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Arezzo, lettera pastorale di mons. Fontana: «Va’, ripara la mia chiesa»

Nel giorno dell’anniversario della Dedicazione della Cattedrale di Arezzo, l'arcivescovo Riccardo Fontana ha reso nota la sua settima Lettera Pastorale, nella quale annuncia il Sinodo diocesano.

Mons. Riccardo Fontano

In occasione dell’anniversario della Dedicazione della Cattedrale di Arezzo, il 27 agosto, come da tradizione, il vescovo Riccardo ha reso nota la sua VII Lettera Pastorale, dal titolo di francescana memoria «Va’, ripara la mia casa».

È convinzione di mons. Fontana che la Chiesa aretina, pur bellissima, abbia bisogno di restauro, come un antico edificio prezioso, pur segnato dal tempo.

«Così come fecero i vescovi miei predecessori, è necessario convocare tutto il popolo, clero e laici, per ritrovare l’identità comune in cui tutti possano riconoscersi – ricorda mons. Fontana, sottolineando che «questa opera complessa potrà avvenire con un Sinodo Diocesano, se così parrà opportuno alla nostra comunità ecclesiale». Ne offriamo un’ampia sintesi. In allegato il testo integrale.

Sintesi della Lettera Pastorale «Va’, ripara la mia chiesa» (2016 – 2017)

La Chiesa aretina è bella perché piena di diversità e tradizioni rispettose per l’uomo. Chi vuole farne parte in modo proficuo è bene che resista alla tentazione del «si è fatto sempre così».

Prima parte

La visita pastorale sta insegnando che è necessario ridare attenzione alle realtà locali, anche a quelle più piccole, ma soprattutto ai laici che in genere sono propositivi, franchi e attratti dall’essenziale.

Il coraggio del nuovo è necessario per costruire insieme un progetto identitario.

Avanzare senza paura dentro il tempo di oggi, rifiutando i pregiudizi segnalati da Papa Francesco: «accidia egoista, pessimismo sterile, mondanità spirituale» dove le apparenze e la gloria per sé contano più della diffusione del Vangelo. Occorre evangelizzare tutti, evangelizzare insieme.

Seconda parte

Come far capire che cos’è la Chiesa? Giova ricorrere a immagini, come fecero i Padri del Concilio Vaticano II.

Tra le similitudini usate dalla Bibbia, quella di «tempio santo» più si adatta alla nostra Chiesa diocesana attuale, uno splendido edificio, bisognoso di restauro.

Per costruire il tempio di Gerusalemme Davide disse a suo figlio Salomone di chiamare gli artisti più bravi, senza badare alla loro nazionalità. Anche noi dobbiamo imparare a fare lo stesso.

Per aiutare i nostri laici sul territorio, servono preti bravi, non importa quale passaporto abbiano, purché innamorati di Dio e pieni di amore verso la nostra gente.

Insegna san Pietro che tutti noi siamo come pietre utili a costruire un edificio. Il laicato deve imparare a fare la propria parte. Come le pietre per costruire un muro devono smussare le asperità e colmare i vuoti, ovvero lavorare sul proprio carattere e sulla propria vita interiore, per essere capaci di stare insieme con gli altri. Così anche ogni comunità, movimento, associazione deve fare lo stesso.

Non è impossibile edificare il Regno di Dio nel nostro tempo.

Le complessità ci furono anche in passato, in ogni tempo, anche in quello dei padri e degli avi, che pure lavorarono con fede e grande impegno.

Così fecero anche da noi i grandi vescovi durante il tempo difficile tra le due guerre mondiali: Mignone, Franciolini e Ghezzi.

Poi il dono di Dio che fu il Concilio Ecumenico Vaticano II, nuova Pentecoste della Chiesa, che gettò le basi nella consapevolezza d’essere il Popolo di Dio e nei rapporti Chiesa-mondo. 

