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Le parole di Sanremo, non solo banalità

A Sanremo 2016 siamo lontani dalle rime baciate, dalle esibizioni di trasgressività fine a se stessa, e talvolta, e per fortuna, dal pezzo confezionato su misura per tre minuti sul palco. I testi non rimarranno probabilmente negli annali della canzone italiana, ma almeno ci dicono qualcosa della vita e delle sue trasformazioni epocali.

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Carlo Conti a Sanremo 2016

Basta azzeccare un’alchimia che nei tre minuti della canzone decide il destino di un bel po’ di gente. Se va va. A cominciare dalla musica che però da sola può e non può. La canzone è fatta anche di parole, a meno che non sia solo suonata. Ma a Sanremo non puoi mica recitare il testo, lo devi cantare. Da sempre gli addetti ai lavori, e con qualche ragione, sostengono che la canzone è una cosa, la poesia un’altra, anche se con alcune eccezioni. Spesso dall’Ariston ci sono arrivate canzoni prefabbricate, fatte apposta per quei pochi giorni che però cambiano la vita di molti.

Ma la domanda è: da quel palco può arrivare qualcosa di buono, buono davvero, che vada oltre il corteggiamento delle giurie, dell’ammiccamento, della furbetta allusione alle cronache dei propri tempi?

Esiste la grande bellezza di un testo, anche nelle notti di febbraio, quelle consacrate al festival, sulla Riviera?

Magari non la bellezza esemplare, quella che ti fa gridare al capolavoro, ma qualcosa che va oltre la stretta osservanza sanremese sì. «La borsa di una donna», ad esempio, cantata da Noemi, ma scritta, a più mani, da Marco Masini, che di battaglie canore se ne intende, Marco Adami e Antonio Iammarino, uno che ha scritto testi di canzoni per la Mannoia, per lo stesso Masini, per Raf, insomma per gente che alle parole giuste ci tiene. Parole che entrano nelle cose, senza corteggiarle, che affrontano i sentimenti, senza farli scadere nell’ovvio, e parlano delle speranze che sono stupende, e che servono, ci mancherebbe, ma che ci impediscono nello stesso tempo di guardare al nostro presente, con quel «ricordare e progettare/ scordandoti di vivere adesso».

Anche il solito non-sense di Elio e le storie tese, «Vincere l’odio», e qui siamo –paradossalmente - sul politicamente corretto, si fa largo piacevolmente, senza corteggiare la volgarità, la concessione alle piccole e ipocrite «trasgressioni» spesso fatte apposta per strappare l’applauso, con incursioni perfino negli Atti degli Apostoli, nella questione meridionale, nell’ incombente dimensione della diversità sessuale.

Non male pure le parole di «Un giorno mi dirai» degli Stadio, ma qui ci si sarebbe atteso qualcosa di più, anche se il rapporto padre-figlia è trattato con delicatezza. Il rischio che poteva correre «Wake up» cantata da Rocco Hunt, al secolo Rocco Pigliarulo, era quello di far diventare banalità sanremese perfino la denuncia politica: rischio aggirato grazie all’autoironia («un lavoro manca sempre, per fortuna abbiamo il groove») e un mai melodrammatico occhio puntato su problemi reali, non solo del proletariato urbano («Noi con la partita Iva, moriremo qua aspettando»).

Il tema della fuga dalla pazza folla è affrontato dalla canzone di Arisa, «Guardando il cielo», il cui testo è opera di Giuseppe Anastasi, allievo della scuola di Mogol e autore di brani di successo. La scelta della vita in paese non è solo romantica comunione con la natura, ma scelta di campo a favore della cultura antica, tanto derisa, oggi, dal sistema mediatico («eppure sai che ogni notte prima di dormire io/ che ho preso tutto da mia nonna faccio una preghiera a Dio»).

Un certo impegno non esibito è presente nella canzone di Francesca Michielin «Nessun grado di separazione», che suggerisce il tema dell’unione d’amore come partecipazione al movimento complessivo della creazione: «siamo una sola direzione in questo universo/ che si muove. Nessun grado di separazione/, nessuna divisione». Anche qui c’è dietro gente esperta, in questo caso Federica Abbate, giovane ma affermata autrice di grandi successi, Cheope, vale a dire Alfredo Rapetti Mogol e Fabio Gargiulo.

Anche Clemente Maccaro, alias Clementino, riesce a dare un senso non solo sanremiano al suo rap, che è legato alla realtà non solo di oggi, ma di sempre: l’emigrazione, ed insieme una testimonianza di fraternità «terminale», non romanticheggiante o salottiera («Perché se cadrai io ti rialzerò/ o mi sdraierò qui vicino a te») e di spirito costruttivo al di là degli atteggiamenti trasgressivi: «Perciò mi tengo stretto tutto quello che ho/ pregando che dall’alto qualcuno ci salvi, perciò/ chi porta i figli a scuola tutti i giorni spera in un futuro migliore». Forse, nel rapporto complessivo testo-musica, la migliore del lotto.

A Sanremo 2016 siamo lontani dalle rime baciate, dalle esibizioni di trasgressività fine a se stessa, e talvolta, e per fortuna, dal pezzo confezionato su misura per tre minuti sul palco. I testi di cui abbiamo parlato non rimarranno probabilmente negli annali della canzone italiana, ma almeno ci dicono qualcosa della vita e delle sue trasformazioni epocali.

Fonte: Sir
Le parole di Sanremo, non solo banalità
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