Cultura & Società
stampa

Il Natale degli animali

Il teatro dell’evento fondamentale della Redenzione, il momento in cui il Salvatore appare al mondo nella forma umana, è una stalla. Che Gesù abbia avuto come culla una greppia si trova ripetuto nel Vangelo di Luca tre volte, mentre non vi compaiono né il bue, né l’asino, richiamati poi implicitamente dal presepio e da altri elementi come il passo di una profezia di Isaia

Il Natale degli animali

Dopo essere stati considerati dall’uomo addirittura delle divinità gli animali da molto tempo sono scomparsi dall’ordine soprannaturale venendo ad essere considerati a un livello puramente naturale, anzi, la loro precedente alta dignità ha reso diffidente verso di loro il mondo religioso successivo che ha avuto una costante attenzione nel tenerli lontano dal sacro.

Ciò non toglie tuttavia che le chiese, soprattutto quelle antiche, siano costellate di figure d’animali domestici e feroci. Ciò è indice d’un disagio che il mondo umano prova nei confronti degli animali i quali non pare che abbiano trovato una giusta considerazione nella visione attuale delle cose, anzi, costituisce un vero e proprio problema, se non un mistero, per cui non si può considerare alla stregua d’una pietra un essere che ha la stessa forma di vita dell’uomo, ne condivide le pulsioni, le facoltà, le reazioni, i bisogni, le percezioni e forse anche i sentimenti.

Il paradosso più vistoso al quale non si fa molto caso è che nel mondo religioso il teatro dell’evento fondamentale della Redenzione, il momento in cui il Salvatore appare al mondo nella forma umana, è una stalla, un ambiente in cui vivono animali.

Su questo il Vangelo di Luca è esplicito: diede alla luce suo figlio… lo avvolse in fasce e lo adagiò in una mangiatoia, perché all’albergo per loro non c’era posto (Luca, II, 7). Che Gesù abbia avuto come culla una greppia si trova ripetuto in questo testo altre due volte, mentre non vi compaiono né il bue, né l’asino, richiamati poi implicitamente dal presepio e poi da altri elementi come il passo di una profezia di Isaia (I, 3). È stato detto fantasiosamente anche che si trattava degli animali coi quali Giuseppe aveva viaggiato e altre associazioni suggerite dalla volenterosa devozione.

Più ricchi di particolari da cui hanno preso avvio tradizioni e leggende sono i Vangeli apocrifi. Quello dello Pseudo Matteo in particolare pare sia stato il transito della leggenda del bue e dell’asino dai testi codificati mediante una svista di traduzione d’una frase del Profeta Abacuc (III, 2) presa dal testo greco dei Settanta, equivocando tra il termine zoè (età, anno) e zoon (animale): in mezzo a due animali. Comunque raramente s’incontra una rappresentazione della Natività in cui non compaiano in primo piano o di scorcio i due animali elevati a simboli nelle varie interpretazioni, trovandosi la credenza anche nella Leggenda Aurea.

 

Gli animali nel presepio. Da questa icona parte la riflessione del mondo popolare, ma non soltanto di quello, dando origine alla rappresentazione di Cristo fanciullo, la Vergine, Giuseppe, il bove e l’asinello inserendo, in modo non casuale e non insignificante la presenza del mondo animale in un momento tanto solenne. In fondo non si tratta di specie prestigiose della fauna: una è bestia da soma vilipesa e bastonata, oppressa dalla fatica, male alimentata e poco curata, come invece è il cavallo. Il bovino è un essere privato delle sue forze generatrici, sottomesso al giogo, alla pena dell’aratro e poco considerato per le sue facoltà.

Altrettanto umili sono gli esseri che si avvicendano davanti a questa icona che San Francesco, facendone a Greccio la prima viva rappresentazione, volle connotata dalla presenza reale del bue e dell’asino. Anche questo fatto non è casuale se si pensa al Santo che ebbe tanto amore per ogni animale, come mostrano i Fioretti: la predica agli uccelli, l’ammonizione al lupo di Gubbio, la liberazione della lepre, delle tortore: segno di un dialogo, d’un linguaggio che nella santità accomunano al divino e all’umano anche ogni altra forma di vita di cui quella animale è a noi più vicina.