Negli ultimi decenni molte cose sono cambiate: la rivoluzione digitale, la globalizzazione, ed anche la popolazione aretina è cambiata. Papa Francesco dice che la paura di fronte al nuovo porta alla paralisi, ci allontana dagli altri, ci confina sul divano comodo dell’immobilismo.

Chi invece vuole essere cristiano deve fare quello che Gesù chiese a San Francesco: «Va’, ripara la mia casa».

Questa Chiesa bellissima, che siamo noi e le nostre comunità, ha bisogno di restauri.

È documentato che, almeno a partire dal VII secolo, i vescovi aretini ripararono i danni del tempo con due strumenti principali: il ricorso ai sinodi e l’accoglienza di sacerdoti e religiose «stranieri», che da fuori vennero a rinnovare le nostre comunità. Merita ricordare i monaci della Germania mandati dagli imperatori Ottoniani, i benedettini cassinesi dagli Svevi, i Santi pellegrini Egidio e Arcano fondatori di Sansepolcro. Dall’Esarcato di Ravenna venne Romualdo, poi, lungo tutto il secondo millennio, famiglie religiose venute da altrove; ultimi i Legionari di Cristo, venuti dal Messico.

I Papi ci hanno offerto un altro mezzo ancora per rinnovare la Chiesa: il ricorso al laicato, che va coinvolto e responsabilizzato come parte viva della Chiesa, capace di fare la propria parte. Sono i principi della complementarietà e della sussidiarietà già sanciti dal Concilio. Occorre cioè agire insieme, organici gli uni agli altri; ciascuno faccia la sua parte, senza delegarla agli altri. Il Beato Paolo VI, già formatore dei giovani della FUCI fino al supremo pontificato, incita tutti a formare le coscienze: la propria e quella degli altri. Papa Francesco a Cracovia asseriva: «Amici, Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre oltre… bisogna avere una dose di coraggio…cambiare il «divano» con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia che nesce dall’amore di Dio».

Dal concetto di partecipazione responsabile e di comunione organica nasce un nuovo modo di percepire la comunità ecclesiale, che diventa risposta alla vocazione divina, ma anche opera comune, sentita da tutti come cosa propria.

Recuperare l’identità della nostra Diocesi come tempio di Dio che va riedificato con l’opera di tutti avrà il pregio di salvare quanto tuttora è utile del nostro passato, aprendoci tuttavia alla costruzione di un progetto nuovo, secondo la volontà di Dio. Occorre puntare sull’essenziale: «nulla anteporre all’amore di Cristo» nello stile proprio di ciascuno.

Terza parte

I laici sono chiamati ad essere costruttori della città dell’uomo. Lo faranno se educati alla libertà e alla solidarietà. Per cambiare l’esistente, lo strumento più efficace è l’educazione. Abbiamo bisogno di educatori che siano anche testimoni credibili.

La famiglia cristiana vissuta sullo stile del Vangelo non solo è possibile ma è attuale e bella. Così ci conforta la maggioranza silenziosa delle sante famiglie presenti nelle nostre comunità in terra d’Arezzo. Se la famiglia è il «sacramento grande» abbiamo bisogno anche di consacrati, di sacerdoti, di laici impegnati nel lavoro, per l’animazione dell’ordine temporale. Il lavoro, la professione, l’impegno nella cosa pubblica e nella ricerca scientifica, fatte in spirito di vera diaconia cristiana, fanno raggiungere la sanità e cambiano il mondo. In virtù del battesimo ad ogni cristiano è chiesto di fare un percorso di sequela, di imitazione, di somiglianza a Cristo come insegna da La Verna San Bonaventura.

Abbiamo bisogno di un sinodo per rifissare tutti insieme le priorità, i modi e le presenze dentro il popolo di Dio e nella società, cominciando dalle nostre famiglie e dagli amici.  

Allegato: Lettera Pastorale 2016.pdf (547,12 kB)
Fonte: Comunicato stampa
Arezzo, lettera pastorale di mons. Fontana: «Va’, ripara la mia chiesa»
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