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Incontrare Gesù. Lettera pastorale del card. Betori

Il testo integrale della Lettera pastorale dell'Arcivescovo di Firenze, card. Giuseppe Betori che prende spunto dal discorso di Papa Francesco del 10 novembre 2015, nella cattedrale di Firenze, quando invitò a guardare al volto di Gesù per ricomporre la nostra umanità

Incontrare Gesù. Lettera pastorale del card. Betori

Nel discorso del 10 novembre 2015 nella cattedrale di Firenze, Papa Francesco ha detto: «È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo. Facciamoci inquietare sempre dalla sua domanda: “Voi, chi dite che io sia?”(Mt 16,15)»[1].

Se vogliamo ricomporre la nostra umanità dobbiamo dunque incrociare lo sguardo di Cristo. Abbiamo bisogno di incontrarlo. In questo incontro, infatti, non solo ci è dato di scoprire il volto incomparabile di un uomo che ci apre al mistero di Dio, ma ci è donato di scoprire noi stessi, perché contemplando quel volto la nostra vita si ritrova, viene illuminata in modo decisivo. È questa un’esperienza di sempre: non sono le idee a salvarci, tanto meno i poteri. Solo l’incontro con un volto amato ci fa ritrovare nella nostra verità e nelle nostre possibilità; quanto più quando a essere incontrato è il volto stesso dell’Amore!

Incontrare Gesù: un desiderio del cuore di molti, c’è da augurarsi di tutti; ma anche un dovere di onestà con se stessi, perché solo nel confronto con lui possiamo scoprire la verità su noi stessi. E di questa verità abbiamo estremo bisogno, per uscire dalle finzioni con cui ci nascondiamo a noi stessi e agli altri, come pure per sfuggire ai modelli che altri ci vorrebbero imporre.

Ma come incontrare Gesù? La risposta a questa domanda è semplice e ardua al tempo stesso. È possibile infatti incontrare Gesù nella testimonianza che ce ne dà la Chiesa, quella testimonianza che ha al suo centro il Vangelo e i vangeli. Quindi una strada d’accesso a Gesù c’è, ma occorre percorrerla con fiducia. Molte voci nei secoli, fin da subito peraltro, si sono levate contro l’attendibilità dell’immagine di Gesù che i vangeli ci offrono. Ma altre strade non ce ne sono, e con onestà andrebbe riconosciuto che il cammino che ci si offre è tutt’altro che sospettabile. Non è vero che la fede in Gesù che li avvolge rende i vangeli meno credibili in quello che ci dicono di lui. Proprio perché chi ci parla di lui ne è innamorato, possiamo fidarci. Contro quel che pensa la critica corrosiva, l’amore potrà idealizzare, ma non può tradire. La sfiducia andrebbe riservata piuttosto a chi guarda a Gesù con distacco, sospetto, acrimonia: sono tutti atteggiamenti che lasciano infatti nell’incomprensione. È questa una lezione che tutti possono apprendere dalla vita e dalle relazioni che stabiliamo con chi incontriamo sulla nostra strada.

Dobbiamo pertanto essere grati alla tradizione della Chiesa che, nella forma dei quattro vangeli, ci consegna un ritratto di Gesù a prospettive multiple, che si completano a vicenda. Di questo ritratto le pagine che seguono vogliono cogliere le linee essenziali e offrirle seguendo il tracciato che i vangeli stessi offrono.

La strada dei vangeli ci introduce all’incontro con Gesù. Inoltriamoci in essa. Poi verrà il tempo della verifica; all’inizio c’è bisogno di fiduciosa accoglienza.

Le mie parole non vogliono sostituirsi in alcun modo alla lettura diretta dei vangeli. Al contrario, ne vorrebbero essere come un’introduzione, un rapido sguardo che invogli la lettura, un primo passo che preluda all’accostamento diretto agli scritti di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

Questa lettera avrà raggiunto il suo scopo, se sarà presto messa da parte dopo aver suscitato in chi la leggerà il desiderio di aprire le pagine dei vangeli e di confrontarsi lì, senza più intermediari, con il volto di Gesù.

Firenze, 27 marzo 2016, Pasqua di Risurrezione

Giuseppe card. Betori
arcivescovo di Firenze

1. L’incontro

Dare un volto al desiderio

Alle quattro del pomeriggio – il giorno e il mese non sono indicati –, in un anno, con tutta probabilità, corrispondente all’anno 27 della nostra era, due uomini, si può presumere giovani, si avvicinano a un uomo anch’egli giovane – almeno per i criteri dei nostri tempi –, poco più che trentenne, di cui la gente parla come di un maestro, un uomo di nome Gesù, venuto da Nàzaret, che da poco è comparso sulle strade della Palestina.

Il Maestro pone una domanda ai due giovani: «Che cosa cercate?»[2]. È la domanda che pone anche a noi oggi, dopo averla rivolta a una moltitudine di uomini e donne, generazione dopo generazione, lungo la storia.

Egli ha colto nello sguardo e nel cuore dei due sconosciuti un’attesa, un desiderio. Non si sa ancora di che cosa, non si riesce ancora a definirlo, ma tutto in loro lo lascia trasparire. Come i due del vangelo, siamo tutti donne e uomini in ricerca. Anche quando non siamo ancora riusciti a dare un volto al desiderio, non possiamo però negare che il desiderio è il vero padrone del nostro cuore, come pure della nostra mente. «Che cosa cercate?»: la domanda è ora posta a noi.

Raccogliamo la testimonianza che di quell’incontro ha tramandato probabilmente uno dei protagonisti.[3] Ne ricorda perfino il giorno e l’ora. Tutto accade l’indomani di quando per la prima volta Giovanni, un predicatore itinerante con i tratti di un profeta, si era visto venire incontro Gesù. Era accaduto nei pressi di Betania, una località della Giudea posta al di là del fiume Giordano, dove Giovanni stava battezzando, il gesto con cui invitava la gente ad esprimere la propria volontà di conversione. Da qualche tempo Giovanni, il Battista, stava proponendo questo gesto come un segno di preparazione alla venuta del Messia, l’inviato di Dio per la salvezza del suo popolo. La predicazione di Giovanni richiamava folle da ogni dove. Gesù si era avvicinato e Giovanni lo aveva chiamato con appellativi impegnativi: “Agnello di Dio”, “Colui che toglie il peccato del mondo”. L’indomani, dunque, Gesù passa ancora di là e Giovanni ripete l’espressione misteriosa e solenne: «Ecco l’agnello di Dio!»[4].

Di fronte a tale espressione c’era da incuriosirsi e, per chi avesse inteso andare al di là dello stupore, c’era da cercare di capire di più, di giungere al fondo delle cose. È quanto fanno due discepoli del Battista, i due giovani di cui stiamo parlando, che si mettono a seguire Gesù, senza dire nulla. A parlare per primo è Gesù, a cui sembra stare a cuore capire il senso di quella scelta: «Che cosa cercate?». Non basta il gesto, pur coraggioso, di abbandonare colui che fino a quel momento è stato da loro riconosciuto come la propria guida: occorre maturare consapevolezza di ciò che quel gesto implica.

La risposta dei due uomini rivela che la loro scelta è animata da ben più che da una voglia di novità, uno spirito di curiosità: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?»[5]. Seguire quest’uomo, per loro ancora avvolto nel mistero, vuol dire aprirsi a trasferire la propria vita in uno spazio nuovo, quello della sua dimora, là dov’è il centro della sua esistenza, con un’implicita disponibilità alla condivisione. La risposta di Gesù non li delude: «Venite e vedrete»[6]. Rimasero con lui quel giorno, il primo di tanti altri giorni, avvinti in modo sempre più stretto alla sua vita.

Lasciarsi coinvolgere

Tutto inizia con l’ascolto, non superficiale però, della voce del Battista, ma si sviluppa in un crescendo di coinvolgimento, che implica l’interesse per il nuovo che viene, l’apertura e la disponibilità a lasciarsi mettere in questione, la libertà da ogni legame previo anche il più felice, la decisione a staccarsi da una situazione consolidata, il mettersi in cammino verso un approdo non ancora conosciuto, il desiderio di entrare in un’esperienza di comunione, di “dimora”, che sola può dare consistenza alla scoperta dell’altro, tanto più di questo misterioso Altro, una continuità che dia persistenza, una costanza tenace, alla comunione raggiunta.

Basta una giornata, anzi una mezza giornata, così intensa per passare da spettatori a discepoli, e di qui a testimoni. Uno dei due, Andrea – finalmente conosciamo un nome – incontra suo fratello, Simone, e gli annuncia: «Abbiamo trovato il Messia»[7]. Il gruppo dei discepoli comincia a formarsi. Di lì a poco si aggiungeranno Filippo e Natanaele. E poi altri.

Se il nostro desiderio è conoscere Gesù, questa pagina del vangelo di Giovanni ci dice molto su come questo può accadere. C’è bisogno di qualcuno che ce lo indichi, che lo annunci, e poi c’è bisogno di un cuore libero e coraggioso per non lasciare che egli passi e ci trovi impreparati. C’è bisogno di lasciarci compromettere con lui, perché non basta raccogliere notizie su chi egli sia: occorre entrare in un’esperienza viva con lui, in una comunione di vita, una condivisione della sua esistenza che trasformi da estranei in testimoni.

A partire da ordinari contesti di vita

Tutto questo è narrato, dall’evangelista Giovanni, nella prospettiva della mente e del cuore dei discepoli. Ma l’incontro può essere visto da una prospettiva esterna, che evidenzia meno i moti interiori e più i fatti che accadono. Questo modo di narrare l’incontro con Gesù lo troviamo negli altri vangeli. Seguiamo qui la narrazione del vangelo di Marco,[8] in cui possiamo ritenere che si senta l’eco della testimonianza di Pietro, ma racconti simili li troviamo anche nei vangeli di Matteo e di Luca.[9] La scena in questi vangeli è diversa. Non più il fiume Giordano, presso il quale Giovanni il Battista chiama le folle alla conversione, ma le rive del lago di Galilea, dove due piccole aziende familiari di pescatori sono impegnate nel lavoro, un mestiere pesante, da cui non sempre è possibile trarre risultati soddisfacenti, un’occupazione da cui dipende la vita delle famiglie.

Gesù passa lungo la riva e scorge due di questi pescatori – Simone e il fratello Andrea – mentre stanno gettando le reti in acqua. Altri due pescatori – Giacomo e il fratello Giovanni, i figli di Zebedeo –, anch’essi sulla loro barca, hanno invece terminato la pesca e stanno riassettando le reti. Per tutti e quattro giunge la parola, la chiamata di Gesù, che risuona come un’ingiunzione più che come un invito: «Venite dietro a me»[10]. Il comando è netto e implica un distacco da tutta una vita, dal lavoro e dalle famiglie. Misterioso è poi lo scenario che, secondo la parola di Gesù, si apre dietro a questo comando: «Vi farò diventare pescatori di uomini»[11].

Una chiamata nella gratuità

Sono parole che irrompono nella vita dei nostri quattro pescatori con la forza di una novità assoluta e con l’alone di mistero di una gratuità immotivata: perché quei quattro? e perché dei pescatori? Tutto è ancorato alla sola volontà di Gesù. Non c’era stato alcun atto preliminare che poteva indurre gli uomini interpellati ad accettare l’invito. Né sembra esserci in loro una qualche predisposizione o una dote specifica per ciò a cui vengono chiamati. E non ci sono neanche condizioni o, al contrario, alternative. L’invito è netto, chiaro e molto concreto. Si tratta di lasciare lavoro, famiglia, ambiente di vita e seguire questo Maestro di cui, forse, possono aver saputo che ha appena iniziato una predicazione in cui annuncia il compimento del tempo, la venuta del regno di Dio e invita a credere a questo buon annuncio e a convertirsi.[12]

Forse hanno già sentito parlare di lui, ma il modo con cui egli si rivolge a loro implica ben di più di quanto possono aver ascoltato fino a quel momento. Per loro non basta convertirsi e credere al vangelo del Regno. A loro è chiesto di andare concretamente con Gesù; anzi, dietro di lui. Non basterà stare con Gesù, condividere con lui la vita, ma occorrerà accettare che sia lui a dettare la strada, un cammino di cui ancora non vengono delineati i tratti, ma che, con pari possibilità, potrà portare alla gloria ma anche alla sofferenza e al rifiuto.

Dire di sì significa scommettere su ambedue queste possibilità, senza avere alcun segnale che lasci intuire il futuro. Del futuro, nelle parole di Gesù, è chiaro solo che quei quattro pescatori non avranno più al centro della loro vita il lago e la pesca, ma gli uomini. La stessa competenza e la stessa passione che li ha fatti solcare, con le loro barche, le acque del lago alla ricerca di pesci, ora dovranno riproporle nella ricerca degli uomini. E l’immagine dice che, a giudizio di Gesù, gli uomini sono dispersi e occorre raccoglierli, come i pesci in una rete. Tutto qui. Come questo avverrà e quali strategie dovranno dispiegare per questo nuovo genere di pesca non è ancora svelato. I quattro pescatori lo potranno scoprire solo se accetteranno di andare dietro al maestro e lo apprenderanno nell’atto stesso di camminare dietro di lui e come lui. La sua vita, il suo rapportarsi agli uomini e alle donne che incontra, sarà la scuola della loro missione. Nell’incontro con Gesù non ci sono giustificazioni previe che motivino la scelta: solo l’esperienza con lui ne svelerà il significato e la portata.