Ha un significato che oggi in particolare il presepio venga affollato di animali soprattutto per opera dei bambini, che utilizzano i loro pupazzetti di figure esotiche, estranee all’ambiente e perfino preistoriche. Se da una parte il mondo contemporaneo va distruggendo le specie, dall’altra i nuovi mezzi di osservazione, di comunicazione hanno affinato la sensibilità verso il primo regno della natura nel suo insieme.

Il corredo di leggende e di tradizioni. Con questo modo di sentire è sorta una messe abbondante di leggende per le quali gli animali popolano la vita del presepio, a cominciare dal citato Vangelo dello Pseudo Matteo in cui il bue e l’asino s’inginocchiano e adorano Gesù nella mangiatoia e altrove lo scaldano con i loro aliti.

Dunque sarebbero nella visione leggendaria gli animali, e di questi i meno considerati, e quindi gli esseri più umili, a riconoscere per primi il Salvatore, così come i pastori e i contadini che giunsero con pronta sollecitudine al presepe.

Nel Protoevangelo di Giacomo, uno dei testi apocrifi più diffusi, la cui composizione risale almeno al IV secolo, si legge un passo in cui è descritta una sorta d’estasi cosmica in cui le figure principali sono gli animali, al punto che così usa raffigurarli nel presepio, che la tradizione rappresentandoli costantemente fissi in un loro unico, tipico gesto.

S. Giuseppe, uscito dalla grotta a cercare una levatrice, si accorge che la nascita avviene dai segni che osserva in tutte le creature intorno; e così appunto racconta:

«Ed io Giuseppe stavo camminando, ed ecco non camminavo più. Guardai per aria e vidi che l’aria stava come attonita, guardai la volta del cielo e la vidi immobile e gli uccelli del cielo erano fermi. Guardai a terra e vidi posata lì una scodella e degli operai sdraiati intorno, con le mani nella scodella: e quelli che stavano mangiando non mangiavano più, e quelli che stavano prendendo del cibo non lo prendevano più, e quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano più, ma i visi di tutti erano rivolti in alto. Ed ecco delle pecore erano condotte al pascolo e non camminavano, ma stavano ferme; e il pastore alzava la mano per percuoterle col bastone, e la sua mano restava per aria. Guardai alla corrente del fiume e vidi che i capretti tenevano il muso appoggiato e non bevevano; insomma tutte le cose, in un momento, furono distratte dal loro corso».

Questa visione estatica del mondo, percepita secondo la tradizione da San Giuseppe, è rimasta nelle credenze popolari. Dicevano i contadini che se uno, a mezzanotte in punto della Notte Santa, sale su un albero coperto di neve può sentire gli angeli che cantano e vedere insieme altri portenti: le piante fiorire improvvisamente riempiendo l’aria di profumo, scendere dalle fontane il miele, il ferro tramutarsi in oro, scorrere il latte nei ruscelli, i laghi riempirsi d’olio profumatissimo, mentre nelle stalle e nei loro covili gli animali parlano e le bestie nemiche fraternizzano.

Il Vangelo mostra molta attenzione agli animali e alla loro vita, come osserva Padre Guidalberto Bormolini nella sua opera I santi e gli animali – L’Eden ritrovato. Nelle parole di Cristo sono riservate agli animali tratti di toccante tenerezza: la Provvidenza del Padre celeste che pensa al nutrimento di coloro che non seminano e non raccolgono, la chioccia che difende i suoi pulcini dalla tempesta, l’immagine del Verbo quale Agnello, dello Spirito quale Colomba.

