Cultura & Società
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Una rilettura di due testi di grandi scrittori italiani che affrontano il tema della Resurrezione

La Resurrezione da Manzoni a Betocchi

In occasione della Pasqua, giorno della Risurrezione, mi sono tornati a mente, fra i tanti testi letterari che ne hanno trattato, (Vangeli ed Epistole di san Paolo a parte), solo alcuni memorabili versi. Sono di Manzoni e di Carlo Betocchi i soli due poeti italiani che in questi ultimi anni sono rimasti, insieme a Dante, a farmi compagnia.

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Parole chiave: Pasqua (86)
La Resurrezione del Beato Angelico

di Manlio Cancogni

Manzoni dedica alla Risurrezione il primo dei cinque Inni Sacri che è anche la prima opera da lui pubblicata dopo la conversione e scritta fra l’aprile e il giugno del ’12. Per il cristiano infatti (e un convertito lo avverte subito), la Risurrezione è il mistero centrale e insostituibile della Fede. Se no, il Cristo verrebbe a perdere il suo significato trascendente. In proposito san Paolo è esplicito e in maniera così dura da suonare come una sfida che non lascia adito a riserve. «Se Cristo non è risuscitato, dichiara nella prima Lettera ai Corinzi, la nostra predicazione è senza fondamento e la vostra fede è senza valore». E subito dopo ribadisce: «Se Cristo non è risuscitato, la vostra fede è un’illusione e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche i credenti in Cristo sono morti, sono perduti».

Riguardo alla Risurrezione dunque non possono esserci fraintendimenti. Sembra quasi che con le sue parole, in anticipo di secoli, l’Apostolo abbia già risposto a chi, oggi, per rendere accettabile alla ragione dei moderni il mistero base della storia cristiana, cerca di reinterpretarlo, fino a ridurlo a un simbolo. Nella Risurrezione, Manzoni parafrasa letteralmente Matteo che fra i Quattro Evangelisti è l’unico a farci quasi assistere all’avvenimento. D’improvviso, racconta Matteo, mentre Maria, Maddalena e Maria (la madre di Giacomo), all’alba del terzo giorno, raggiungono la tomba di Gesù, un terremoto scuote la montagna e un angelo del Signore, sceso dal cielo, fa rotolare la grossa pietra che chiudeva il sepolcro, e vi si posa sopra. «Aveva – racconta l’Evangelista – un aspetto splendente come un lampo e una veste candida come neve. Le guardie ebbero tanta paura che cominciarono a tremare e rimasero come morte». «Era l’alba; – scrive Manzoni – e molli in viso / Maddalena e l’altre donne / fean lamento sull’Ucciso; / ecco tutta di Sionne / si commosse la pendice / e la scolta insultatrice / di spavento tramortì. / Un estraneo giovinetto / si posò sul movimento: / era folgore l’aspetto, / era neve il vestimento; / alla mesta che ’l richiese / diè risposta quel cortese: / è risorto, non è qui».

Dopo le parole dell’Angelo, Matteo aggiunge poche cose. Le donne partono spaventate e piene di gioia per dare l’annuncio. Gesù Cristo viene loro incontro; e mentre le donne si inginocchiano ai suoi piedi le prega di dire ai discepoli che Lui li attende in Galilea.

Anche Manzoni si affretta a concludere. Non allude alla paura delle donne né al loro incontro col Risorto. Alle parole dell’Angelo fa seguire un’esplosione di gioia, una gioia che dal piccolo mondo di allora rimbalza al mondo contemporaneo abitato da milioni e milioni di cristiani, rinascendo ogni volta che, con la Pasqua, il mistero della Risurrezione si rinnova.

«Via dai pallii disadorni / lo squallor della viola: / l’oro usato a splender torni: / sacerdote in bianca stola / esci ai grandi ministeri / fra le luce dei doppieri / il Risorto ad annunziar». Così Manzoni. È festa grande; è anzi la vera grande festa dei cristiani, da quando c’è chi garantisce della nostra risurrezione. «Oggi è giorno di convito... Oggi esulta ogni persona...».