Non sappiamo, dal racconto dell’evangelista Marco, cosa accadde nel cuore dei quattro pescatori. Sappiamo però che le parole di Gesù vi penetrarono al punto da condurli a una decisione netta e senza indugio: «E subito lasciarono le reti e lo seguirono»[13]. Il distacco è totale, la decisione non comporta dubbi o ripensamenti. Da quel momento Gesù diventa il tutto della loro vita.

L’incontro è tutto nell’iniziativa di Gesù. Non ci sono meriti da rivendicare davanti a lui. L’incontro non si realizza in un luogo speciale, in un’atmosfera sacra: accade nella vita ordinaria e va a toccare l’ambito del lavoro e i legami familiari. L’incontro non si traduce in una conoscenza, ma in una scelta; la conoscenza avverrà se prima si sarà accettato di camminare dietro al maestro. L’incontro, infine, non invita a una semplice condivisione di vita, ma apre l’orizzonte di una missione, in cui si diventa responsabili di fronte agli uomini; si è scelti per gli altri.

Un incontro possibile per tutti, anche oggi

I nostri vangeli sono intessuti di incontri con Gesù. Alcuni vengono descritti nella dinamica dell’avvenimento, come quando l’esattore delle tasse Matteo viene strappato dal banco su cui sta raccogliendo le imposte e messo al seguito di Gesù.[14] Di altri incontri non conosciamo la genesi ma gli effetti, come per il gruppo di donne che seguono Gesù e i discepoli con gesti di servizio.[15] Alcuni vedono segnata e capovolta la propria vita dall’incontro con Gesù, ma a loro egli non chiede di andare con lui, bensì di rimanere nel proprio posto nella società con il cuore reso nuovo dall’averlo conosciuto, come accade a Zaccheo.[16] C’è anche chi nell’incontro con Gesù vede l’occasione di un confronto, da cui riceve un’illuminazione, ma che non sembra disposto a completare facendo il passo di una vera conversione, come Nicodemo.[17] E non manca chi si chiude e si rifiuta, troppo legato alla propria vita e ai propri beni, come il giovane ricco che pur era partito con la domanda giusta, quella su come ottenere la vita eterna.[18]

Sono incontri, quelli con Gesù, che continuano anche dopo la sua Pasqua, perché per diventare credenti tutti devono partire proprio da un incontro con Cristo a cui siamo chiamati dal Padre, come ricorda l’apostolo Paolo ai cristiani di Roma, da lui definiti «amati da Dio e santi per chiamata»[19]. Paolo per primo riconosce che la propria vicenda di cristiano e apostolo nasce dalla chiamata di Dio all’incontro con Cristo che gli si rivela.[20] Così ne trasmette la memoria la tradizione cristiana: anche chi non ha avuto la sorte di incontrare Gesù sulle strade della Palestina non può cominciare la sua avventura cristiana se non dall’incontro con lui.[21]

Abbiamo indugiato sui racconti di incontro degli uomini con Gesù, perché se vogliamo davvero conoscerlo è essenziale comprendere quale sia il giusto accesso alla sua persona, quali siano le condizioni di un vero incontro con lui e cosa dobbiamo aspettarci da tale incontro.

2. L’annuncio del regno di Dio

Al cuore dell’annuncio di Gesù: un Dio vicino

Insieme a questi uomini e donne che, avendolo incontrato, hanno preso a camminare dietro a Gesù, andiamo a scoprire quali sono le parole del suo insegnamento e i gesti che egli compie chinandosi sull’umanità sofferente.

L’incontro e la conoscenza di Gesù si concretizzano nel condividere con lui un percorso tra villaggi e campagne, prima della Galilea e poi della Giudea, per annunciare la venuta del regno di Dio tra gli uomini. Abbiamo già accennato a questo annuncio, che troviamo così sintetizzato nelle sue parole: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo»[22]. Se Gesù parla di compimento del tempo, i suoi ascoltatori più avvertiti non possono non pensare alle promesse di salvezza ripetutamente proclamate dai profeti per i tempi futuri. Ora – afferma Gesù – quei tempi sono giunti e Dio si è fatto vicino all’umanità con il suo regno, cioè con la sua presenza che colma di pace e di gioia il mondo. Quanto sia vicino questo Regno non è facile coglierlo, perché il Regno è la persona stessa di Gesù, ed egli si presenta non con lo splendore glorioso della divinità, ma nell’umiltà e nella povertà della sua condizione umana. Eppure nel mistero di quell’umiltà è presente il Regno: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!»[23]. Ancor più difficile sarà riconoscerlo in quell’uomo quando egli sarà inchiodato a una croce. Eppure Gesù, che durante la sua predicazione aveva sempre evitato di farsi acclamare come re, consapevole delle implicazioni nazionalistiche e di potere che quel titolo aveva tra la gente, solo durante la Passione, alla domanda che gli rivolge Pilato, non avrà timore di rispondere: «Tu lo dici: io sono re»[24].

Se dunque il regno di Dio si è fatto presente in questo mondo, ne consegue che chi accoglie tale buona notizia e crede nel Vangelo dovrà convertirsi, dare cioè un orientamento nuovo alla sua vita, lasciando che essa sia illuminata e guidata dalla logica del Regno, dagli orizzonti nuovi, si può ben dire rivoluzionari, che la presenza di Dio innesta nella storia del mondo.

Poveri e umili, quindi beati

Una mirabile sintesi del mondo nuovo che la venuta del regno di Dio nella sua persona semina nella storia, Gesù l’offre nelle beatitudini, che proclama nel suo insegnamento e che possiamo ascoltare nella sintesi proposta dall’evangelista Matteo all’inizio di quella raccolta di parole di Gesù che si è soliti chiamare “discorso della montagna”:

«Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
“Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi”»[25].

Di fronte a un mondo che, ieri come oggi, misura la riuscita di una vita con il metro dell’affermazione di sé, del possesso di beni, dell’esercizio della forza e del potere, dell’autodeterminazione del giudizio, dell’appagamento dei desideri, del prevalere sugli altri, Gesù capovolge tutto ed esalta gli umili, coloro che soffrono nel vedere offesa la giustizia, i miti, coloro che si conformano pienamente al giudizio di Dio e alla sua volontà, chi è pronto al perdono, chi cerca di costruire attorno a sé la pace, e per tutto questo è pronto a subire esclusione e persecuzione.

È davvero un mondo nuovo, sembrerebbe perfino un mondo impossibile, un’utopia, se non ci fosse Gesù stesso a smentire i dubbiosi e i paurosi. Quel mondo è già iniziato, nella sua umanità nuova, in lui che si presenta «mite e umile di cuore»[26] e che, con il dono della propria vita per amore e con la sua risurrezione, spoglierà del loro potere il male e la morte.

Un parola di vita: amare Dio e il prossimo

Per chi vuole entrare in questo mondo nuovo la strada è quella antica dei comandamenti, delle dieci parole che Dio aveva affidato a Mosè sul monte Sinai,[27] che Gesù riassume nell’unico comandamento dell’amore: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti»[28]. Ma con la venuta di Gesù si aprono scenari impensabili circa il modo e la misura di questo amore: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici»[29]. Soprattutto Gesù svela la sorgente di questo amore: l’unione con lui; perché, rimanendo lui in noi e noi in lui, entriamo nel mistero d’amore che unisce Gesù al Padre, colui che è la fonte di ogni amore: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore»[30].

Rimanere nell’amore di Gesù è impresa umanamente impensabile, resa possibile però da lui stesso, dal suo Spirito che viene a dare forma alla vita di chi crede in lui. È quanto illustra l’apostolo Paolo ai cristiani di Galazia, mostrando la distanza che separa una vita abbandonata alle sole risorse umane da una vita che si lascia guidare dallo Spirito di Dio: «Sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé»[31].

Liberi dalla schiavitù delle ricchezze e da se stessi

Lo spazio dell’amore, che viene aperto dall’irrompere del regno di Dio nella storia umana, attende ancora il suo compimento. Ma, soprattutto, è uno spazio in cui si ergono numerosi ostacoli. Il più nocivo è l’attaccamento ai beni materiali, che diventa una vera e propria schiavitù. La denuncia del pericolo che le ricchezze costituiscono per l’uomo ricorre spesso sulla bocca di Gesù e chiede decisioni nette e dolorose: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza»[32].

Al fondo, però, la nostra libera adesione al regno di Dio richiede il distacco non solo dai beni, ma da noi stessi, dal nostro io: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo»[33].

Gesù chiede che ci si affidi in tutto a lui; è questa la condizione per essere suoi discepoli e quindi discepoli del Regno. Dovremo chiederci quali titoli egli abbia per avanzare una tale pretesa sugli uomini.

3. I malati vengono guariti e Satana è sconfitto

Gesù si fa carico delle sofferenze dell’uomo

Prima di affrontare questa domanda, continuiamo a seguire Gesù mentre si muove lungo le rive del lago e percorre i villaggi della Galilea. Egli non si isola dal mondo degli uomini, ma si fa vicino alla loro esistenza, soprattutto non sfugge il confronto con le ferite di un’umanità in cui tanti sono i poveri e gli oppressi. È gente segnata dal male, da malattie e soprattutto dalle conseguenze nefaste della presenza del Maligno.

Folle di sofferenti si affollano attorno a questo Maestro, che manifesta un potere sovrano sul male, si china su queste vittime infelici e le libera: «Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì»[34].

Racconti di miracoli compiuti da Gesù popolano i vangeli e costituiscono una componente essenziale dell’immagine che offrono di lui. Gesù non è solo un profeta che annuncia il compimento delle antiche promesse sulla venuta del regno di Dio, non è solo un maestro che con il suo insegnamento getta una luce nuova e più profonda sulla Legge antica, ma le sue parole sono accompagnate da gesti che mostrano come un mondo nuovo è iniziato con lui, perché di fronte a lui il male esce sconfitto.

Il potere di far rifiorire la vita

La prima narrazione di un miracolo che si incontra nel vangelo di Matteo riguarda la guarigione di un lebbroso.[35] Un uomo, che la malattia condannava all’emarginazione sociale e all’esclusione religiosa, viene sanato da Gesù, liberato dalla condizione di impurità e restituito alla convivenza umana e alla partecipazione al culto, dunque al rapporto con gli uomini e con Dio. Gesù fa questo toccandolo con la propria mano, mentre quegli è ancora ricoperto dalla lebbra, superando la distanza e l’ostracismo, facendosi a lui vicino. Il miracolo passa attraverso un contatto personale, che ne svela il significato di restituzione della piena umanità e di apertura alla comunione.

Il secondo miracolo, sempre nel vangelo di Matteo,[36] supera le frontiere etniche, politiche e perfino religiose. A chiederlo e a ottenerlo è un pagano, un centurione dell’esercito romano, che supplica Gesù per un servo malato, paralizzato e terribilmente sofferente. Nel dialogo tra Gesù e il centurione emerge la fede di quest’ultimo, cioè la sua totale fiducia nella persona del Maestro a cui si affida. La presenza della fede ricorre più volte nei racconti dei miracoli come il contesto proprio dell’agire taumaturgico di Gesù: fede dei malati, delle persone a loro vicine, dei presenti.

Ma non mancano episodi che mettono in evidenza l’assoluta iniziativa di Gesù, come accade nella successiva guarigione narrata da Matteo, quella della suocera di Pietro. Gesù entrò nella casa, «vide» la donna in preda alla febbre e, senza che alcuno lo implori, «le toccò la mano e la febbre la lasciò»[37]. Non manca un’annotazione simbolica, perché viene detto che la donna guarita si levò poi dal letto e si mise a servire: il miracolo fa risorgere e rende disponibili al servizio, come creature nuove.

A interpretare questi racconti, l’evangelista pone una citazione tratta dal libro di Isaia.[38] Gesù guariva e scacciava i demoni «perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie»[39]. Gesù che prende su di sé i mali dell’uomo mostra non solo il suo potere, ma anzitutto la sua condivisione delle nostre debolezze e la sua dedizione verso chi soffre; prima ancora che il suo potere sul male, ci colpisce la sua compassione verso chi ne è oppresso.

Seguendo ancora i racconti del vangelo di Matteo, incontriamo la guarigione di un uomo paralitico, che è occasione per Gesù per ricordare come, oltre la malattia, ci sia un altro male, più profondo, da cui occorre essere liberati: il peccato.[40] Anche la morte non è un nemico insuperabile per Gesù, che ridà vita a una bambina e, nell’avvicinarsi alla sua casa, viene anche in soccorso di una donna sofferente di emorragie, che, grazie alla fede in Gesù, incontra in lui la salvezza.[41] E sempre la fede torna al centro del racconto della guarigione di due ciechi.[42]

Il potere di Gesù si esercita anche sulle forze della natura, come quando la sua parola seda una tempesta,[43] ma ha uno specifico campo di manifestazione nel combattere la presenza del demonio nella vita degli uomini.