Coro di animali intorno alla grotta di Betlemme. L’ape che la notte di Natale stava nel suo bugno nel cavo del tronco d’una quercia sentì tutto il viavai che c’era lungo il viottolo e s’affacciò per chiedere cosa fosse successo. Le risposero che in una capanna vicina era nato il Redentore del mondo e tutti correvano ad adorarlo e ringraziarlo. L’ape voleva uscire, ma si accorse che il freddo l’avrebbe fatta morire, per cui si ritirò nella sua celletta, ma promise che da allora avrebbe fatto più miele per i bambini e più cera per illuminare gli altari. Così fa ancora e, se si ascolta bene, la si sente che mentre lavora recita continuamente le preghiere.

Il ragno era dentro il buco d’un travicello, assistendo allo splendore di luci nella stalla non si rendeva conto di cosa stesse succedendo e vide che tutti arrivavano portando doni al Bambino che vagiva sulla paglia. Si accorse che dalla finestra rotta entrava il vento gelido della notte e andò a chiudere le aperture delle imposte tessendo la tela e così fornì di tende la stanza e il Bambino non ebbe più freddo. La Madonna lo benedisse e disse che da quel giorno la fortuna sarebbe stata nella casa dove si trovasse il ragno e da quel giorno nessuno lo scaccia più dalla propria abitazione.

La lepre stava girando per i boschi quando vide la grande luce che usciva dalla grotta di Betlemme e corse a vedere cosa accadeva unendosi agli altri animali e alla gente che s’affrettava verso i canti che si sentivano lontano. Quando giunse alla grotta adorò anch’essa il Bambino ma, quando si volse per tornare alla sua tana, ecco che vide tra le altre bestie gli occhi rossi della volpe che l’aspettava per divorarsela e allora prese a tremare di paura, avvicinandosi alla Madonna.

La Vergine comprese il suo terrore e, presala in collo, le allungò le zampe posteriori e per bilanciarla le fece scendere le orecchie a collana. La lepre si sentì forte e sicura: prese la strada di casa e quando la volpe cominciò a rincorrerla con quattro salti sulle nuove zampe corse come il vento e s’eclissò nel bosco lasciando la volpe a denti asciutti.

Il grillo, che si trovava dentro il suo buco dormendo vicino alla capanna di Betlemme, ridestato dai canti e e dai passi di uomini e animali che andavano e venivano nella notte, s’affacciò incuriosito al pertugio. Rimase stordito dalla luce sfolgorante che usciva dalla porta della stalla, poi a saltelli s’avvicinò ed entrò andando fin sotto la mangiatoia presso la quale i visitatori lasciavano i doni. Non sapendo cosa offrire si mise a cantare facendo divertire il Bambino. Per questo la Madonna gli sorrise e gli disse di restare accanto al focherello acceso e divenne così il Grillo del focolare.

Il bue, l’asino e il cavallo si trovavano nella notte nella stalla quando entrarono Giuseppe e la Madonna, la quale diede alla luce il Bambino che fu posto sulla paglia della greppia. Commossi il bue e l’asino si misero a scaldare col loro alito il neonato che piangeva per il freddo, ma il cavallo rimase tranquillo sullo strame a dormire. La mattina la Madonna guardando quei tre animali disse:

– Voglio che questo sia per sempre ricordato.

Fece una croce sulla groppa dell’una e dell’altra bestia e li preservò per sempre da qualunque malia e da qualunque maleficio, come dalle arti delle streghe e dei demoni. Per questo l’asino e il bue tengono lontani ogni sorta di maledizioni e di spiriti impuri.

Il cavallo invece è preda della paura, teme la propria ombra ed è spaventato dai fantasmi e dai folletti che gl’intrecciano la criniera e lo fanno imbizzarrire.

La pecora, quando l’Angelo annunciò la buona novella, andò con tutti gli altri animali alla grotta di Betlemme, lasciando solo l’agnellino natole da pochi giorni. Quando fece ritorno si accorse che il lupo gliel’aveva portato via e belando pietosamente corse di nuovo verso la capanna pensando:

– A che serve disperarsi? Il mio agnellino non tornerà e la mia lana non gli servirà: la lascerò a quel Bambino che è nato stanotte, e non soffrirà il freddo nella grotta.

