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San Miniato, in attesa di «Finis Terrae» trionfa il «Gesù» di Beppe Dati

A far da corona allo spettacolo principale della Festa del Teatro di San Miniato, altri cinque spettacoli, tra cui «Il mio Gesù», testi e musiche di Beppe Dati, andato in scena il 7 luglio.

Percorsi: San Miniato - Teatro
Un momento dello spettacolo di Beppe dati «Il mio Gesù»

Morte e speranza confuse sui volti spauriti di clandestini che affrontano il mare e la malvagità degli uomini alla ricerca di un approdo per una vita appena dignitosa. Tragedia di un mondo diviso tra chi ha tutto e chi non ha niente. Povertà materiale e spirituale, accoglienza e discriminazione. È in questi temi il nucleo palpitante di «Finis Terrae», spettacolo nato da un'idea di Antonio Calenda su drammaturgia di Gianni Clementi che la Fondazione Istituto Dramma popolare e il Teatro stabile del Friuli Venezia Giulia si apprestano a mettere in scena in collaborazione e nella cornice della Festa del Teatro di San Miniato, dal 17 al 23 luglio, nella storica piazza del Duomo della cittadina in provincia di Pisa.

«Il Dramma popolare di San Miniato, dunque, ha scelto quest’anno – spiega il direttore artistico Piero Ciardella – di affrontare un tema di drammatica attualità e di dimensioni epocali, pur tuttavia l’intento dell’opera non è solamente quello di descrivere uno dei tanti sacrifici umani che si consumano nelle coste della nostra nazione e di cui la cronaca quotidianamente ci dà conto, ma di richiamare l’attenzione più in generale sulle molteplici forme di povertà che in maniera crescente obbligano una gran parte dell’umanità a vivere in condizioni di assoluta precarietà».

A far da corona allo spettacolo principale, il cartellone della edizione 2014 del Festival ha previsto altri cinque spettacoli la cui prerogativa è quella di aprire l’orizzonte verso una pluralità di forme espressive. Tra questi uno spettacolo di testi e canzoni firmato da uno tra i più importanti e apprezzati compositori italiani, Beppe Dati, che il 7 luglio ha proposto «Il mio Gesù», un'opera che ripercorre la vita di Gesù e della Palestina dal 60 avanti Cristo fino alla Resurrezione attraverso la narrazione di coloro che ne furono testimoni oculari. Si tratta di un percorso interiore molto intimo e personale con cui l'autore, che si dichiara esplicitamente «non credente», cerca di evidenziare nella vita di Gesù di Nazaret quei tratti di umanità che rendono ancora oggi il suo messaggio un riferimento prezioso a quanti, animati da «buona volontà», sono in cerca della Verità. Lo spettacolo, carico di tensione e slancio spirituale, si compone di canzoni inedite e di testi poetici che si illuminano a vicenda dando vita ad una sorta di Vangelo cantato che restituisce contemporaneità alla vita esemplare di Gesù di Nazaret.

«Non c'è niente da fare, nonostante la mia mancanza di fede, devo ammettere che Gesù è ancora vivo in me», dichiara Beppe Dati. E ci possiamo credere, perché lo si coglie appieno in quello che lui definisce il suo «piccolo contributo alla riscoperta della nostra essenza» e che, a giudizio di chi (causa maltempo) ha affollato la Cattedrale di San Miniato (anziché la piazza), è in realtà un piccolo, e nemmeno tanto piccolo, capolavoro: una settantina di quadri, per altrettanti brani musicali o recitati, che ripropongono un entusiasmante ed ispirata storia di Cristo per quasi due ore di intensa emozione. Belle le musiche, belli i brani, bravi gli attori, i cantanti, il coro, il regista Pier Paolo Pacini, l'arrangiatore Lorenzo Piscopo…. Che dire? Se qualcuno vuole fare un confronto con il mitico «Jesus Christ Superstar» ha per materia per farlo. Nel «Mio Gesù», che non è e non vuole essere un musical ma un'opera musicale moderna senza messa in scena, c'è poesia in più. Basterebbe pensare all'intensità del ruolo della madre, alla forza della maternità, alle tante «Marie» a cui dopo la morte di Gesù (quando cantano solo le donne) è affidato il lamento «Oh figlio, figlio, figlio» o l'invocazione «Figlio dei miei sogni».

Verrebbe da dire, contraddicendo il maestro Dati, che c'è anche fede in più. Senza fede, infatti, difficilmente si potrebbe concepire la resurrezione come l'ha concepita lui («Miriam») e non si arriverebbe allo stupendo epilogo del «Lui è vivo!».

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