Gli spiriti maligni vengono vinti

La lotta di Gesù contro Satana fa dire al demonio: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?»[44]. Seguiamo questo confronto nel vangelo di Marco, in cui il primo miracolo che Gesù compie è proprio la liberazione di un indemoniato.[45] E lo scontro di Gesù con Satana, secondo i vangeli, comincia già prima, precede l’inizio della predicazione e avviene nel deserto, dove Gesù è provocato dalle tentazioni del Maligno ma lo vince.[46]

Anche gli esorcismi che Gesù compie, per liberare quanti sono tormentati dal demonio, si caratterizzano come un confronto, una lotta tra Gesù e lo spirito malvagio, che cerca di sfuggire al suo potere, ma alla fine deve cedere a chi è più forte di lui. Sta qui il significato degli esorcismi: mostrare che Gesù è più forte del male e ci libera quindi dalla sua paura.

Con Gesù l’uomo è libero, ma la libertà non è senza prezzo. Se ne accorgono gli abitanti di Gerasa che, vedendo una mandria di porci gettarsi nel lago, dopo che in quegli animali erano finiti gli spiriti impuri che Gesù aveva espulso da un uomo indemoniato, chiedono che Gesù si allontani dalla regione, sentendosi minacciati nei loro beni.[47]

Il terzo racconto di esorcismo nel vangelo di Marco riguarda un ragazzo reso epilettico da uno spirito impuro e serve a Gesù per rivelare che solo la fede, che si esprime nella preghiera, può vincere il demonio.[48]

Gesù che si china sulle sofferenze dell’uomo e, con i suoi miracoli, offre segni di speranza, non si limita a sanare situazioni di malattia, ma, affrontando i demoni, richiama a prendere coscienza di ciò che costituisce la condizione più letale in cui si può cadere, diventare cioè schiavi del Maligno. Ma è lui, Gesù, il più forte, colui che sconfigge Satana e libera gli uomini dal suo dominio. Il permanere della presenza di Satana e del male nella storia umana non deve impaurire. Con Gesù è giunto il Messia che è più forte del demonio, perché ha il potere di risanare l’uomo delle sue profonde divisioni e ricondurlo all’unità in se stesso, con gli altri e con Dio. La presenza di Gesù fa emergere il male e ci induce a esserne consapevoli, ma è soprattutto annuncio di speranza, perché il male può essere vinto quando Gesù si fa vicino a noi.

Il confronto con il male, che ha accompagnato Gesù per tutta la sua esistenza, è un aspetto irrinunciabile anche dell’esperienza dei suoi discepoli. È un combattimento che ha il suo terreno più infido nel cuore stesso dell’uomo, in cui il dono della fede non significa esenzione dalla lotta contro il male. San Paolo lo descrive con lucidità nella lettera ai Romani: «Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!»[49]. La risposta che Paolo dà all’angosciosa domanda sulla presenza del male nella vita degli uomini è la stessa dei vangeli: Gesù vince il male; affidandoci alla fede in lui possiamo vincerlo anche noi!

4. Il mistero del Regno esposto in parabole

Un Regno che indugia a svelarsi

Se è vero che i gesti compiuti da Gesù rivelano che qualcosa di nuovo si è messo in moto nella storia del mondo, quel Regno che Gesù annuncia, e di cui i miracoli e gli esorcismi sono un segno, non sembra tuttavia trionfare. Può sorgere il ragionevole dubbio che la parola di Gesù sia inefficace.

È quanto avvertono le folle, soprattutto è quanto insinuano coloro che lo avversano. A tutti Gesù risponde anzitutto con la parola, una parola che illumina l’orizzonte in cui va collocato l’annuncio della venuta del Regno. Non propone articolate argomentazioni, né si affida a dotte interpretazioni dei testi antichi, come erano soliti fare i maestri del tempo. La sua sapienza fa riferimento alla vita concreta, richiama l’esperienza degli uomini e delle donne del popolo, a contatto con la natura e ammaestrati dalle vicende della famiglia, del lavoro, della società.

Dovendo affrontare i pregiudizi che da più parti si nutrono nei suoi riguardi, Gesù si appella all’esperienza degli ascoltatori, rinviandoli a ciò che a tutti è così noto da non potersi negare, oppure inserendo nella vicenda raccontata qualcosa di insolito che si impone però proprio per la sua singolarità. Sono le similitudini e le parabole che incontriamo nei vangeli e in cui si fa evidente il modo con cui Gesù si rapporta a tutti: egli si propone, non si impone.

Questo vale in primo luogo per il cuore stesso del suo messaggio, il regno di Dio, di cui Gesù va annunciando la venuta ma i segni della cui presenza non appaiono ancora all’orizzonte secondo la gente. Ciò accade anzitutto perché i segni del Regno non sono quelli allora comunemente attesi, legati cioè a forme di dominio e di potere. Ma accade anche perché i segni che Gesù stesso propone, non hanno quella pienezza che gli interlocutori pretenderebbero.

Gesù risponde con alcune similitudini, in larga parte tratte dalla vita dei campi.[50] Tra seminare e raccogliere si colloca il tempo dell’attesa. E che il seme gettato possa dare frutto e in quale quantità dipende dall’accoglienza e dalla fertilità del terreno, come pure dagli ostacoli procurati da presenze negative, erbe cattive che non possono essere estirpate senza rischiare di svellere anche il buon grano che cresce. La presenza di Gesù e della sua parola è questo seme piantato nel campo del mondo: accoglierlo significa disporsi all’attesa fiduciosa e colma di speranza dei frutti che genererà nella storia. Al discepolo di Gesù è chiesto di nutrire gli stessi atteggiamenti dell’agricoltore che sparge il seme nel campo o del pescatore che getta la rete nel lago. Gli è chiesto anche di non pretendere che il bene vinca subito la battaglia contro il male, ma di riconoscere i giorni della storia come un cammino di maturazione nell’attesa del giudizio, che si manifesterà alla fine dei tempi. Anche perché il Regno non si edifica in uno spazio a sé rispetto al mondo degli uomini, segnato dal peccato, ma entra in questo mondo come un principio di novità e di rigenerazione, come un lievito, un principio di trasformazione che per esprimersi deve immergersi nelle contraddizioni della storia.

Virtù da coltivare nell’attesa del Regno che viene

Attesa, speranza, vigilanza, sono virtù fondamentali perché non si spenga la fede nell’annuncio di Gesù. E non si tratta di virtù, per così dire, passive. Esse vanno accompagnate da una chiara decisione nei confronti di Gesù e della sua parola. L’avventura del regno di Dio, per poter produrre i suoi frutti, va accolta con fiducia, come la perla preziosa e il tesoro vero della vita. Chi si rifiuta a questa scelta, resta fuori dal mistero del Regno; ma non si dica che se ne è stati esclusi, perché la chiamata a condividere la festa del Regno è fatta a tutti, proprio a tutti; e se c’è qualcuno per il quale l’appello è rivolto con maggiore insistenza, questi è proprio chi agli occhi degli uomini è emarginato.[51]

Di vigilanza non c’è bisogno solo nei giorni tra la predicazione di Gesù e la sua Pasqua, ma essa è virtù necessaria anche per i nostri giorni. Se infatti la pienezza del Regno si è manifestata nella persona di Gesù, nella sua morte e risurrezione, ne attendiamo però ancora la definitiva rivelazione per noi. Il tempo che ci separa dal ritorno del Signore della storia va colmato di attesa nella speranza. È una condizione non solo dell’umanità, ma dell’intero creato, secondo l’apostolo Paolo: «Sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza»[52].

5. Gesù rivela il volto del Padre

Un Dio che è misericordia

Sempre alle parabole Gesù si affida per offrirci uno squarcio del mistero stesso di Dio. È un volto, quello del Dio di Gesù, i cui tratti emergono nel contrasto con il comportamento degli uomini. Dio è come il padrone di una vigna che remunera chi vi ha lavorato non secondo un’arida giustizia distributiva, che lascerebbe senza il necessario per vivere quanti sono giunti all’ultimo momento, ma, nella sua misericordia, a tutti garantisce quanto hanno bisogno.[53] Dio è come un re che invita al banchetto di nozze del figlio, da cui non vuole che alcuno resti escluso, soprattutto i più poveri, a meno che qualcuno non si escluda da solo, respingendo l’invito o rifiutandosi di vivere l’incontro come una festa.[54] E ancora, a tutti viene affidato un bene da far fruttificare e solo chi si rinchiude nel proprio egoismo e non spalanca il cuore al futuro resta come un servo escluso dalla partecipazione ai beni del padrone.[55]

Il Dio di Gesù si prende cura di tutte le sue creature, degli uccelli del cielo e dei fiori del campo, tanto più degli uomini.[56] Egli è come un padre che non fa mancare il pane ai propri figli, ma li colmerà di cose buone.[57]

Il Dio di Gesù è come un pastore lieto di partecipare la propria gioia per aver ritrovato la pecora che si era perduta, come una donna che chiama a condividere la propria felicità per il rinvenimento di una moneta smarrita, come un padre che fa festa per un figlio che torna a casa dopo essersene allontanato, fino a perdere se stesso, la sua dignità, e viene riaccolto come un figlio perché mai uscito come tale dal cuore del padre.[58]

La misericordia è il tratto dominante del volto di Dio quale lo rivela Gesù, e di questo Dio misericordioso Gesù è la manifestazione nella storia degli uomini. Lo stesso comportamento di Gesù viene quindi giustificato con similitudini e parabole che ne svelano l’unità di sentimenti con il Padre. Gesù si assimila a un pastore che conosce la proprie pecore ed è pronto a dare la vita per loro;[59] egli è come un samaritano che si china sulle piaghe di un uomo ferito da cui lo separerebbero indubbi motivi etnici e religiosi;[60] è come un padrone di casa che si fa servitore del proprio schiavo.[61]

Gesù incontra il Padre nella preghiera

Ma l’unità tra Gesù e il Padre si fa evidente soprattutto nella preghiera. Al Padre Gesù si affida nei momenti decisivi della propria vita.[62] In questo rapporto il volto di Dio si illumina come quello del Padre e il volto di Gesù si svela come quella del Figlio. E la paternità di Dio sarà anche l’immagine di lui che egli affida ai discepoli, quando insegna loro a pregare: «Quando pregate, dite: “Padre nostro…”»[63]. È però evidente che questo legame di paternità è diverso per Gesù e per i discepoli, per cui Gesù dirà che Dio è «Padre mio e Padre vostro»[64].

Il legame tra il Padre e il Figlio è anzitutto un legame di riconoscenza, perché tutto ciò che Gesù ha ed è gli viene dal Padre, come dono: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio»[65]. L’identità stessa di Gesù proviene da questo dono – egli è l’Unigenito del Padre – e ciò lo pone nella condizione unica di poter entrare nel mistero stesso di Dio: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio»[66]. È una conoscenza che non si appiattisce sul sapere, sul possedere nozioni di Dio, ma è conoscenza d’amore, esperienza del Padre, comunione perfetta con lui. Per questo motivo, per conoscere Dio noi abbiamo un accesso privilegiato: incontrare, ascoltare, seguire Gesù. Perché «nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo»[67].

Frutto di questa conoscenza è l’ingresso che ci viene donato al mistero stesso di Dio. Dirà l’apostolo Giovanni: «L’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. […] Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui»[68].

Per comprendere il senso della conoscenza che Gesù ha di Dio, e di conseguenza di quella nostra, occorre portarci al Getsèmani, il giardino dell’agonia di Gesù, e alla preghiera che egli lì rivolge al Padre, invocato con l’appellativo confidenziale del fanciullo ebreo verso il genitore: «Abbà!»[69], cioè “babbo”. In quel momento Gesù mostra come essere Figlio significhi accogliere la volontà del Padre, anche quando questa sembra non sottrarlo alla violenza dei nemici, con la fiducia con cui un fanciullo si pone nella braccia del padre sapendo che questi mai lo tradirà. È questa fiducia che permette a Gesù, che si sta avvicinando alla Passione, di porre sul fondamento dell’amore del Padre la certezza dell’amore suo verso i discepoli e quello a cui essi dovranno ispirare le loro relazioni fraterne: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. […] E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro»[70]. Questa totale fiducia nel Padre permetterà a Gesù, nel momento della morte, di esclamare: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito»[71].

6. Tra interrogativi e contrasti

Incomprensioni e ostilità attorno a Gesù

Rivendicare questo rapporto unico con Dio, un rapporto di figliolanza, e prospettarlo come un dono a cui potrà partecipare chi crede in lui, è una delle ragioni più evidenti del dissenso che si leva di fronte a Gesù e diverrà il motivo decisivo della sua condanna. Ma le cause del contrasto e dell’opposizione a Gesù sono molte: scaturiscono dagli interrogativi che la sua predicazione suscita e si trasformano in accuse e rifiuti.

A fare difficoltà in Gesù è anzitutto la sua provenienza. Come comporre insieme il fatto che egli si proponga come il rivelatore del Padre con le sue umili origini? «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?»[72], chiederà provocatoriamente Natanaele, quando l’amico Filippo lo invita a incontrare il nuovo Maestro che si è affacciato sulla scena della Galilea. E nello stesso villaggio di Nàzaret pesa su Gesù il fatto che lo si conosca come un falegname, il figlio di Giuseppe, con una parentela che non si distingue dal ceto popolare del paese.[73] I vangeli che ne narrano la nascita la collocano nel villaggio davidico di Betlemme, facendo di Nàzaret il luogo della sua infanzia e degli anni della giovinezza fino all’inizio del ministero. E Gesù per tutta la sua esistenza non rivendicherà mai un legame di sangue con la casa di Davide. Egli appare dunque come un uomo del popolo, un semplice artigiano della Galilea che, senza essere stato alla scuola di un rabbino, a un certo punto della vita si fa predicatore itinerante.

