Chiesa italiana
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Cei la prolusione del card. Bagnasco al Consiglio permanente

Pubblichiamo il testo integrale della prolusione del card. Angelo Bagnasco al Consiglio permanente della Cei (Roma 25-27 gennaio 2016).

Il cardinale Angelo Bagnasco (Foto Sir)

Cari Confratelli,

questa è la prima convocazione del Consiglio Permanente dopo l’esperienza forte e feconda del Convegno ecclesiale, nel quale la Chiesa italiana ha meditato con attenzione sull’uomo e sulla sua vocazione in Cristo, alla riscoperta di un umanesimo più completo, di un’antropologia che, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, sia al tempo stesso più adatta alla sensibilità e alle circostanze odierne. E ciò affinché il Vangelo sia meglio accolto nel suo nucleo che è l’incontro con Cristo – “Abbiamo incontrato il Messia” (Gv 1, 41) – e nelle sue ricadute esistenziali.

L’eredità spirituale del Convegno di Firenze
Quelli di Firenze sono stati giorni di riflessione e confronto, a partire da un umile atteggiamento di ascolto della Parola del Signore, del Magistero papale, delle esperienze individuali e dei diversi punti di vista. In una parola, è stata un’esperienza di Chiesa – preparata per mesi – attraverso la quale abbiamo toccato la ricchezza e la bellezza della comunione, resa possibile e alimentata dallo Spirito.

La sinodalità, di cui tutti i partecipanti al Convegno hanno goduto, ne rappresenta il frutto più prezioso. Ed è la via che con forza continueremo a percorrere, come Chiesa italiana, a livello di singole comunità e Chiese particolari, nelle Conferenze Regionali e in quella Nazionale: tutti siamo posti sotto l’obbedienza di Cristo e al tempo stesso siamo spinti all’ascolto vicendevole, al discernimento comunitario e all’azione comune. In tal modo, obbedienza e corresponsabilità si illuminano e si completano a vicenda.

Nelle conclusioni del Convegno, alla luce delle indicazioni del Santo Padre e del ricchissimo materiale, ho tentato di raccogliere quattro temi connessi tra loro. Li presento alla condivisione e al discernimento di questo Consiglio, nella prospettiva della seconda parte del decennio. Anzitutto la missionarietà nella sua duplice forma – “programmatica e paradigmatica”[1] – che sempre più deve dare forma ad ogni nostra azione ecclesiale, ed è il presupposto di ogni attività educativa, in quanto annuncia Cristo, fondamento, modello e pienezza dell’umano. La Chiesa è missionaria per sua natura: tale slancio va comunque rinvigorito e ringiovanito, in modo che essa resti sempre aperta e protesa verso tutti, mossa dal desiderio di portare ovunque il Vangelo. In secondo luogo, l’attenzione alla famiglia, perché le sia conferita la centralità che le spetta sia nella Chiesa, quale soggetto attivo dell’evangelizzazione, sia nella società. Mai dobbiamo dimenticare l’identità propria della famiglia e la sua importanza per la stabilità e lo sviluppo economico del Paese, nonché l’imprescindibile ruolo che riveste per l’educazione delle nuove generazioni.

Il terzo ambito è quello della scuola, il più ampio spazio sociale che ha il compito di affiancare la famiglia per coadiuvarla, secondo le proprie prerogative, nell’educazione dei figli. Essa deve essere maggiormente sostenuta e valorizzata, in modo che sempre meglio sia luogo di autentica formazione integrale e non solo di trasmissione di nozioni o capacità tecniche. Il mondo della scuola e quello della famiglia sono chiamati sempre più a interagire con rispetto e spirito costruttivo in ordine alla formazione integrale delle giovani generazioni. La Chiesa, animata dalla sua missione, è pronta a condividere il suo consolidato patrimonio educativo.

Infine, ma non ultima per importanza,  c’è la cattedra dei poveri, nei quali il Signore si rende presente in modo singolare e dai quali, servendo, a qualunque età siamo ricondotti all’essenziale, e a riconoscerci poveri noi stessi.

A Firenze ci ha richiamato all’opzione preferenziale per i poveri lo stesso Santo Padre, insieme al compito – come Chiesa italiana – di mantenere vivo il dialogo e il confronto con le diverse culture presenti sul nostro territorio. «Mi piace una Chiesa italiana inquieta – ci ha detto – sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero – ha aggiunto – una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà».[2] Sentiamo ancora in noi il calore e l’intensità con cui ci ha indicato questa meta alta: tenerla come riferimento costante e normativo, ci aiuterà a verificare le scelte pastorali delle nostre Diocesi come dell’intera nostra Conferenza.