Marco non si discosta significativamente da Matteo. È con Luca e soprattutto con Giovanni che il racconto della Risurrezione si arricchisce e la prospettiva muta. Con essi si entra in una dimensione nuova che coinvolge tutti quelli che non hanno visto (e noi con loro) una dimensione cioè di fede. Secondo Luca i discepoli non credono a ciò che son venute a dir loro le donne. Pietro corre al sepolcro, ma dopo aver guardato dentro e aver visto le bende usate per la sepoltura, torna a casa pieno di stupore. Sempre per Luca, i primi a credere, con qualche ritardo, saranno due discepoli che la sera dello stesso giorno, camminando verso Emmaus, parlano delle grandi cose accadute a Gerusalemme. Non riconosciuto, Cristo si accompagna a loro come un viandante qualsiasi e si unisce alla conversazione. Da principio ascolta, fa domande: poi, continuando i discepoli a non vedere, spiega loro i passi della Bibbia che lo riguardano. È scesa la notte. Invitato dai due a restare nella loro casa, Gesù Cristo siede a tavola, spezza il pane, ripete i gesti dell’Ultima Cena. Solo allora quelli lo riconoscono e credono. Cristo è risorto, con Lui, essi risorgeranno.

In Giovanni, la prova di cecità dei discepoli al momento di scoprire il sepolcro vuoto, le bende, e, piegato da parte, il lenzuolo che copriva la testa di Gesù, si ripete e si prolunga. Poi alla Maddalena rimasta sola sul luogo a piangere, appaiono prima gli angeli e infine lo stesso Gesù Cristo. «Perché piangi?», le chiede il Signore. Ma lei, non riconoscendolo, crede che a parlarle sia il custode del luogo, l’ortolano. Ed è qui che mi tornano a mente i versi dell’amico Betocchi. Oh fratello erbivendolo.

L’erbivendolo di Betocchi, nostro contemporaneo, arriva in città di primo mattino col suo traballante carretto carico di verdure fresche e chiama: «Donne c’è l’ortolano», mentre con la sua voce si spande in aria un profumo di roggia, di brina e di rugiada che dopo la notte afosa annuncia il ridestarsi della vita, il risveglio dei corpi torpidi di sonno. «Voce azzurra», dice Betocchi, «...voce d’altri evangeli, / di sorprendenti veri / al cuor che ne sussurra... / E poi: «Voce che d’uomo sei, / voce che apparirai, / voce alla Maddalena, / – Donna, che piangi donna?.../ nella Pasqua serena».

Dopo la Maddalena, nel Vangelo di Giovanni, crederanno al Signore anche gli altri discepoli, ma solo per averlo visto improvvisamente in mezzo a loro nella stessa stanza dove la paura li tiene chiusi; (e crederà anche Tommaso). E di nuovo lo riconosceranno, in ritardo, gli stessi discepoli, sulle rive del lago di Genezaret, dove sono tornati a pescare, avendolo prima scambiato per uno di loro. E ci sarà l’inquietante, ripetuta e accorata domanda di Gesù Cristo a Pietro, il primo degli apostoli che finora non ha dato prova di grande fermezza: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami davvero?».

Gesù Cristo lo chiede direttamente a Pietro, ma, s’intende, rivolgendosi anche agli altri; ed anche a noi che come prova della risurrezione abbiamo solo le testimonianze di venti secoli fa. Solo l’amore, oltre a ogni prova materiale e razionale, può far credere veramente. E se lo amiamo, e quindi crediamo, Egli può risorgere per noi a ogni momento, non importa sotto quale veste, di ortolano, di viandante, di pescatore. E anche di uno sconosciuto, che, come può accadere qui a Manhattan, su un marciapiede di Broadway o della Fifth, uscendo dalla folla ti ferma, non per chiederti l’elemosina, ma per annunciarti: «You are rich». E poi, alla risposta imbarazzata (Me? I am not) spiegando: «Because the Kingdom is waiting for you». (Perchè il Regno dei cieli ti aspetta).

La Resurrezione da Manzoni a Betocchi
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