Quanto egli dice e i gesti che compie lo collocano certamente nell’orizzonte del Messia atteso, ma i caratteri con cui egli si presenta differiscono da quelli con cui lo avevano immaginato i potenti, le gerarchie religiose, il popolo. Egli infatti non rivendica per sé l’autorità di un dominatore, né si pone a contrastare i poteri politici del tempo, quello della famiglia erodiana e soprattutto quello dell’impero romano, al fine di ridare a Israele libertà e indipendenza. Il regno che egli annuncia non si presenta come la ricostituzione del regno davidico, non si colloca su un piano propriamente politico, non si fonda sul potere militare di un esercito. Eppure non è un regno puramente celeste, senza effetti sulle vicende della storia degli uomini. Il suo insegnamento tocca i comportamenti sociali e ne sovverte ruoli e consuetudini.

Lascia sconcertati l’atteggiamento di Gesù verso la legge mosaica. Non si può dire che egli la rinneghi, ma il modo con cui la interpreta è assai diverso da quello della tradizione rabbinica. Libero dai formalismi in cui era stata rinchiusa da quella tradizione, ma anche molto più esigente. Con una serie di antitesi Gesù invita ad andare al cuore della Legge e a scoprire come essa impegni verso gli altri ben più di quanto potevano fare i precetti codificati.[74] Perfino il precetto supremo del riposo nel giorno di sabato, nell’insegnamento di Gesù, subisce una revisione profonda, legata al primato dell’uomo e al servizio, alla cura verso di lui. In quanto evoca il riposo di Dio al termine della creazione, il sabato fa partecipi della signoria di Dio sul mondo: l’uomo è signore delle cose e non ne è schiavo. Per questo motivo, «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!»[75]. Anche nella libertà con cui Gesù si pone di fronte alla Legge e nel modo con cui egli la pone a servizio dell’uomo si svela il legame di Gesù con il Padre: «Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato»[76].

Perfino in quello che a buon diritto viene considerato il cuore dell’insegnamento etico di Gesù, si scorge il suo permanere radicato nella tradizione di Israele e al tempo stesso il radicale superamento che egli ne propone. È un testo che abbiamo già preso in considerazione in prospettiva etica, rifacendoci al vangelo di Matteo. La medesima tradizione ci è proposta dal vangelo di Marco, che narra come qualcuno «gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi”»[77]. Gesù riflette la tradizione del pensiero giudaico unendo tra loro l’amore di Dio e del prossimo, ma egli per primo utilizza insieme due testi dell’Antico Testamento, tratti dal libro del Deuteronomio e da quello del Levitico,[78] per definire tale legame. Ma soprattutto è del tutto nuovo quanto Gesù chiede: che ci si faccia prossimi a tutti,[79] includendo nell’amore dell’altro perfino i nemici.[80] E, inoltre, l’amore che Gesù chiede non ha misura, perché ha come riferimento e come fondamento l’amore stesso di Dio: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso»[81]. Egli chiede di amare Dio e gli altri come Dio stesso ama. E l’amore di Dio è un amore di misericordia senza limiti.

Un Messia umile e umiliato

Si innesta qui l’ultimo e decisivo ostacolo che la gente ha nell’accogliere Gesù e il suo insegnamento. Che Messia può essere mai un uomo che non trionfa, che si presenta con i caratteri della debolezza, che finisce i suoi giorni sulla croce come un qualsiasi malfattore? Perché questo è l’aspetto più sconcertante del mistero di Gesù: la sua umiliazione.

In uno dei pochi passi del vangelo in cui Gesù offre una definizione di sé, così egli si esprime: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore»[82]. Mitezza e umiltà lo accompagnano dalla nascita, che la tradizione colloca nella precarietà di un ricovero di animali nel villaggio di Betlemme, circondato da pastori,[83] ricercato dai lontani e osteggiato dai potenti.[84] E ancora come re mite e pacifico, cavalcando un asino, animale mansueto e sottomesso, entra in Gerusalemme osannato dalla folla.[85] Si tratta di una mitezza di cui si riveste fin nella sua passione. «Egli taceva e non rispondeva nulla»[86].

Partecipare all’umiltà e povertà di Gesù significa porre al centro della vita della comunità il principio della carità, in cui si deve essere pronti a spogliarsi di tutto, anche di sé, per il bene dei fratelli. Lo celebra l’apostolo Paolo nell’inno che eleva alla carità nella lettera indirizzata ai cristiani di Corinto:

«Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.

E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.

E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.

La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

La carità non avrà mai fine»[87].

7. Accanto ai poveri, agli umili, agli oppressi

Il Vangelo è per i poveri

Umile e umiliato fino alla croce, Gesù si pone accanto ai poveri e agli oppressi a cui si volge con particolare attenzione in tutta la sua vita. È un atteggiamento che appartiene all’identità stessa della missione di Gesù, come appare nelle parole con cui nella sinagoga di Nàzaret, in quello che può essere definito il manifesto programmatico della sua predicazione, egli attribuisce a sé la profezia del libro di Isaia[88]:

«Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore.
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”»[89].

Chi siano i poveri a cui si rivolge il lieto annuncio di Gesù va compreso alla luce della tradizione biblica, in cui poveri sono tutti coloro che vengono posti ai margini da chi domina nella società degli uomini e trovano in Dio il loro unico interlocutore e difensore. La povertà può quindi assumere connotazioni economiche, ma non solo, includendo anche tutte le emarginazioni prodotte da motivazioni sociali, etniche, culturali e, non da ultimo, religiose.

Gesù amico dei pubblicani e dei peccatori

Proprio agli emarginati dal punto di vista religioso Gesù volge uno sguardo di preferenza. Li riunisce la definizione di “peccatori”, in quanto per diverse motivazioni, spesso soltanto sociali, sono impossibilitati a mettere in pratica le innumerevoli norme della Legge. Ne fanno parte, per il lavoro che svolgono, esattori di imposte e pastori, e poi prostitute e altri peccatori pubblici, ma anche infermi la cui malattia, specie se ripugnante come la lebbra, viene percepita come segno di peccati commessi, e infine la grande massa della gente comune, il popolo che non conosce tutti i meandri della Legge e quindi la trasgredisce anche senza saperlo. Nessuno di costoro viene allontanato da Gesù, anzi viene da lui cercato, come appare dall’accusa che gli viene rivolta: «Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”»[90]. Ma conosciamo anche la risposta di Gesù: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori»[91]. Gesù cerca la comunione con coloro che il giudizio del potere religioso rifiuta perché egli è colui che porta la misericordia del Padre. E questa misericordia si traduce in una reintegrazione anche sociale, di cui la comunione alla mensa a cui Gesù dà accesso è il segno.

E che la comunione con Dio e con i fratelli sia la meta a cui Gesù chiama tutti e per la quale apre a tutti la strada, lo mostra anche il fatto che le sue guarigioni sono sempre accompagnate, spesso esplicitamente, dal perdono. È che il peccato costituisce la più grande povertà, quella che tocca il cuore dell’uomo e non solo i suoi beni o il suo status sociale. E da questa povertà Gesù è l’unico che può redimere, perché lui solo può perdonare in nome di Dio. Lo capiscono i suoi stessi avversari, che di fronte alle sue parole di perdono si chiedono: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?»[92]. E il perdono di Dio che giunge attraverso Gesù non ha limiti e può ridare vita a tutti. Anche per una pubblica peccatrice può aprirsi una vita nuova: «I tuoi peccati sono perdonati. […] La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!»[93].

Anche l’emarginazione che è effetto della separazione etnica non ferma Gesù. Pagani, come un centurione romano o una donna fenicia, vengono da Gesù e trovano ascolto; giungono perfino ad essere elogiati per la fede che esprimono in lui.[94] Il potere taumaturgico di Gesù si rivolge a persone malate care a questi stranieri, come pure a un abitante della Decàpoli posseduto da uno spirito impuro,[95] a un lebbroso samaritano.[96] E stranieri, come i samaritani, possono essere proposti a modello del vero discepolo.[97] Non sarà pertanto senza significato che la professione di fede più esplicita di tutto il vangelo di Marco sgorghi dalla bocca di uno straniero, un centurione romano, ai piedi della croce: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!»[98].

Circa la povertà economica, il pensiero di Gesù si discosta notevolmente da quello corrente nella società giudaica del suo tempo, dove l’ideale per un uomo è essere ricco e non certamente povero, e la ricchezza è considerata una benedizione di Dio sull’uomo giusto, anche se si ritiene che Dio abbia compassione del povero. Per Gesù la prospettiva è diversa, perché la condizione di povertà è addirittura motivo di beatitudine:

«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete»[99].

La vita povera di Gesù con i poveri

E Gesù non si limita solo alle parole, ma tutta la sua esistenza scorre in una costante frequentazione con la gente di umile condizione, di cui condivide la precarietà: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo»[100]. È una condivisione che si traduce anche nel prendersi cura dei poveri, per cui egli nutre le folle affamate e invita i discepoli a fare dei beni uno strumento di solidarietà. Così chiede a un uomo ricco che lo interroga su come avere la vita eterna: «Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!»[101].

Altrettanto importanti sono gli avvertimenti di Gesù contro il pericolo costituito dalle ricchezze. Stare dalla parte dei poveri significa al tempo stesso creare le condizioni della condivisione, che è strumento di giustizia, ma anche liberare l’uomo dalla schiavitù dei beni che creano l’illusione di possedere, e quindi di essere garantiti, mentre in realtà ci si trova ad esserne posseduti, e quindi privati della propria identità e dignità: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore»[102].

Lo sguardo gettato sul legame tra Gesù e i poveri non può infine dimenticare due situazioni di emarginazione tipiche della società del tempo, che vengono radicalmente smentite da Gesù. Per Gesù i bambini hanno un posto privilegiato tra quanti lo circondano: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio»[103]. Il gesto è tutt’altro che scontato nel contesto socio-religioso del tempo, in cui il fatto che i bambini non erano ritenuti soggetti capaci e quindi obbligati all’osservanza della Legge li faceva considerare esseri umani incompiuti. Per Gesù invece sono proprio loro, nella condizione di bisogno e di affidamento che vivono, il paradigma del vero discepolo, e quindi vanno accolti con lo stesso amore con cui li accoglie il Padre e lui stesso, Gesù, li abbraccia. Nella loro fragilità si coglie l’incontro con il volto misericordioso di Dio e quindi è proprio in loro, i bambini, i più deboli, coloro in cui meglio risplende la dignità della persona umana, che non si fonda sui diritti, ma sull’amore che si riversa su di essa da parte di Dio.

Un capovolgimento simile Gesù lo promuove nei riguardi della donna, anch’essa emarginata dalla società del tempo: marginale dal punto di vista religioso tanto da non essere soggetta a tutti i precetti della Legge ed esclusa quindi dal suo insegnamento, spesso in condizioni di impurità religiosa a causa del flusso mestruale, vittima di pregiudizi sociali come causa di crisi dei rapporti coniugali – così che a chiedere l’eventuale divorzio poteva essere solo l’uomo –, considerata occasione di disordine sessuale e di scandalo. Eppure Gesù non teme di intrattenere un dialogo sui fondamenti della fede con una donna, per di più samaritana e in condizione di coppia che  si direbbe irregolare;[104] si lascia sfiorare da una donna che soffre di perdite di sangue e quindi andava considerata fonte di impurità;[105] si lascia toccare perfino da una donna peccatrice, che si mostra aperta a quel pentimento a cui si chiudono invece altri attorno a lei;[106] lo stesso perdono viene da lui offerto a una donna adultera che tutti vorrebbero condannata;[107] riconosce la figura del vero discepolo in Maria, la sorella di Lazzaro e Marta, che, lasciato il servizio della mensa, si è messa all’ascolto della sua parola;[108] e alcune donne lo seguono come discepole fin dalla Galilea e saranno proprio loro a restare le uniche fedeli spettatrici della croce e della successiva sepoltura di Gesù, così da poter diventare testimoni del sepolcro vuoto e dell’annuncio che egli è risorto.[109] Non ci sono schemi o pregiudizi a frenare la libertà di Gesù: uomo o donna, ogni persona umana trova in lui ascolto, accoglienza, riconoscimento della dignità di destinataria dell’amore del Padre.

Una Chiesa con i poveri al centro

Perché proprio questo egli è venuto a rivelare e a rendere presente nella nostra storia: Dio ci ama, e ama tutti, prima di tutto i più poveri e i più fragili, coloro che senza questo amore sarebbero nulla. Chi crede invece di essere qualcosa, nella sua ricchezza, nel suo prestigio, nella sua età adulta, nel suo ruolo sociale, fatica di più a farsi raggiungere da questo amore.

Quanto sia difficile condividere questo orizzonte di inclusione degli emarginati, che guida l’agire di Gesù, lo denuncia la stessa Chiesa dei primi tempi che, nelle parole dell’apostolo Giacomo, non teme di svelare le inadempienze che presto si manifestano su questo fronte: «Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disonorato il povero!»[110].

8. Gesù maestro e profeta, Cristo, Figlio dell’uomo, Figlio di Dio

Una parola colma di autorità, da vero maestro e profeta

Mentre ci rivela il vero volto di Dio, Padre misericordioso, Gesù al tempo stesso svela anche la propria identità.