L’Anno della Misericordia
Un motivo di crescita individuale e comunitaria ci è offerto dall’Anno Santo in corso. Papa Francesco l’ha indetto sulla scorta dell’intuizione e della profonda persuasione che solo alla scuola della misericordia – comandamento e cuore stesso di Dio – il nostro mondo può ritrovare la speranza e percorrere la via della pace. Senza misericordia, ci si affida a una giustizia solo formale che non rende ragione dei bisogni più profondi dell’uomo e, al più, dà a ciascuno il suo senza tenere conto del bisogno di comprensione, di amicizia e di perdono, radicato nel cuore di ogni persona. Il Giubileo della misericordia ci insegni, quindi, a guardare le persone e le cose con occhi di bontà, sapendo che, così, le comprenderemo più a fondo, poiché la benevolenza si avvicina alla verità molto più del rancore o dell’indifferenza. Le nostre comunità divengano sempre più luoghi ospitali e accoglienti, in cui le inevitabili e salutari differenze sono occasione di crescita, e non di divisione.

Siano valorizzate in tutte le diocesi le Porte Sante. Anche questo aspetto peculiare del Giubileo è stato caratterizzato dalla sapienza pastorale del Papa. Egli ha stabilito che ogni Chiesa particolare abbia almeno una Porta Santa nella sua Chiesa Cattedrale, per rendere evidente che – direbbe Gesù alla Samaritana – Dio non lo si adora in un posto più che in un altro, poiché egli cerca adoratori in Spirito e verità. E per ricevere misericordia e donarla a propria volta, si deve servirlo nel luogo in cui ci ha posti, e amarlo nelle persone che abbiamo a fianco. Tale decentramento, che raffigura l’universalità del dono di Dio, ha caratterizzato questo tempo di grazia fin dall’apertura della prima Porta Santa, a Bangui, che Papa Francesco ha definito come la capitale spirituale del mondo. Questo gesto, tanto significativo, ci insegna che il centro sta dove abita Dio, e che egli dimora anzitutto negli ultimi. Tale consapevolezza, che l’Anno santo ci aiuta a mantenere viva, sia una fonte perenne di conversione, rinnovamento e crescita in ogni attività ecclesiale e nella missione evangelizzatrice.

Pastori e cittadini
In quanto cittadini e Pastori sentiamo il dovere di esprimere alcune meditate considerazioni sul momento storico che la nostra società sta attraversando. Ogni nostra parola, come sempre, vuole essere rispettosa dei ruoli, e ha lo scopo di contribuire alla difficile costruzione del bene comune: nasce dall’amore per il nostro Paese e dalla missione di servire anche dando voce alle  preoccupazioni della gente comune, accanto alla quale abbiamo la grazia di vivere.

Continuano – con alcune alternanze - voci autorevoli circa la ripresa complessiva dell’economia: ce ne rallegriamo, ma siamo quotidianamente testimoni  che, nelle nostre parrocchie e comunità, le ricadute sul piano concreto non si notano ancora. Condividiamo l’umiliazione di giovani che bussano invano alla porta del lavoro e, quindi, non riescono a farsi una famiglia; sentiamo la sofferenza – non di rado sul filo dello scoraggiamento e della resa – di adulti che, dopo aver perso l’occupazione, da anni resistono grazie a lavori occasionali o alla provvidenza dei nonni. Veramente chi non ha lavoro sente di perdere anche la propria dignità! A costoro – che sono folla – diciamo sommessamente di non arrendersi, che la Chiesa è vicina; che insieme cerchiamo strade non solo di immediato sostegno, ma anche di nuove opportunità lavorative.

Gli sforzi che la comunità cristiana compie, e che negli ultimi anni si sono giustamente moltiplicati, sono grandi; ma siamo coscienti dei limiti e dei compiti che abbiamo, consapevoli che la prima responsabilità di creare lavoro e occupazione è altrove. Comunque, continueremo a tentare ogni via che l’amore a Cristo e alla gente ci suggerisce possibile, alla luce della misericordia e delle sue opere. Anche sul piano della solidarietà sociale, vediamo una contrazione preoccupante a diversi livelli, con indigenti di ogni tipo: bambini e anziani, donne e uomini. Purtroppo – e non è una sorpresa – aumentano anche il disagio psico-relazionale e gli stati ansiosi dovuti alla preoccupazione per il futuro dei figli, e ciò accresce le difficoltà nei rapporti familiari, nonché nella possibilità di trovare e di tenere il lavoro.

