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Nostra intervista esclusiva

«Io, la suora che ha insegnato a Benigni la Divina Commedia»

Parla suor Teresa D’Alessandro, la religiosa che ebbe come allievo Roberto Benigni in seconda media e all'Istituto tecnico commerciale Datini di Prato, ricordando la comicità già presente in lui ma anche la genialità e la sensibilità che lo caratterizzavano.

Percorsi: Cultura - Spettacoli
Suor Teresa e Roberto Benigni

Suor Teresa D’Alessandro dirige, dal 1999, una casa di preghiera presso la chiesetta di San Pierino, a Firenze (in via di Badia a Ripoli). Qui si svolge tutti i giorni, dalle 7 alle 22, l’Adorazione Eucaristica quotidiana grazie ai circa 400 iscritti al «Cenacolo Eucaristico Madonna di Fatima», da lei fondato e diffuso ormai in tutta Italia.

Ma prima di realizzare questa vocazione, ha lavorato come insegnante per circa 40 anni. Alcune sere fa ho assistito all’incontro tra lei e un suo allievo, Marcello Giovannelli: si sono rincontrati dopo 42 anni. È stato per entrambi, ma anche per me, un momento di grande commozione.

Nell’andare indietro con la memoria e nel ricordare nomi e volti di compagni di classe, è emerso un nome che, appena pronunciato da entrambi, ha subito evocato serenità e propensione a riportare alla mente aneddoti divertenti: Roberto Benigni. Dalla foto della classe appare in modo incontrovertibile che in fondo il celebre comico non è cambiato molto, né quanto all’aspetto, né per quanto riguarda il suo modo di porsi davanti alle vicende della vita. Curiosamente, proprio suor Teresa è stata la sua professoressa di italiano e lei stessa gli ha fatto studiare la «Divina Commedia».

Suor Teresa, cosa ricorda di quegli anni?

«Benigni fu mio scolaro, se non sbaglio, nel 1965, quando frequentava la seconda media; insegnai Lettere in quella classe per cinque mesi. Ricordo che gli dissi, scherzando, di soffiare il naso al suo compagno di banco visto che lui non lo faceva. Rimase stupito e imbarazzato, non sapeva cosa fare! Fui ancora sua insegnante di Lettere negli ultimi due anni delle superiori, all’istituto tecnico commerciale Datini di Prato; studiò con me letteratura, Dante e la Divina Commedia, e mostrò vivo interesse, tanto da venire volontario più di una volta ottenendo discreti risultati».

Che alunno era Benigni?

«In Italiano era veramente brillante e fantasioso. In occasione della discesa dell’uomo sulla luna, nel 1969, detti un tema molto difficile per ragazzi di 18 anni; chiedevo di confrontare questo avvenimento con il mistero e i mille perché della vita. Ovviamente pochi, se non nessuno, seppe interpretarlo, tranne Roberto che riuscì a manifestare la profondità del suo pensiero, nascosto nella comicità del suo apparire. Gli diedi otto e non era frequente che io dessi questo voto, quasi mai lo davo. Anche all’esame di maturità scrisse un bel tema».

Si capiva già la sua capacità di far ridere?

«Trasmetteva la sua umanità attraverso le sue battute. Mi veniva sempre incontro al mio arrivo; quando tornò da una gita a Parigi raccontò: “Vedesse, suora, che cose! Ragazze sui tavoli...”Avrei dovuto credergli?».

Le sue doti quindi erano già pienamente presenti fin da giovane...

«Come avviene in quasi tutte le scuole, vi fu una recita al Metastasio di Prato; ricordo una sua battuta: «La suora e la professoressa Tempestini... le sorelle Kessler!». Vi fu una fragorosa risata.  Si muoveva sulla scena, cantando o parlando, con estrema naturalezza, per cui a sua madre e a sua sorella presenti dissi: “È veramente la sua strada, deve seguirla!”. Era facile capirlo».

Così la serata, da ricordo nostalgico del passato, si è trasformata a poco a poco in un ripercorrere quegli anni sotto la lente dell’ironia, anche se si trattava di anni non privi di difficoltà. Sulla scia dell’entusiasmo manifestato da suor Teresa, che a detta del suo allievo Marcello era molto severa, vengono proposti da lui altri aneddoti che completano il quadro: «Di queste scenette ce ne sono state tante, soprattutto quando facevamo queste specie di recite alla fine di ogni anno. Addirittura Roberto scriveva tutti i testi che venivano poi musicati».

Ci sono battute nate nel periodo scolastico che poi sono rimaste nel repertorio di Benigni?

«Certo, alcune cose che poi negli anni successivi si sono sentite in giro sono nate da ciò che avevamo sentito mentre facevamo le prove all’interno di queste commedie. Per esempio “l’inno del corpo sciolto” in embrione era già nato lì. Una volta ci è stato dato un tema: il titolo doveva essere all’incirca: “Se un tuo antenato tornasse in vita, cosa proverebbe oggi nell’era moderna?”. Roberto si era inventato tutta una storia: era andato in Scozia e in un castello aveva trovato un fantasma di un suo antenato, fantasma che poi aveva portato in Italia, a casa sua. Gli faceva vedere il frigorifero e altri oggetti; qualcosa di simile a quello che poi avrebbe messo nel film “Non ci resta che piangere” quando spiega le invenzioni moderne a Leonardo Da Vinci».

Per voi compagni di scuola Roberto era un punto di riferimento?

«Una cosa bella che succedeva è che al professore di italiano quando riportava i temi noi tutti chiedevamo che leggesse a voce alta il tema di Roberto, perché c’era sempre fantasia, era bello sentirlo. Anche quando in classe dovevamo leggere qualche brano, chiedevamo che lo leggesse lui, perché lo leggeva infarcendolo di ironia e battute. Roberto è un comico nato, con un grande sentimento...».  

C’è qualche episodio particolarmente divertente che si ricorda?

«Ricordo quando nella nostra classe venne a farci visita il Provveditore agli studi di Firenze per farci gli auguri, accompagnato naturalmente dalla preside della scuola e da una professoressa. Il provveditore aveva un intercalare che usava regolarmente nel parlare: “Ve lo dico lì”. Per cui lui quando parlava inseriva continuamente nel discorso questa frase. Noi da principio non avevamo capito cosa stesse dicendo. La cosa buffa è che poi ce ne siamo resi conto e più lui continuava a parlare e più a noi veniva da ridere. A questo punto il provveditore chiama qualcuno per chiedergli qualcosa… E chi chiama? Roberto. Sembra fatto apposta! Benigni si alza, comincia a rispondere e anche lui comincia ad intercalare con “ve lo dico lì”. È iniziato così un duetto tra il provveditore che non si accorgeva di niente e Benigni: la preside e la professoressa erano molto imbarazzate e non potevano ridere. Era una scena comica e noi eravamo piegati in due dalle risate. Poi il provveditore esce e in classe c’è un boato di risate, tanto che noi ci buttavamo in terra! Quando tornano la preside e la professoressa, scoppiano anche loro in una fragorosa risata!».

Alla fine di questo incontro, infarcito di ricordi, Marcello promette che cercherà di riunire tutti gli allievi della classe per portarli da suor Teresa, magari anche Roberto. E suor Teresa alla fine della serata aggiunge: «Come a tutti gli alunni, a Roberto ho voluto bene e sono contenta del suo successo, anche se per me "La vita è bella" principalmente se si ama il Signore con tutta l’anima.  Vorrei rivederlo, ma è probabile che mi abbia dimenticato...».

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