Quando Gesù appare sulla scena della Galilea si può pensare che sia stato definito anzitutto come un maestro, un rabbì; così lo abbiamo sentito apostrofare dai primi che gli si accostavano per diventarne discepoli.[111]. Ma da subito diventa evidente che questo maestro non è come gli altri rabbini, che fondano l’autorità dei loro giudizi su un’erudita interpretazione delle parole più antiche della tradizione. Non solo il modo con cui egli presenta il suo insegnamento si distacca dalla tradizione, ma spesso appare una parola che si distacca dalla stessa legge mosaica, fino a far nascere dubbi sulla compatibilità con essa. In ogni caso la parola di Gesù si propone con un’autorevolezza che non sembra avere altra giustificazione che la sua stessa persona e i segni che egli compie per avvalorarla. Di qui la constatazione e al tempo stesso la domanda della gente: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!»[112].

Non meraviglia quindi che presto non basti più definirlo un Maestro, ma gli si attribuisca il titolo di Profeta o si veda in lui redivivo colui che era stato considerato dalle folle l’ultimo dei profeti, Giovanni il Battista: «Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti”»[113]. La sua parola viene quindi considerata non semplicemente come un’interpretazione della legge consegnata a Mosè, ma come una parola nuova detta da Dio per l’oggi, secondo la missione di tutti profeti. Così che al gesto con cui Gesù ridà vita a un ragazzo morto, ripetendo quanto avevano fatto grandi profeti come Elia ed Eliseo, «tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi”, e: “Dio ha visitato il suo popolo”»[114]. Con questo titolo di Profeta le folle lo salutano dopo che ha moltiplicato per loro pani e pesci: «Questi è davvero il Profeta, colui che viene nel mondo!»[115]. E agli abitanti di Gerusalemme che chiedono chi sia costui che entra acclamato nella città, «la folla rispondeva: “Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea”»[116].

Il Messia atteso, ma con caratteri inaspettati

Se si riconosce che Gesù è un grande profeta, allora implicitamente si dà atto che sono giunti quei tempi messianici nei quali si aspettava appunto la venuta di un profeta. Il passo successivo fu ritenere che Gesù stesso fosse il Messia atteso. E come re-Messia le folle vorrebbero acclamarlo dopo che le ha sfamate.[117] Ma egli si sottrae a questa esaltazione, nella consapevolezza di quanta ambiguità fosse racchiusa in quel riconoscimento. Con il titolo di Messia si indicava infatti un inviato di Dio, un discendente di David, che alla fine dei tempi avrebbe dovuto liberare Israele da ogni oppressione e restituire il popolo alla signoria di Dio. La parola Messia esprime il fatto che questo inviato è stato “unto” da Dio per tale compito, e viene traslato nella lingua greca con il corrisponde titolo di Cristo. Le forme con cui tale liberazione doveva realizzarsi erano ovviamente pensate in termini politico-militari, per cui all’immagine del Messia era connessa quella di Re, una regalità da affermare attraverso la sconfitta dei nemici di Israele.

Possiamo ben comprendere come Gesù si mostri estremamente cauto nei riguardi di quanti lo vogliono riconoscere quale Messia, uomini e demoni soprattutto, a cui comanda di tacere quando vogliono svelare questa sua identità, mai rifiutata esplicitamente, ma sempre sfuggita. Almeno fino a quando non potrà presentarla da una prospettiva diversa, con lo svelamento di un disegno liberatorio sì, ma difforme da quanto era allora atteso. Lo fa esplicitamente nel momento in cui il riconoscimento di lui come Messia appare sulle labbra dei suoi discepoli, non negando questa identità, ma chiedendo di mantenere su di essa riserbo, soprattutto annunciando che la sua messianicità si sarebbe manifestata nella sofferenza: «Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere»[118].

Davvero nuova è l’immagine del Messia che Gesù propone: non un trionfatore che prende il potere, ma un umiliato che appare sconfitto su una croce e solo dopo questo passaggio di estrema sofferenza risorge. Questo spiega anche come Gesù lasci che lo si acclami Messia all’ingresso in Gerusalemme alla vigilia della Pasqua, quando ogni illusione su eventuali mire politiche doveva apparire ormai lontana, tanto che il potere romano non sembra preoccuparsi delle grida di quanti lo accolgono: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!»[119]. E questo Messia esprime le sue intenzioni di pace entrando in città non a dorso di un cavallo da guerra, ma su un’asina da lavoro, che ha accanto a sé un puledro, circondato da una folla che non agita spade ma rami di alberi.

E se nella passione riapparirà il titolo di Cristo, sarà nelle domande del Sommo sacerdote, a cui Gesù risponderà: «Tu l’hai detto»[120], non negando la propria identità di Messia, ma prendendo le distanze dal modo con cui poteva intenderla il capo religioso del giudaismo. Lo stesso farà con il procuratore romano Pilato che, traducendo in linguaggio politico il titolo di Cristo, gli chiederà se egli si riconosca re dei Giudei e avrà da Gesù la medesima risposta: «Tu lo dici»[121].

Solo la croce potrà togliere ogni dubbio sul modo con cui intendere la messianicità di Gesù. Dopo la Pasqua ogni possibile equivoco cade e Pietro potrà proclamare con chiarezza in quella Gerusalemme che aveva contemplato il Crocifisso: «Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso»[122].

Il volto umano e divino del Figlio dell’uomo

Assai cauto nel lasciarsi attribuire il titolo di Messia-Cristo, Gesù preferisce parlare di sé come Figlio dell’uomo. L’espressione racchiude in sé almeno due possibili chiavi di lettura, che però non si escludono l’un l’altra. Figlio dell’uomo è anzitutto una locuzione tipica delle lingue semitiche che indica semplicemente “uomo”, l’essere umano nella sua precarietà e debolezza. Così va compreso il presentarsi di Gesù come Figlio dell’uomo quando segnala le condizioni povere della sua esistenza: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo»[123], ma anche quando descrive le modalità comuni del suo stile di vita, diverso da quello ascetico, ad esempio, del Battista: «È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”»[124].

Ma in questo uomo si manifesta anche un’autorità che rinvia a quella stessa di Dio: «Il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra»[125]; «il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato»[126]. Un uomo sì, ma non un semplice uomo. E qui incrociamo l’altro possibile orizzonte di significato dell’espressione Figlio dell’uomo, con cui Gesù preferisce definire se stesso. Nel libro di Daniele viene descritta una visione, in cui Dio, assiso sul suo trono celeste, proprio a «uno simile a un figlio d’uomo» dà «potere, gloria e regno… il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto»[127]. Gesù si riferisce senz’altro a questa figura celeste, quando si presenta come il giudice della fine dei tempi: «Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni»[128], un’affermazione dove è evidente l’identificazione tra la sua persona e questo figlio d’uomo della fine dei tempi. Lo testimoniano anche queste altre sue parole: «Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli»[129]. Tutto diventa di nuovo chiaro quando non possono più sorgere equivoci, vale a dire nella Passione, in cui Gesù dichiara di sé con assoluta chiarezza: «E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenzae venire con le nubi del cielo»[130].

Come sia possibile legare il significato tutto umano di Figlio dell’uomo come semplice uomo e questo significato celeste di Figlio dell’uomo come partecipe della signoria stessa di Dio lo illustrano gli altri testi dei vangeli in cui Gesù lega questa designazione di sé alle vicende della sua passione, del suo tragico destino di sofferenza e di morte, a cui si collega la prospettiva salvifica della risurrezione: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà»[131]. La totale immersione di Gesù nella condizione umana lo conduce fino alla condivisione di rifiuto e disprezzo dei più poveri degli uomini, ma proprio passando attraverso questa condivisione, nel disonore della croce, si rivela il suo volto di Signore della vita, partecipe del potere stesso di Dio.

Figlio di Dio: il dono del Padre

Non c’è che da fare un passo per giungere all’ultimo dei titoli che vanno riconosciuti a Gesù, quello di Figlio di Dio. Abbiamo già ricordato come questo nome sia sulle labbra del centurione romano sotto la croce. L’evangelista Marco lo aveva peraltro già posto all’apertura del suo vangelo: «Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio»[132]. Nel vangelo di Giovanni questo titolo risuona più volte sulla bocca di discepoli, di avversari e di Gesù stesso. Come abbia potuto intendersi questa espressione nell’ambiente di Gesù, se cioè in senso proprio o nel senso largo con cui tutto il popolo d’Israele si riconosceva figlio di Dio, non è facile dirlo. Sappiamo però che questo titolo fin dai primissimi tempi della vita della Chiesa divenne il modo con cui esprimere quel legame tutto particolare per cui Gesù è unito al Padre, come una cosa sola, perché egli stesso Dio, un Dio fatto uomo.

Lo esprime con impareggiabile luminosità l’evangelista Giovanni, quando apre il suo vangelo scrivendo:

«In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio. […]
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità. […]

Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
lui che lo ha rivelato»[133].

Di questo legame unico e sostanziale con il Padre Gesù è ben consapevole e, al di là dell’uso o meno da parte sua, dell’espressione Figlio di Dio, egli si considera tale nel momento in cui, ad esempio, si identifica nel «figlio amato» nella parabola del vignaioli omicidi[134]. Così lo sperimentano i tre discepoli che sono testimoni della sua trasfigurazione sul monte, che si sentiranno interpellare dalla nube della presenza divina con queste parole: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!»[135].

E, ancora una volta, è nella Passione che questa identità divina di Gesù, come unità con il Padre, emerge nella sua natura più profonda, sia nella preghiera nel Getsèmani, dove si manifesta come abbandono fiducioso in un amore che non può tradire: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu»[136], sia nell’ultima parola sulla croce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito»[137].

Squarci di luce sulla nascita e l’infanzia di Gesù

L’interrogativo sul mistero dell’identità di Gesù non poteva non toccare anche le sue radici, la sua origine. E se l’evangelista Marco si limita a darne l’enunciato nel titolo del suo libro: «Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio»[138], i vangeli di Matteo e di Luca si affidano a un procedimento narrativo in cui recuperano antico materiale della tradizione che ha a che fare con i primi tempi della vita di Gesù,[139] mentre l’evangelista Giovanni presenta una riflessione teologica per rispondere alla medesima domanda:[140] quali sono le origini di Gesù?

La risposta di Matteo e Luca, pur attingendo a fonti diverse della tradizione, converge su alcuni elementi fondamentali: il concepimento miracoloso nel grembo di una vergine di Nàzaret, Maria, senza intervento dell’uomo; il legame sponsale tra Maria e Giuseppe, discendente della famiglia di Davide, che si assume pertanto la paternità legale del bambino e lo inserisce nella promessa della regalità davidica; la nascita di Gesù a Betlemme, la città di Davide; la sua crescita a Nàzaret, così da essere conosciuto nella sua vita come il Nazareno. In questa origine nel tempo emerge la consapevolezza che la persona di Gesù non è definibile nei termini della sola umanità: egli, che viene annunciato come colui che «salverà il suo popolo dai suoi peccati»[141], «un Salvatore, che è Cristo Signore» che si presenta ai pastori come «un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia»[142], è sì il figlio di Maria ma «il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo»[143], così da poter essere chiamato «Figlio dell’Altissimo»[144]. Il convergere di divinità e umanità nella persona di Gesù ha uno snodo essenziale nella persona di Maria, che viene così ad assumere un posto di assoluto rilievo nella fede dei seguaci del Figlio, un posto che emerge ancora con riserbo, seppure con chiarezza, nelle pagine dei vangeli, per svilupparsi poi con larghezza nella tradizione successiva.

A sua volta l’evangelista Giovanni risale alle origini eterne di colui che appare nel tempo: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio»[145]. Il Verbo eterno, che è la vita e la luce degli uomini, è entrato nel tempo: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità»[146]. In lui si compie la rivelazione piena di Dio, in quanto nella sua identità divina che si è fatta carne risplende il volto stesso del Padre: «La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato»[147].

Il farsi uomo del Figlio di Dio, un evento al cuore della fede

Riconoscere in Gesù il Messia Figlio di Dio fatto uomo costituisce la via di accesso alla fede in Dio. Sulla fede in Gesù, Figlio di Dio incarnato, vero Dio e vero uomo, si decide della vera fede. Non meravigliano pertanto parole severe come queste che troviamo nella prima letteratura cristiana: «Non vi ho scritto perché non conoscete la verità, ma perché la conoscete e perché nessuna menzogna viene dalla verità. Chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre»[148].

Nel riconoscere questa identità divina nell’uomo di Nàzaret si definisce anche la peculiarità della fede cristiana, che lungi dall’opporre umano e divino si edifica proprio in questo incontro. Così che per il discepolo di Gesù riconoscere il primato di Dio non significa mai dimenticare l’uomo e chinarsi sulla condizione dell’uomo non gli imporrà mai di cancellare Dio dal suo orizzonte. La fede nell’incarnazione è ciò che qualifica la fede cristiana rispetto ad ogni altro pur alto sentimento spirituale e ad ogni altra pur incisiva esperienza religiosa, come pure rispetto ad ogni pur nobile umanitarismo e progetto storico di miglioramento sociale.