Mi si permetta ora di ricordare  alcuni dati che descrivono una certa realtà che non deve diventare invisibile agli occhi di nessuno: cifre che aiutano la percezione delle cose e la direzione dell’impegno. Gli ultimi dati ISTAT confermano che oltre quattro milioni di persone nel nostro Paese vivono in condizione di povertà assoluta. L’ultimo rilevamento della nostra Caritas, risalente al 2014, dice che circa un milione e duecento mila persone sono state aiutate dai Centri di Ascolto delle comunità cristiane. I problemi maggiormente persistenti risultano essere quelli economici, di lavoro e abitativi. I sei milioni e trecento mila pasti erogati, sempre nello stesso anno, dalle 353 mense della Caritas – a cui bisogna aggiungerne almeno altrettanti, assicurati da Parrocchie, Istituti religiosi, associazioni varie – indicano chiaramente l’esistenza di un vero e proprio “disagio alimentare”. Lo stesso deve dirsi per la distribuzione dei “pacchi viveri”:  risultano essere oltre sei milioni e mezzo solo quelli dati dai centri coordinati dalla Caritas. A ciò si affiancano forme  nuove di intervento come, ad esempio, una cinquantina di “empori-market solidali”. Va anche segnalato – significativo indice della realtà che stiamo vivendo – un aumento della richiesta di soli interventi di ascolto, segno di una solitudine crescente e del tentativo di non affondare nelle sabbie mobili della invisibilità. Oltre a questa vasta e capillare prossimità – possibile grazie anche all’otto per mille che gli Italiani destinano alla Chiesa cattolica – è in atto da qualche anno un’ “Alleanza contro la povertà”: vi partecipano oltre trenta organismi del mondo ecclesiale, sociale, sindacale, per promuovere – fra l’altro – il “reddito di inclusione” sociale, al fine di contrastare la povertà assoluta mediante l’integrazione di sostegno al reddito individuale, nonché tramite un’adeguata politica dei servizi come il lavoro, l’istruzione, la salute...

Rileviamo queste cose soltanto per riconoscere la forza della gente, la sua persistente capacità di tenuta nonostante tutto, la possibilità di fare reti virtuose, la voglia di lottare e di tenere accesa la fiammella della fiducia. C’è un bene sommerso che non fa notizia, ma crea rapporti e segna la vicenda umana: va incoraggiato per far crescere il fronte della generosità e del servizio ai poveri e agli indigenti, perché la vita di tante persone richiede risposte concrete e tempestive.

Lo scrigno della famiglia
In questa linea sentiamo il dovere di rilanciare la voce della famiglia – tesoro inesauribile e patrimonio universale – perché sia tutelata, promossa e sostenuta da politiche veramente incisive e consistenti: sono la condizione per aiutare – come già avviene in altri Paesi – la nascita dei figli che – come ha detto Papa Francesco – “non sono un problema di biologia riproduttiva”; tra l’altro, “una società avara di generazione, che non ama circondarsi di figli, che li considera soprattutto una preoccupazione, un peso, un rischio, è una società depressa”[3]. Per questa ragione, come abbiamo rilevato altre volte, l’indice di natalità è un segnale decisivo per valutare lo stato di un Paese, e pertanto dovrebbe essere da tutti meglio considerato.

Inoltre, sempre più vengono a galla – nel sentire della gente – l’amore e la convinzione per cui la famiglia, come prevede la nostra Costituzione, è il fondamento e il centro del tessuto sociale, il  punto di riferimento, il luogo dove ricevere e dare calore, dove uscire da sé per incontrare l’altro nella bellezza della complementarietà e della responsabilità di nuove vite da generare, amare e crescere. Per questo ogni Stato assume doveri e oneri verso la famiglia fondata sul matrimonio, perché riconosce in lei non solo il proprio futuro, ma anche la propria stabilità e prosperità. Auspichiamo che nella coscienza collettiva mai venga meno l’identità propria e unica di questo istituto che, in quanto “soggetto titolare di diritti inviolabili, trova la sua legittimazione nella natura umana e non nel riconoscimento dello Stato. Essa non è, quindi, per la società e per lo Stato, bensì la società e lo Stato sono per la famiglia”[4].

Sul fronte vitale della famiglia si è accesa una particolare attenzione e un acceso dibattito. È bene ricordare che i Padri costituenti ci hanno consegnato un tesoro preciso, che tutti dobbiamo apprezzare e custodire come il patrimonio più caro e prezioso, coscienti  che “non può esserci  confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione”[5]. In questo scrigno di relazioni, di generazioni e di generi, di umanesimo e di grazia, vi è una punta di diamante: i figli. Il loro vero bene deve prevalere su ogni altro, poiché sono i più deboli ed esposti: non sono mai un diritto, poiché non sono cose da produrre; hanno diritto ad ogni precedenza e rispetto, sicurezza e stabilità. Hanno bisogno di un microcosmo completo nei suoi elementi essenziali, dove respirare un preciso respiro: “I bambini hanno diritto di crescere con un papà e una mamma. La famiglia è un fatto antropologico, non ideologico”[6].

