonte: Sir
Ettore Bernabei, un gigante della cultura popolare
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