9. Crocifisso per amore

Verso la croce in piena consapevolezza e libertà

La piena consapevolezza dell’identità di Gesù come Figlio di Dio fatto uomo è il dono che viene fatto ai discepoli dopo la Pasqua del Signore. Solo infatti nel suo esito finale la vita di Gesù svela pienamente il suo significato e verso questo esito Gesù, ad un certo punto della sua predicazione itinerante, si orienta in modo cosciente e risoluto. L’evangelista Luca descrive così la consapevolezza e la determinazione di Gesù: «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme»[149]. L’espressione «prese la ferma decisione» alla lettera suona ancora più forte: «indurì il suo volto». A muso duro si direbbe, se non apparisse troppo irriverente; ma la sostanza è quella: una decisione di estremo coraggio, che non guarda alle conseguenze che si preannunciano funeste. E Gesù ne è pienamente consapevole, perché più va avanti nel cammino più diventa chiaro che a Gerusalemme si consumerà lo scontro con quanti lo rifiutano e lo avversano, ma anche che egli non sarà abbandonato dal Padre, come confida ai suoi discepoli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e si compirà tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo: verrà infatti consegnato ai pagani, verrà deriso e insultato, lo copriranno di sputi e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà»[150].

L’ingresso di Gesù nella città santa appare avvolto di ambiguità.[151] Il sincero entusiasmo delle folle non può nascondere la sostanziale chiusura dei poteri, religiosi e politici, che sembrano stare a guardare, ma che subito manifestano la loro avversione nelle controversie che aprono contro il Maestro venuto dalla Galilea, il quale peraltro completa l’entrata trionfale con un gesto di opposizione verso il Tempio. Le stesse folle, che fanno proprie le acclamazioni che dovevano essere riservate al Messia – «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!»[152] –, appaiono caricare queste espressioni di un significato politico che è invece estraneo alle intenzioni di colui che esse definiscono «il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea»[153].

Poi tutto precipita e le controversie lasciano il passo a una volontà omicida a lungo coltivata che ora giunge a una tragica decisione che, nella narrazione di Matteo, sembra però essere solo il riflesso di una decisione più alta, quella di Gesù, pronto all’estrema donazione di sé: «Terminati tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli: Voi sapete che fra due giorni è la Pasqua e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso”. Allora i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote, che si chiamava Caifa, e tennero consiglio per catturare Gesù con un inganno e farlo morire»[154]. Strumento dell’inganno sarà uno dei discepoli di Gesù, Giuda Iscariota,[155] uno degli amici. Un contesto di amicizia, incapace però di capire e condividere fino in fondo, circonda peraltro Gesù nelle sue ultime ore, dalla casa di Betania, in cui Maria gli unge i piedi, un preannuncio della sepoltura,[156] alla cena con i discepoli a Gerusalemme.[157]

L’ultima cena con i discepoli

In quest’ultima cena con i suoi prima della Passione il contrasto tra amicizia e incomprensione si fa del tutto evidente. Questa cena viene presentata dai vangeli di Matteo, Marco e Luca come la cena della Pasqua ebraica; l’evangelista Giovanni, probabilmente con maggiore precisione cronologica, la colloca invece un giorno avanti alla Pasqua, così che la morte di Gesù in croce l’indomani va per lui a coincidere con il momento in cui venivano immolati gli agnelli pasquali.

Al centro della cena di Gesù c’è un gesto fondamentale che illumina il senso del suo sacrificio sulla croce: «Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo”. Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio”»[158]. Il gesto di Gesù svela la sua morte come dono di sé: la vita di Gesù è una vita donata e la sua morte non è un deprecabile incidente, ma la meta a cui egli tende come compimento di un dono che non ha limiti, in quanto è per tutti, a cominciare dai peccatori, ed è totale, appunto fino alla morte. Al tempo stesso quel gesto ne prolunga la presenza reale ed efficace in una memoria che deve accompagnare i discepoli lungo i secoli, fino alla fine dei tempi, nella modalità di una condivisione di destino, di cui il mangiare e bere è segno, nutrimento e assimilazione.

Quanto sia coinvolgente partecipare al corpo e al sangue di Cristo lo illustra l’evangelista Luca, facendo seguire al pane spezzato e al vino condiviso queste parole di Gesù: «Chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve»[159]. Nel vangelo di Giovanni tutto questo viene illustrato con un gesto,[160] quello di Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli: «Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi»[161]. La croce, in cui si compie il servizio di Gesù ai suoi, è anche la meta, il destino a cui è chiamato chi gli vuole rimanere fedele.

Al centro del processo: chi è Gesù?

Quanto sia precaria questa fedeltà appare fin dall’inizio della Passione, quando nel giardino del Getsèmani Gesù sperimenta la solitudine, circondato da discepoli assopiti, incapaci di cogliere la drammaticità dell’ora. Questa è invece ben presente a Gesù, che chiede di esserne liberato, ma al tempo stesso conferma la propria totale fiduciosa consegna alla volontà del Padre: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu»[162].

Alcuni armati, inviati dai capi religiosi e politici dei giudei, hanno in Giuda chi li conduce a Gesù e lo indica loro con un bacio, mentre gli altri discepoli lo abbandonano e fuggono.[163] Condotto davanti al sinedrio, l’istituzione che esercitava l’autorità religiosa e politica sul popolo giudaico, Gesù viene sottoposto a un processo, in cui le accuse che gli si rivolgono contro sono confuse e non giungono a formulare un vero capo di imputazione, finché lo stesso Sommo sacerdote non pone la questione decisiva: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?»[164]. La libertà con cui Gesù si poneva di fronte alla legge e la sua critica al culto nel Tempio potevano sì essere alla base dell’ostilità dei suoi avversari, ma non erano sufficienti a motivare una condanna, tanto meno una condanna a morte, come era già stato preventivamente deciso. La questione doveva porsi e si poneva al centro della fede d’Israele: la pretesa messianica di Gesù e soprattutto il vincolo assolutamente unico con Dio che egli rivendicava: era Gesù davvero il Messia e il Figlio di Dio? La risposta di Gesù non è affatto reticente ed esprime tutta la sua consapevolezza circa la propria identità e missione, come pure la sua decisione di non evitare un confronto che non potrà che essere fatale: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo»[165].

Chi è Gesù? È stata la domanda che ha accompagnato tutta la sua vita, una domanda che ha ricevuto tante parziali e contraddittorie risposte, non poche volte frenate da Gesù stesso, in quanto egli era ben consapevole delle ambiguità che potevano nascondersi in una proclamazione esplicita della sua messianicità. Ma ora nessuna ambiguità è più possibile: riconoscere in quell’uomo, solo, indifeso, umiliato, maltrattato e la cui condanna appare inevitabile, l’inviato di Dio per la salvezza degli uomini, anzi Dio stesso che si è fatto vicino agli uomini per salvarli, può essere affermato con tutta chiarezza e con altrettanta consapevolezza che tale riconoscimento avrà come prezzo la sua stessa vita.

Per portare a termine il progetto omicida, occorreva tradurre questa prospettiva che è tutta religiosa in un linguaggio spendibile nel tribunale del potere romano, il solo che aveva la facoltà in Giudea, a quel tempo, di sentenziare la morte di un uomo. Basterà esprimersi in termini di regalità, una regalità concorrente a quella dell’imperatore, avvalendosi del fatto che l’appellativo di Re era uno dei titoli dati dalla tradizione al Messia e al tempo stesso poteva essere inteso come un’evidente qualifica politica. È quanto avviene nel nuovo processo che Gesù subisce davanti al governato romano della Giudea, il procuratore Ponzio Pilato, a cui i capi giudei lo conducono. Prima però la narrazione della Passione non manca di registrare i gesti di oltraggio, di derisione e di violenza che vengono riservati a Gesù e soprattutto l’ulteriore distanza che i discepoli prendono nei confronti di lui: uno, Giuda, lo aveva tradito, tutti erano fuggiti, ora il primo di loro, Pietro, lo rinnega, non mancando però di aprire subito il cuore al pentimento.[166]

Anche di fronte a Pilato, Gesù non si tira indietro per cercare di salvarsi. Al procuratore che gli domanda: «Tu sei il re dei Giudei?», risponde senza esitazioni: «Tu lo dici»[167], una replica con cui Gesù non nega di essere re, ma lascia capire che il modo con cui Pilato sta parlando di regalità è diverso da quello con cui Gesù la riconosce a se stesso. Che questo processo si regga su un voluto equivoco non sembra sfuggire al procuratore romano, che cerca anche di sottrarsi alla responsabilità della decisione, proponendo di liberare l’imputato con un gesto di grazia. Ma ciò viene rifiutato dai capi giudei e dalla folla da loro sobillata, che al Nazareno preferisce un brigante, un rivoltoso omicida di nome Barabba.[168] Un ulteriore tentativo di evitare di dover decidere lui Pilato lo fa, secondo il vangelo di Luca, inviando Gesù al tetrarca Erode, che per conto dell’impero esercitava il potere sulla regione della Galilea da cui l’imputato proveniva, ma Erode glielo rimanda indietro dopo averlo anch’egli insultato e sbeffeggiato.[169]

Alla fine, nella sua debolezza, Pilato cede, e pronuncia la condanna a morte che gli è stata richiesta, una morte che sarà, secondo l’uso romano, quella crudele della crocifissione, il supplizio riservato ai sudditi dell’impero rei di un delitto grave, come il crimine di lesa maestà.[170] La copertura politica che viene data alla condanna di Gesù da una parte è un chiaro abuso giocato sull’ambiguità dell’accusa dei capi giudei, dall’altra però rivela come l’identità di Gesù che è propriamente religiosa non è qualcosa che si pone fuori dalla storia e non è priva di conseguenze anche sul piano sociale e politico.

Sulla croce si compie e si svela l’amore del Padre

Dopo essere stato flagellato, come era consuetudine prima della crocifissione, e ulteriormente dileggiato, Gesù percorre la strada che lo conduce fuori dalle mura della città, dove venivano innalzate le croci dei condannati a morte.[171] Il luogo a ciò riservato a Gerusalemme aveva il nome di Gòlgota, cioè Cranio, per la conformazione della collinetta, un luogo appena elevato rispetto alla strada, così che la condanna potesse divenire pubblico spettacolo, da cui i passanti dovevano trarre lezione. Gesù viene spogliato e appeso alla croce, in mezzo ad altri due condannati, mentre la piccola folla di astanti continua a schernirlo e insultarlo, così come fanno i soldati incaricati dell’esecuzione.[172]

Le ultime parole di Gesù a noi trasmesse dai vangeli sono cariche di significato e rivelatrici del senso della sua crocifissione. Sono parole che si aprono con un’espressione di misericordia: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno»[173], con cui Gesù non sminuisce la gravità del crimine di cui è vittima, ma obbedisce all’invito che egli stesso aveva fatto a pregare per i propri persecutori,[174] mentre attua da parte sua quanto ci chiede di impegnarci a fare nella preghiera al Padre: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori»[175]; è una preghiera che costituisce un modello per i suoi seguaci, come mostrerà Stefano al momento della sua lapidazione,[176] e incoraggia alla conversione spiegando l’odiosità di quanto stanno facendo con la non conoscenza del disegno di Dio. Nel momento in cui con la sua morte egli svela il volto misericordioso del Padre verso l’umanità, Gesù si mostra partecipe egli stesso di questa misericordia, lui che aveva detto: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso»[177]. Questo stesso spirito di perdono anima un’altra espressione di Gesù sulla croce, quella con cui risponde alla richiesta del malfattore che sta subendo il supplizio accanto a lui e che gli chiede di non essere da lui dimenticato quando entrerà nel Regno e riceve questa risposta di consolazione da parte di Gesù: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso»[178].

Le parole di Gesù sulla croce sono però anche parole di angoscia, in cui si esprime tutta l’atrocità del supplizio che gli viene inferto e la verità della sua morte, che viene vissuta umanamente da lui come un abbandono perfino da parte del Padre, a cui si rivolge con le parole del Salmo 22: «Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni? , che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”»[179]. Un’espressione che è sì di angoscia, ma non di disperazione, in quanto quello stesso salmo si conclude con il riconoscimento di come Dio sia venuto in soccorso al suo servo.[180]

E che egli sia, anche in quel momento tragico, dentro a un disegno divino e non fuori da esso, lo esprime un’altra parola di Gesù in croce, quella con cui dichiara che in quel suo morire si compie la volontà di salvezza del Padre sul mondo, di cui egli si è fatto strumento: «È compiuto!»[181]. È questa volontà del Padre che Gesù desidera compiere e a cui allude un’altra delle sue parole in croce: «Ho sete»[182], un’espressione che va letta alla luce di quanto Gesù stesso aveva detto nel Getsèmani, quando al tentativo di Pietro di ostacolare la sua cattura, aveva risposto con una domanda: «Il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?»[183]. Tutto è dunque sotto la volontà del Padre, a cui Gesù liberamente si consegna, con il desiderio, la sete, di compierla, anche nella sofferenza di una morte così straziante.

Quella croce sul Gòlgota è infatti sì l’esito della libera scelta degli uomini di rifiutare il proprio Salvatore, toccando in questo atto il vertice di tutti i peccati in cui la loro libertà viene continuamente svenduta, ma è soprattutto l’esito di un’altra libertà, quella della volontà divina, con cui Dio ha deciso di non abbandonare l’umanità alla condanna in cui si è precipitata da sola, ma di amarla con un atto gratuito di redenzione. Infine, in quell’evento, si compie un’altra libertà, quella di Gesù, che non sceglie la morte, ma sceglie di vivere senza riserve la propria donazione di sé, al Padre e agli uomini, fino alla fine: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici»[184]. Proprio sulla croce Gesù mostra di essersi fatto nostro amico.

Anzi nostro fratello, come rivelano altre parole che egli pronuncia da quella croce, quelle con cui, nella figura del discepolo che tutti ci rappresenta, ci affida a sua madre e affida essa noi: «Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé»[185]. Dalla croce di Gesù scaturisce un’appartenenza in cui Maria, la nuova Eva, si propone come la figura della Chiesa che raccoglie i figli di una nuova umanità, modellata sull’immagine del primogenito, Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo.

Torna infine sulla bocca di Gesù la consapevolezza che quanto sta subendo non accade per caso o per sventura, ma fa parte di un disegno di salvezza, da cui ha avuto origine la sua venuta nel mondo e che ora si compie nel suo ritorno al Padre: «Padre,nelle tue mani consegno il mio spirito»[186]. L’istante supremo della vita di Gesù non è in mano ai suoi avversari che ne dispongono come vogliono, ma è nelle sue stesse mani, nella sua volontà di dedizione al Padre, a cui si consegna, come gli ha consegnato ogni giorno della sua esistenza vissuta per lui e per i fratelli. È una consegna che si fonda anche nella certezza che le mani del Padre hanno un potere più grande di quello degli uomini e di quello della morte, i due poteri che gli stanno togliendo la vita. La sua vita – lo «spirito» è il soffio vitale in cui è racchiusa l’esistenza umana – viene consegnata all’autore della vita perché la custodisca in attesa della vittoria sulla morte.

Morto per la nostra salvezza

Come questa morte sia principio di redenzione dell’umanità e modello di vita di ogni credente viene sintetizzato con efficacia in questo inno che troviamo nella prima lettera di Pietro:

«Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché ne seguiate le orme:
egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca;
insultato, non rispondeva con insulti,
maltrattato, non minacciava vendetta,
ma si affidava a colui
che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato,
vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore,
ma ora siete stati ricondotti
al pastore e custode delle vostre anime»[187].

10. Cristo è davvero risorto!

La tomba vuota e l’annuncio che cambia la storia: Gesù, il crocifisso, è risorto!

Ai piedi della croce c’è un piccolo gruppo di donne, che diventano le testimoni della morte di Gesù nel gruppo dei suoi seguaci. Sotto quella croce non ci sono invece i discepoli uomini, che sono fuggiti. Un paio di uomini – Giuseppe di Arimatea e Nicodemo, che è difficile definire propriamente discepoli di Gesù, più probabilmente suoi simpatizzanti, o anche soltanto pii giudei che si prendono cura della sepoltura di uno sventurato – si aggiungono alle donne quando è il momento di calare il corpo del crocifisso dalla croce e di cercargli una sepoltura. È questo un privilegio che Giuseppe, a quanto pare uomo influente, ottiene dal procuratore romano, evitando che il cadavere di Gesù finisca in una fossa comune, come usava per i crocifissi. I due uomini, coadiuvati dalle donne, avvolgono il corpo in un lenzuolo e lo depongono in un sepolcro ancora vuoto, sulla cui entrata viene fatta rotolare una grande pietra.[188] Le donne diventano in tal modo testimoni anche della sua sepoltura, pronte a completare, alla fine del giorno della festa pasquale che stava per cominciare, i riti di unzione della salma secondo il costume giudaico.

Questi riti è quanto si ripromettono di compiere le donne, «passato il sabato… di buon mattino, il primo giorno della settimana»[189]. Mentre ancora si stanno interrogando su come fare per rimuovere la pietra dal sepolcro, devono prendere atto che la pietra è rotolata via e nel sepolcro non c’è il corpo di Gesù.[190] Le accoglie invece un giovane, vestito d’una veste bianca, che annuncia loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”»[191].

L’esperienza del sepolcro vuoto è alla base della fede nella risurrezione di Gesù. Ne sono testimoni quelle stesse donne che sono state testimoni della sua morte in croce e della sua sepoltura: Gesù è veramente morto ed è stato sepolto, ma ora il suo corpo non è più là dove era stato deposto.

Ovviamente un sepolcro vuoto per sé non vuol dire ancora nulla, ma pone una domanda: come interpretare questo fatto inaspettato? La parola del giovane vestito di bianco è la risposta della fede all’interrogativo del sepolcro vuoto. C’è da credere a questa parola? L’altra spiegazione possibile, cioè il furto del corpo da parte di qualcuno, magari gli stessi discepoli, è smentita dal fatto che alcune guardie erano state poste a custodia del sepolcro.[192] E sarebbe stato pericoloso per i discepoli fondare la loro successiva missione su una truffa, che poteva essere facilmente smascherata e che sarebbe stata sempre sotto la minaccia delle contraddizioni. Affermare il contrario, questo sì che sarebbe stato frutto di inganno.[193] Una serie di successive esperienze dei discepoli certifica invece che l’annuncio del giovane uomo vestito di bianco è reale: Gesù è davvero risorto!

Le manifestazioni del Risorto

Gesù è davvero risorto! Lo afferma Maria di Magdala che lo incontra e a tutta prima non lo riconosce, scambiandolo per il custode del giardino, ma viene risvegliata dal sentirsi chiamare per nome da Gesù, una voce che fa rifiorire in lei un legame che ne aveva colmato la vita.[194] Attorno a una mensa, che ha caratteri simili a quella dell’ultima cena che Gesù aveva consumato prima della sua Passione, lo riconoscono due discepoli che, delusi, stavano allontanandosi da Gerusalemme sulla strada verso Emmaus, sentendosi dire peraltro, al loro ritorno in città, che già Pietro aveva veduto vivo Gesù.[195] Ed è sempre attorno a una mensa che tutti gli Undici lo accolgono nel luogo dove erano radunati e vengono da lui istruiti.[196] Sono esperienze del Risorto che continuano poi in Galilea, attorno a quel lago da cui tutto era iniziato e da cui ora tutto deve riprendere, sempre sotto il segno della condivisione della mensa,[197] fino al giorno in cui queste manifestazioni del Risorto cessano e la sua presenza presso i suoi prende la forma del suo Spirito, che accompagnerà coloro che egli ha costituito propri testimoni.[198]

Le manifestazioni del Risorto fondano per i discepoli la certezza che Gesù è vivo. Vivo non perché semplicemente ritornato in vita, come era accaduto per l’amico Lazzaro,[199] ma perché, passando attraverso la morte, si è consegnato alla potenza vivificatrice del Padre che, accogliendolo nella sua gloria, lo ha fatto entrare in un condizione di vita nuova, una vita risorta. Su questa convinzione si regge la fede dei cristiani. Paolo scriverà, polemicamente ai cristiani di Corinto: «Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. […] Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti»[200].

La certezza del fatto della risurrezione di Gesù attraversa tutta la predicazione apostolica e la presenta come un evento reale, concreto, avvenuto e testimoniato. Non si tratta di un simbolo o di una speranza; non è riducibile a una permanenza della memoria di Gesù nel cuore dei discepoli, non è la proiezione del desiderio che il significato della sua esistenza terrena non vada disperso nel tempo. La convergenza delle testimonianze, il ruolo che l’effettiva realtà della risurrezione ha per la fede, la disponibilità a dare la propria vita per essa, nella certezza che la vita nuova in Cristo è un bene che egli parteciperà a chi si affida a lui, stanno a mostrare la realtà storica dell’affermazione dei testimoni: Cristo è davvero risorto!

Un fatto che accade nel tempo e che va oltre questo tempo

Questo evento che si colloca nella storia degli uomini non è equiparabile al ritorno di un morto a questa stessa vita, non è assimilabile a un qualsiasi evento che accade nel tempo. Esso si pone sul confine tra questo tempo e l’eterno. Con la risurrezione Cristo è introdotto, con la sua umanità, in quella dimensione divina da cui era venuto come Verbo che si era fatto carne. Ora nella gloria della divinità entra l’umanità di Cristo e con lui può entrarvi chiunque gli appartiene. Scrive l’apostolo Paolo: «Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita»[201].

Con questa convinzione noi riconosciamo nella risurrezione di Gesù il principio della nostra speranza. La vita dell’uomo, di ogni uomo, ha un limite umanamente invalicabile, che è la morte. Vivere per la morte è esperienza che conduce alla disperazione e al non senso. Solo se c’è qualcuno che ha vinto la morte e ci annuncia che in lui questo è possibile anche per noi, la nostra esistenza è salvata dalla disperazione e dal non senso. La sete di assoluto e di infinito che abita il nostro cuore non è il grido infelice di un uomo destinato all’angoscia, ma un desiderio a cui può essere data un risposta positiva se si prende la stessa strada di Gesù, che non sfugge il dolore e la morte ma l’attraversa con l’amore che si dona. Su questa strada dell’amore che si dona fino alla morte si incontra il Risorto e la nostra risurrezione.

Nella risurrezione di Gesù la libertà del Padre raggiunge quella del Figlio. Questi liberamente si era consegnato alla morte per amore; ora il Padre, con lo stesso amore, liberamente lo riaccoglie nella sua esistenza eterna. Le apparizioni del Risorto si presentano con caratteristiche tali che dal punto di vista degli uomini sia possibile percepire la continuità tra i due gesti d’amore. Il corpo di Gesù è un corpo reale, tanto da essere visto e da condividere la mensa con i suoi, ma al tempo stesso non è vincolato dai limiti della materialità, per cui appare e scompare, entra in luoghi chiusi, si sottrae a ogni possesso. Sono modalità con cui il Risorto vuole mostrare che è proprio lui, colui che è stato crocifisso e sepolto, ma al tempo stesso egli è ormai in una dimensione diversa da quella della storia. Con il Risorto è iniziato il mondo nuovo, la fine di questa storia e l’inizio del mondo redento ed eterno. Decisiva per accogliere questa visione al tempo stesso storica e metastorica della risurrezione di Gesù è la fede. Pur affermata come fatto reale, la risurrezione non rientra nella sfera dei fenomeni dimostrabili e solo gli occhi della fede ne permettono il riconoscimento.

Uno sguardo di fede per riconoscere il Risorto

Ma non sono occhi diversi da quelli che erano stati chiesti ai discepoli all’inizio della loro avventura con Gesù. Solo la fede poteva muovere due giovani a seguire un uomo che veniva loro presentato come l’«Agnello di Dio» e solo la fede poteva indurre quattro pescatori ad abbandonare tutto per seguire un Maestro che andava predicando la venuta di un Regno di cui era difficile scorgere i segni della presenza. Tutto, nel cammino dei discepoli con Gesù, resta sempre nell’orizzonte della fede, che, quando vacilla, può far giungere all’abbandono, come avviene durante la Passione. E resta sempre realtà fragile, che si mescola a sentimenti umani.

Non a caso, le manifestazioni del Risorto avvengono in contesti in cui i discepoli fanno fatica a riconoscerlo, preda di sentimenti di stupore e di timore; e ancora in un misto tra dubbio e fede Gesù si troverà a proporre i suoi ultimi dialoghi con loro: «Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”»[202].

Ma è questa fragile fede l’unico sguardo che ci permette di comprendere il significato della vicenda di Gesù e quello della nostra esistenza.

11. Testimoni del Risorto

Con la forza dello Spirito annunciare Gesù il Signore

La vicenda di Gesù di Nàzaret non si chiude con la sua morte o con l’atto della sua risurrezione e neppure con le sue apparizioni ai discepoli come risorto. La sua presenza continua nella storia, come egli ha promesso: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»[203]. È una presenza viva la sua, animata dal suo Spirito, in vista della testimonianza che egli affida ai discepoli: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra»[204].

L’annuncio del regno di Dio, quell’annuncio con cui Gesù era apparso sulla scena della Galilea, continua ora nella parola e nella vita di coloro che hanno creduto in lui e lo hanno seguito. Ma c’è qualcosa di nuovo nella loro missione. La testimonianza che essi devono rendere non riguarda più l’offerta di una speranza agli uomini proclamando che Dio non ha abbandonato il mondo al suo destino e si è fatto vicino. Essi testimoniano ben di più: che tutto ciò si è realmente realizzato nella vicenda storica di Gesù, nella sua vita donata al Padre e agli uomini fino alla croce, e ridonata trasfigurata dal Padre a lui e agli uomini, come l’evento su cui si fonda la salvezza di tutti. Gesù, in cui la fede ha riconosciuto il Figlio di Dio fatto uomo, è lui stesso il Regno e la sua presenza continua ad animare il mondo mediante il suo Spirito.

È una presenza che continua fino ai nostri giorni e che la tradizione ha voluto aiutarci a individuare mostrando come essa si è manifestata ed è stata riconosciuta e testimoniata nella prima generazione cristiana. Tracce di questa esperienza sono gli stessi vangeli, in quanto rilettura della vita di Gesù e della sua Pasqua alla luce della fede, e sono gli altri scritti del Nuovo Testamento, le lettere, l’Apocalisse, gli Atti degli Apostoli. Proviamo a percorrere insieme qualche passo in queste testimonianze facendoci guidare proprio da questo libro, che si presenta come una continuazione del vangelo di Luca.