Arrivata davanti alla Vergine che teneva in collo Gesù, la pecora depose il suo fardellino di lana insieme agli altri doni e si guardò intorno. Dio, che luce c’era dentro quella caverna e come tutti stavano incantati davanti al Signore! Sentì un belato flebile: si volse e vide il suo agnellino che si reggeva appena sulle gambe e accanto a lui c’era il lupo. La Madonna, deposto Gesù nella culla, prese l’agnello e lo ridette alla pecorella; quindi, accennando il lupo, le disse:

– Perdonalo. Te l’aveva rubato per offrirlo al Signore perché non aveva altro da dargli, poveretto.

La pecora allora, consolando il suo agnellino, gli perdonò e, tornando verso il suo ovile, pensò d’aver capito quella notte che solo il Signore sa cosa c’è nel cuore delle sue creature.

Il corvo svolazzando nella notte vide la processione di gente che andava a visitare il Santo Bambino per cui scese giù a basso e con sua sorpresa vide che una pastora portava sul capo una gerla piena di formaggi, di cui questo animale è assai ghiotto.

– Guarda guada, che ben di Dio! Che formaggio fresco ha quella donna nella cesta! Ma con tutta questa roba avranno da sfamarsi quei tre chi sa per chi sa quanto tempo. Non sarà male se si toglie la fame anche un povero corvo.

Detto questo scese a picco alla gerla della pastora e ne prese una bella caciotta sollevandosi in aria. In quel mentre lo vide San Giuseppe che stava attingendo a una fonte e disse:

– Per la fame, tieni la caciotta, ma per la tua malizia sarai sempre nero e ogni volta che canterai dovrai ricordarti questa tua marachella.

Da allora il corvo che era tutto di bei colori è diventato nero e quando canta fa solo cra-cra.

La formica si trovava ad avere il proprio buco lungo il viottolo da cui passavano i contadini e i pastori per andare alla capanna la notte di Natale. Uscì fuori e sentendo quello che era successo disse:

– Cosa m’importa se è nato un bambino? Ne nascono tanti! Se si dovesse fare tutta questa confusione tutte le volte che nasce un bambino, si starebbe freschi! Piuttosto diamoci da fare a raccogliere le briciole che lasciano cadere questi viandanti che mangiano lungo il cammino! Aumentiamo le provviste, che l’inverno può essere lungo, e lasciamo che questi citrulli se ne vadano a spasso!

Così si mise a raccoglierle le briciole e a portarle nel suo buco, ma un angelo passò nel buio e la vide. Disse due parole misteriose e da allora la formica vive sotto terra ed esce fuori soltanto per lavorare e rompersi le ossa dalla fatica.

Il tarlo era in fondo al suo foro che si era scavato nell’architrave della capanna di Betlemme e sentì nella stanza il trambusto di gente che andava e veniva. Gli venne curiosità di sapere cosa succedesse, ma s’era accomodato da poco tanto bene nella segatura che gli parve fatica e si girò dall’altra parte dormendo della grossa quasi fino a mezzogiorno.

Quando seppe che quella notte era nato il Messia si pentì amaramente di non essersi alzato a onorare anche lui il Salvatore e ancora, quando ci ripensa, piagnucola dentro il suo buco iuc iuc iuc.

Gli animali, quando venne l’alba dopo la notte in cui nacque Gesù, parlarono chi sa perché in latino. Il gallo fu il primo a destarsi e s’informò dai passanti perché vi fosse tanta gente per le strade e quando lo seppe salì in cima a una pianta e cominciò a cantare:

– Puer natus est… Puer natus est…

Il bove che lo sentì cominciò subito a mugliare:

– Ubi?… Ubi?…

L’agnello che l’aveva saputo dal pastore rispose belando:

– Beet-lemme… Beet-lemme…

Allora l’asino che passava di là mandò un sonoro raglio:

– Andemus… andemus…

E tutti gli animali corsero e andarono a trovare Gesù Bambino.

Il Natale degli animali
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento