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Continuano i festeggiamenti per il bicentenario delle «Fiabe per bambini e famiglie»

Le fiabe ai tempi di internet

Dopo 200 anni dalla loro creazione, resistono anche nei tempi di Internet le storie che hanno accompagnato la nostra infanzia: «Cenerentola», «Biancaneve», «Cappuccetto Rosso»... Ma chi erano i Fratelli Grimm?

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Le fiabe ai tempi di internet

Sta per arrivare sul mercato un nuovo cellulare, che sarà guidato dal pensiero. Volete chiamare vostra madre? Basterà pensarla e sarete in contatto. Una sorta di bacchetta magica. Come meravigliarsi, allora, che le fiabe trovino una nuova stagione, ai tempi di Internet? Se i bambini non fanno differenze, sembra che i genitori si rifugino nelle fiabe per trovare un’àncora in tempi in cui il mondo cambia vertiginosamente e temono il naufragio. Sarà anche per questo che ancora per tutto il 2013 continueranno incessantemente i festeggiamenti e gli eventi per il bicentenario delle «Fiabe per bambini e famiglie» dei fratelli Grimm, autori di Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Biancaneve, I tre porcellini e via dicendo.

Non solo: dal 1° maggio è arrivato nelle sale cinematografiche «Hansel e Gretel. Cacciatori di streghe», film diretto da Tommy Wirkola liberamente ispirato appunto alla nota fiaba. Perché i fratelli Grimm rappresentano, nell’immaginario di tutti, il patrimonio dei primordi, assai più di quanto non lo siano I racconti di Mamma Oca di Perrault, fiabe da salotto secentesco ai tempi del Re Sole, o Lo cunto de li cunti del nostro Giambattista Basile, che inaugurò la moda del ritorno al popolo per ridare corpo ai vacui divertimenti nobiliari della corte dei Borbone.

Sono stati i Grimm a destinare questi ricordi popolari ai bambini, ma lo fecero più per motivi politici che per scopi educativi: si battevano per l’unità della Germania, allora frantumata, ma con un patrimonio comune di ricordi popolari e di lingua: pensarono che un libro di racconti, ripresi dalla viva voce del popolo, avrebbe convinto tutti delle radici comuni e cresciuto le nuove generazioni con una cultura condivisa. Erano filologi e folcloristi (oggi si direbbe antropologi culturali) e quello era il loro terreno specialistico. Non avrebbero davvero immaginato che la loro fatica avrebbe travalicato i confini del loro paese e della storia.

Eppure, nel 1812, alla prima uscita del loro libro, si gridò allo scandalo: proporre alle creature innocenti storie cruente andava contro ogni buon senso pedagogico. Soltanto ora, che l’editore Donzelli ha pubblicato buona parte delle fiabe della prima edizione, scopriamo che quelle fiabe sono ben diverse da quelle che conosciamo: Principessa Pel di topo e altre 42 storie da non perdere, infatti, mostra madri assassine e bambini sconsiderati, che per giocare al macellaio ammazzano il fratellino. I Grimm non se la presero più di tanto: i loro ideali libertari valevano più di ogni umiliazione editoriale, erano tedeschi e determinati. Sarebbe bastato aggiustare il tiro, fare qualche correzione, salvare l’immagine sacra della madre (attribuendo ogni nefandezza alle matrigne, comuni in tempi in cui si moriva facilmente di parto), rivestire il passato dei sogni borghesi delle famiglie, per averla vinta. Nel corso della loro vita fecero sette edizioni del loro libro, trasformandolo da una testimonianza popolare in un gioiello letterario.

A salvare la loro fatica contribuì Walt Disney, quando puntò sui Grimm per i lungometraggi in cartone animato, avendo fallito una prima volta con Alice di Carroll, un tentativo oggi dimenticato, che lo portò quasi alla rovina. Alle correzioni apportate dai Grimm si aggiunse la rilettura in base al sogno americano e fu un trionfo: Biancaneve (nell’originale non era la matrigna, ma la madre, a far uccidere la bambina), Cenerentola (con una Fata Madrina grassoccia e paciosa), La bella addormentata e poi Raperonzolo e La bella e la bestia, ripescata dai salotti di Versailles.

Intanto gli studiosi scoprivano che la stessa fiaba vive, in varianti simili, dal nord al sud, dalla Norvegia al napoletano, e che di Cenerentole ce ne sono più di trecento, dall’antico Egitto alla Cina: ce ne hanno appena dato una scelta Vinicio Ongini e Chiara Carrer, per la Sinnos: Le altre Cenerentole, giro del mondo in ottanta scarpe. Matteo Sanfilippo, in Il Medioevo secondo Walt Disney ci aveva avvertito che le fiabe europee che ci venivano proposte non erano più le stesse.

La rivoluzione pedagogica del Sessantotto si schierò invano contro le fiabe, che tramandavano storie di un mondo ingiusto e angusto, dove i diritti degli umili venivano calpestati e le fanciulle relegate accanto al focolare: Bruno Munari propose storie senza maghi e senza streghe, senza principesse e castelli incantati, per crescere una nuova generazione di individui consapevoli dei propri diritti e liberi di fare le proprie scelte. Ci pensarono gli psicanalisti a dire che le fiabe erano come i miti greci, il catalogo degli archetipi, riprendendo Propp, l’antropologo russo che Gianni Rodari ci faceva scoprire con la Grammatica della fantasia, mettendoci a parte dei segreti degli scrittori. Bruno Bettelheim in Il mondo incantato intanto le rivalutava come momento di iniziazione per ogni sana crescita. Lo aveva già ribadito anche Italo Calvino, negli anni Cinquanta, costretto dall’editore Einaudi a varare le Fiabe italiane attingendo ai repertori dei folcloristi: alla fine le fiabe avevano affascinato anche lui, che divenne il Grimm italiano. Come se non bastasse, gli studiosi del nostro cervello, che stanno studiando come si forma il pensiero, ipotizzano che gli archetipi fiabeschi siano componenti del Dna, facciano parte della nostra eredità biologica. Va a finire che la scienza e la tecnologia, invece di sconfiggere le fiabe, ne diventano le prime alleate.

* Giornalista, scrittrice, esperta di letteratura per l’infanzia

Chi erano i fratelli Grimm: Jacob e Wilhelm, due austeri accademici

Si chiamavano Jakob Ludwig Karl e Wilhelm Karl, ma sono per tutti da sempre i fratelli Grimm. Sono stati due illustri studiosi, professori universitari, che ancora oggi nell’accademia tedesca godono di un rispetto assoluto. Considerati «i padri della germanistica», al loro nome risultano intitolate piazze e strade in Germania: dal 1990 al 2002 il loro ritratto compariva sulla banconota da mille marchi, il taglio più alto. Un monumento li vede insieme, uno seduto, l’altro in piedi, in una piazza di Hanau, dove videro la luce.

Jakob era del 1785, Wilhelm del 1786, rispettivamente secondo e terzo di una nidiata di nove bambini, tre dei quali vennero a mancare prestissimo Nel 1791 la famiglia si trasferì a Steinau, un grosso centro sulla strada fra Francoforte e Lipsia. Nel 1796 il padre morì e la madre fu aiutata a tirare avanti dai suoi parenti; fu grazie ai soldi di una zia che i due ragazzi riuscirono ad andare a studiare al Friedrichsgymnasium di Kassel.

Insieme fuori casa, condividevano gli stessi studi: il loro rapporto divenne sempre più stretto. Si diplomarono nel 1803 e 1804, con un qualche ritardo per problemi di salute. Si iscrissero all’Università di Marburg, dove seguirono corsi di diritto, incontrando studiosi come de Savigny e Winchler che insegnarono loro, soprattutto a Jakob, l’importanza di ricostruire la storia di un popolo attraverso legislatura, linguistica, letteratura. Wilhelm scoprì la vocazione per la poesia e la narrativa: le loro strade tuttavia non si divisero perché i loro interessi risultarono complementari.

Inoltre fecero fronte comune negli anni di studio, allorché si accorsero come in Università le differenze sociali avessero un peso rilevante e gli studenti non fossero tutti trattati allo steso modo. Jakob andò a Parigi, come assistente di de Savigny, per studiare diritto medievale. Rientrò in patria; alla morte della madre divenne bibliotecario a Kassel e nel 1812 scrisse col fratello il primo volume dei Kinder-und Hausmärchen, le fiabe dei bambini e del focolare. L’opera si completerà con altri due volumi nel 1815 e nel 1822. La vita di Jakob, che pure si sposò, fu abbastanza avventurosa: fra il 1914 e il 1815 fu di nuovo a Parigi per riportare in patria antichi manoscritti medievali presi dalle truppe di Napoleone. Pubblicò il primo volume della Deutsch Grammatik e si occupò di importanti fenomeni linguistici: sua la famosa «legge di Grimm» che spiega il cambiamento che le consonanti subirono in antico alto tedesco, rispetto a greco e latino. Professore e bibliotecario a Gottinga, si dedicò a studiare mitologia e saghe germaniche, ma questo non gli impedì di prendere parte attiva alla politica del suo tempo: con l’inseparabile fratello fu tra i sette professori che protestarono nel 1837 contro la revoca della costituzione democratica da parte del re Ernesto Augusto I. Persero tutti il posto ed alcuni vennero deportati: i Grimm tornarono a Kassel in ristrettezze economiche. In quel periodo Jakob iniziò a lavorare al monumentale Deutsch Wörterbuch, ancora oggi punto di riferimento con i suoi 33 volumi. Dal 1841 fu all’Università di Berlino ed ebbe anche una breve esperienza al Parlamento di Francoforte.

La sua vita si chiuse nel 1863, dopo aver visto morire Wilhelm che si era spento nel 1859. Il minore dei Grimm aveva insegnato linguistica, ma poi a Berlino era passato allo studio della poesia medievale nella cultura del nordeuropea (runico e danese).

La sua opera più importante fu Die deutsch Heldensagen, del 1822, una raccolta di documenti e studi sulle origini della epopea leggendaria di area germanica. Era il poeta, fra i due, e la sua sensibilità lo portò a rielaborare il materiale di quelle fiabe che col fratello raccoglieva dalla viva voce di narratori e narratrici popolari. Il gatto con gli stivali, Biancaneve, Hansel e Gretel, Raperonzolo, Cenerentola, Il lupo e i sette capretti: sono solo alcuni dei titoli di racconti fiabeschi che nelle intenzioni dei Grimm furono trascritti per creare una base dell’identità nazionale germanica. La nazione era all’epoca divisa in tanti piccoli stati, ma unita dalla lingua. Si tratta di fiabe che affondano le loro radici in un mondo antico, popolato di streghe, foreste, lupi, gnomi; non è un mondo sereno: tutt’altro. Il sangue scorre, i bambini sono esposti all’abbandono. Non sono favole per piccoli, ma lo sono diventate. Gli psicologi le definiscono rappresentazioni simboliche delle paure infantili, addirittura «rappresentazioni di miti freudiani», come afferma Bettelheim. Gli studiosi hanno discusso se possano essere prodotto della tradizione alchemica ed ermetica. Comunque sia, ci regalano uno spaccato del Nord, di un orizzonte lontano dalla luce mediterranea, dove il sesso è assente, ma su tutto domina un’inquietante presenza della morte, che può essere esorcizzata attraverso l’amore.

I Grimm hanno raccolto un patrimonio che spiega molti aspetti della storia europea del secolo scorso; si tratta di racconti su cui meditare, perché Biancaneve, Raperonzolo e gli altri sono personaggi molto meno ingenui e neutri di quanto comunemente si pensa.

Elena Giannarelli

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