I Vescovi sono uniti e compatti nel condividere le difficoltà e le prove della famiglia e nel riaffermarne la bellezza, la centralità e l’unicità: insinuare contrapposizioni e divisioni significa non amare né la Chiesa né la famiglia. Costituiti messaggeri e araldi del Vangelo della famiglia e del matrimonio, non solo crediamo che la famiglia è “la Carta costituzionale della Chiesa”[7], ma anche sogniamo un “Paese a dimensione familiare”, dove il rispetto per tutti sia stile di vita, e i diritti di ciascuno vengano garantiti su piani diversi secondo giustizia. La giustizia, infatti, è vivere nella verità, riconoscendo le differenti situazioni per quello che sono, e sapendo che – come ha ribadito il Santo Padre - “quanti (…) vivono in uno stato oggettivo di errore, continuano ad essere oggetto dell’amore misericordioso di Cristo e perciò della Chiesa stessa”[8]. I credenti hanno il dovere e il diritto di partecipare al bene comune con serenità di cuore e spirito costruttivo, come ha ribadito solennemente il Concilio Vaticano II: spetta ai laici “di iscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Assumano la propria responsabilità alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero”[9].

Interpellati da migranti e perseguitati
Nel 2015 sono continuati gli arrivi di migranti che – in fuga da guerre, disastri ambientali, miseria e persecuzioni politiche e religiose – si sono riversati specialmente sulle coste della Grecia e dell’Italia. La persistenza dei viaggi della disperazione e delle atrocità che si continuano a perpetrare contro i cristiani e le altre minoranze religiose ed etniche, non deve provocare l’assuefazione nell’opinione pubblica mondiale. Davanti alle tragedie umane, che si consumano quotidianamente nella vita di questi fratelli, nessuno può rassegnarsi a una cultura dell’indifferenza. Sembra anche che vi sia una singolare differenza di reazione emotiva e politica rispetto a morti e vittime, quasi che la loro dignità dipendesse da classi o caste diverse a seconda dei Paesi di provenienza!

L’Europa e l’Onu devono farsi carico della responsabilità di individuare e consolidare soluzioni che vadano alla radice di situazioni, che gettano un’ombra pesante sulla stessa civiltà. È necessario altresì sollecitare una nuova politica migratoria in Europa, affinché i Paesi dell’Unione non si chiudano, limitando la libera circolazione e riducendo l’impegno condiviso dell’accoglienza.

È un pericolo da scongiurare anche attraverso una politica delle migrazioni, che non si limiti a segnalare problemi e pericoli, ma li rilegga alla luce della situazione demografica, economica, culturale e sociale dell’Europa.

Invitiamo le comunità ecclesiali, il mondo dell’associazionismo e della cooperazione, a fare in modo che i molteplici segni di accoglienza in atto sollecitino la politica locale e nazionale. Ad oggi sono oltre 27mila coloro che sono ospitati nelle nostre strutture, anche in risposta all’appello del Santo Padre dello scorso 6 settembre. È comunque necessario superare soluzioni affidate solo alla generosità di singoli e di organismi, favorendo un’accoglienza diffusa, che sappia accompagnare e valorizzare la presenza di tanti fratelli e sorelle nei quali si riflette – come in ogni bisognoso – il volto stesso del Signore.

Cari Confratelli, vi ringrazio per la vostra consueta e fraterna attenzione, mentre poniamo con fiducia i nostri lavori sotto lo sguardo di Maria, Madre della Chiesa e della Misericordia.

card. Angelo Bagnasco
presidente della Conferenza episcopale italiana

[1] Francesco, Discorso al Celam, Rio de Janeiro, 28 luglio 2013.

[2] Francesco, Incontro con i rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015.

[3] Francesco, Catechesi,11 febbraio 2015.

[4] Compendio della Dottrina Sociale, n. 214.

[5] Francesco, Discorso alla Rota Romana, 22 gennaio 2016.

[6] Francesco, Discorso ai partecipanti al Colloquio internazionale sulla complementarietà tra uomo e donna, 17 novembre 2014.

[7] Francesco, Catechesi,7 ottobre 2015.

[8] Francesco, Discorso alla Rota Romana, 22 gennaio 2016.

[9] Gaudium et Spes, n. 43.

Cei la prolusione del card. Bagnasco al Consiglio permanente
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