Illuminati dalle Scritture e sorretti dallo Spirito

Il venir meno delle manifestazioni del Risorto lascia gli apostoli e gli altri discepoli nello smarrimento. Gesù con le sue apparizioni li aveva radunati dalla dispersione in cui erano precipitati al momento della sua crocifissione, ma cosa li aspettasse e come avrebbero potuto immaginare il loro futuro era tutto da scoprire. Non che mancassero indicazioni. Gesù stesso apparendo loro aveva indicato i punti di riferimento cui affidarsi: il suo insegnamento e una comprensione delle antiche Scritture ebraiche rilette in riferimento a lui. Di fronte a Gesù, che appare mostrando le mani e i piedi trafitti, mostrandosi cioè come il crocifisso risorto, gli Undici e gli altri che erano con loro reagiscono con turbamento e stupore; e Gesù, per ribadire la realtà della sua presenza, chiede qualcosa da mangiare: «Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: “Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”»[205].

Gesù affida i discepoli alla parola sua e a quella delle sacre Scritture, ma aggiunge anche che questo non basta: occorre lo Spirito che, venendo dal Padre, dia loro la forza perché la comprensione si traduca in testimonianza. È quanto accade durante la festa ebraica di Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua:[206] il gruppo dei discepoli, fino a quel momento chiuso in casa per timore dei capi dei giudei che avevano portato il loro Maestro sulla croce, esce sulla piazza con la forza che viene loro dal dono dello Spirito e si fa annunciatore della salvezza di Dio in Gesù: «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere»[207]. Proprio in quell’uomo, ripudiato dai potenti e ucciso sopra una croce, si era realizzata la promessa di Dio: «Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso»[208]. La fede in lui diventa sorgente di salvezza per tutti: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro»[209].

Da Gerusalemme all’intero mondo

Da questo momento in poi tale annuncio, rimodulato a seconda delle circostanze ma fedelmente ribadito nel suo nucleo essenziale, viene ripetuto ovunque i missionari ne è hanno occasione. Da Gerusalemme si espande per città e villaggi della Palestina, per poi passare attraverso i centri più importanti del mondo del Mediterraneo, fino a approdare alla capitale dell’impero, a Roma.[210] Chiudendo con questa meta simbolica, a cui giunge quel Paolo che in tutta la narrazione del libro appare come il modello dell’apostolo evangelizzatore, la narrazione degli Atti mostra che il vangelo di Gesù ha raggiunto tutto il mondo allora conosciuto, secondo l’impegno affidato dal Risorto ai discepoli: «fino ai confini della terra»[211].

Si tratta di un cammino che non ha incertezze: gli ostacoli umani, le opposizioni degli avversari, le persecuzioni cruente non lo fermano, anzi diventano motivazioni per andare in cerca di nuove mete. Accade fin dagli inizi, quando la prima persecuzione che prende di mira a Gerusalemme una parte dei seguaci di Gesù, dopo la lapidazione di Stefano, è all’origine del passo che porta l’annuncio nel resto della Palestina.[212] È un fenomeno che si ripete di volta in volta: la persecuzione genera nuovo slancio nella missione e la spinge verso nuovi ambienti e territori.

Non si tratta però di un cammino che si sviluppa a caso, ma si svolge sempre sotto l’impulso e la guida dello Spirito. È lui che incita e indirizza i missionari, come accade a Filippo, inviato sulla strada da Gerusalemme verso Gaza per incontrare il ministro della regina d’Etiopia, che è alla ricerca di qualcuno che lo illumini nella lettura dei profeti.[213] Allo Spirito si deve che Pietro per primo superi il muro divisorio che separava il mondo giudaico da quello pagano e si trovi ad annunciare il Vangelo a un centurione pagano e ad assistere all’irruzione dello Spirito su lui e sulla sua famiglia.[214] Lo Spirito giunge a interporsi per correggere i piani degli evangelizzatori, come accade a Paolo, che si trova così costretto a lasciare l’Asia per l’Europa: «Attraversarono quindi la Frìgia e la regione della Galazia, poiché lo Spirito Santo aveva impedito loro di proclamare la Parola nella provincia di Asia. Giunti verso la Mìsia, cercavano di passare in Bitìnia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; così, lasciata da parte la Mìsia, scesero a Tròade. Durante la notte apparve a Paolo una visione: era un Macèdone che lo supplicava: “Vieni in Macedonia e aiutaci!”. Dopo che ebbe questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunciare loro il Vangelo»[215].

Mediante la missione degli apostoli il Vangelo raggiunge non solo luoghi diversi, ma entra in contatto anche con ambienti e situazioni culturali le più varie. Se agli inizi la predicazione si rivolge anzitutto al mondo giudaico, raggiunto in particolare nelle sinagoghe, ricevendo però per lo più rifiuti e contrasti, come accade ad Antiochia di Pisidia,[216] i missionari poi non rinunciano a confrontarsi con ogni situazione umana nelle sue varie conformazioni sociali ed economiche, umane e religiose. Vediamo così gli evangelizzatori messi a confronto con la religiosità del paganesimo tradizionale, come accade a Paolo e Barnaba a Listra, dove a stento riescono a fermare la gente che vorrebbe offrire loro un sacrificio, avendoli scambiati per un’apparizione di Zeus ed Hermes.[217] Non manca la sfida con la religiosità popolare impastata di superstizione e magia, come accade a Filippi.[218] Ad Atene, invece, Paolo deve confrontarsi con il mondo del pensiero filosofico, che si rifiuta di credere che un uomo possa essere risorto dai morti.[219]

I contesti cambiano ma il centro del Vangelo resta sempre lo stesso: Gesù morto e risorto, unico salvatore dell’uomo. Paolo ne offre questa formulazione sintetica ai cristiani di Roma: «Il vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore; per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo»[220].

Si tratta di un tesoro prezioso, posto nelle mani peraltro si uomini fragili, che non affidano alle proprie risorse la credibilità del loro annuncio, al contrario. La loro fragilità è manifesta: da Pietro che rinnega il suo maestro a Paolo che non può nascondere il suo passato di persecutore, tutta la storia della Chiesa è attraversata da questo mistero di uomini peccatori che chiedono di non guardare alla loro miseria ma alla potenza di vita nuova che si manifesta nella persona di Gesù che essi annunciano. Dio si affida alla fragilità degli uomini. Dirà Paolo: «Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi»[221]. Né la debolezza dei testimoni, né le avversità che la testimonianza deve attraversare devono oscurare il tesoro: proprio nella povertà dei testimoni risplende con maggiore forza il dono di Dio.

Anche perché il dono che essi offrono non è un loro possesso. I discepoli di Gesù non sono i suoi padroni. Sono uomini che ne hanno fatto esperienza, ma egli non è racchiuso né nella loro vita né nella loro comunità. La Chiesa che essi formano non è un fortilizio che protegge Gesù e solo chi lo presidia può comunicarlo agli altri. Gesù, infatti, è ben più che i suoi discepoli, siano essi pure i santi. Egli abita il mondo come il Signore della storia e agisce mediante il suo Spirito per guidarne gli esiti verso un compimento di salvezza. In questa storia egli assume molti volti, soprattutto il volto dei poveri. Così egli ci ha insegnato a cercarlo: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»[222]. L’occhio della fede dei discepoli deve riconoscere Gesù là dove egli li precede e chiede di essere amato come gli ci ha amati.

Nella testimonianza apostolica è offerto a tutti l’incontro con Gesù

Eravamo partiti nel nostro cammino con una domanda posta da Gesù, che suonava come una chiamata: «Che cosa cercate?»[223]. Come i due giovani discepoli di Giovanni anche noi abbiamo accettato di seguire quel Maestro che ci ha invitati: «Venite e vedrete»[224]. E abbiamo scoperto che Gesù è ben più che un maestro: in lui è venuto in mezzo a noi il Figlio stesso di Dio, che non si è mostrato però nella potenza ma nella debolezza, che si è umiliato, come l’ultimo degli uomini, fino alla morte, crocifisso. Così canta un antico inno cristiano che Paolo ci fa conoscere nella lettera ai cristiani di Filippi:

«[Cristo Gesù], pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
“Gesù Cristo è Signore!”,
a gloria di Dio Padre»[225].

È nella perdita di sé, richiesta dall’amore senza misura che il Padre gli ha affidato di svelare al mondo, che Gesù ritrova la radice della vita, quella eterna, cioè l’amore del Padre.

L’annuncio di questo mistero risulta arduo da accogliere per la mente e il cuore induriti degli uomini. Lo testimonia Paolo ai cristiani di Corinto: «Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio»[226]. Alla debolezza di Cristo corrisponde la debolezza dei suoi testimoni e la forma fragile della testimonianza.

Ma è in questa consegna di sé – di Cristo e dei testimoni – che risplende la potenza della risurrezione: «Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù»[227].

In Gesù risorto il seme di un mondo nuovo

In quel maestro venuto da Nàzaret c’è il seme, l’alba di un mondo nuovo, in cui trovano risposta le attese di giustizia e di pace che nutrono la speranza nei nostri cuori. È il mondo trasfigurato dalla presenza di Dio, in cui regna quell’«Agnello di Dio»[228] che Giovanni aveva proclamato e che ora ritroviamo trafitto ma vivente sul trono dell’Altissimo, colui che ha in mano il mistero della storia e lo svela agli uomini, che si raccolgono attorno a lui, che li ha redenti, e con loro ha fatto nuova l’intera creazione.[229]

Dall’Agnello di Dio emana la luce capace di rimuovere tutte le tenebre del mondo:

«La città non ha bisogno della luce del sole,
né della luce della luna:
la gloria di Dio la illumina
e la sua lampada è l’Agnello.[230]

Dalla presenza dell’Agnello nasce il mondo nuovo:

«E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:

“Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro
ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate”.
E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”»[231].

Questa presenza di novità anche noi invochiamo. Lui, l’Agnello di Dio, vogliamo anche noi incontrare: «Vieni, Signore Gesù»[232].

[1] Francesco, Discorso in occasione del V Convegno Nazionale della Chiesa italiana (Firenze, 10 novembre 2015).

[2] Gv 1,38.

[3] Cfr. Gv 1,35-42.

[4] Gv 1,29.

[5] Gv 1,38.

[6] Gv 1,39.

[7] Gv 1,41.

[8] Mc 1,16-20.

[9] Cfr. Mt 4,18-22; Lc 5,1-11.

[10] Mc 1,17.

[11] Mc 1,17.

[12] Cfr. Mc 1,14-15.

[13] Mc 1,18.

[14] Cfr. Mt 9,9-13.

[15] Cfr. Lc 8,1-3.

[16] Cfr. Lc 19,1-10.

[17] Cfr. Gv 3,1-21.

[18] Cfr. Mt 19,16-22.

[19] Rm 1,7.

[20] Cfr. Gal 1,11-17.

[21] Cfr. At 9,1-22.

[22] Mc 1,15.

[23] Lc 17,20-21.

[24] Gv 18,37.

[25] Mt 5,1-12.

[26] Mt 11,29.

[27] Cfr. Es 20,1-17.

[28] Mt 22,37-40.

[29] Gv 15,12-13.

[30] Gv 15,9.

[31] Gal 5,19-22.

[32] Mt 6,24.

[33] Lc 14,26-27.

[34] Mt 4,23-24.

[35] Cfr. Mt 8,1-4.

[36] Cfr. Mt 8,5-13.

[37] Mt 8,14-15.

[38] Cfr. Is 53,4.

[39] Mt 8,17.

[40] Cfr. Mt 9,1-8.

[41] Cfr. Mt 9,18-26.

[42] Cfr. Mt 9,27-31.

[43] Cfr. Mt 8,23-27.

[44] Mc 1,24.

[45] Cfr. Mc 1,21-27.

[46] Cfr. Mc 1,12-13; Mt 4,1-11; Lc 4,1-13.

[47] Cfr. Mc 5,1-20.

[48] Cfr. Mc 9,14-29.

[49] Rm 7,18-25.

[50] Cfr. Mt 13,1-52.

[51] Cfr. Lc 14,15-24.

[52] Rm 8,22-25.

[53] Cfr. Mt 20,1-16.

[54] Cfr. Mt 22,2-14.

[55] Cfr. Mt 25,14-30.

[56] Cfr. Mt 6,25-34.

[57] Cfr. Mt 7,7-11.

[58] Cfr. Lc 15,1-32.

[59] Cfr. Gv 10,1-18.

[60] Cfr. Lc 10,25-37.

[61] Cfr. Lc 12,35-37; 22,27.

[62] Cfr. Lc 6,12; 9,28; 11,1; 22,39-46; 23,46.

[63] Lc 11,2-4.

[64] Gv 20,17.

[65] Mt 11,27.

[66] Mt 11,27.

[67] Mt 11,27.

[68] 1Gv 4,7-9.16.

[69] Mc 14,36.

[70] Gv 17,21-23.26.

[71] Lc 23,46.

[72] Gv 1,46.

[73] Cfr. Mc 6,1-6a; Gv 6,42.

[74] Cfr. Mt 5,17-48.

[75] Mc 2,27.

[76] Mc 2,28.

[77] Mc 12,28-31.

[78] Dt 6,4-5; Lv 19,18.

[79] Cfr. Lc 10,25-37.

[80] Cfr. Mt 5,43-47.

[81] Lc 6,36.

[82] Mt 11,29.

[83] Cfr. Lc 2,1-20.

[84] Cfr. Mt 2,1-18.

[85] Cfr. Mt 21,1-11.

[86] Mc 14,61.

[87] 1Cor 13,1-8a.

[88] Is 61,1-2.

[89] Lc 4,16-21.

[90] Lc 15,1-2.

[91] Mc 2,17.

[92] Mc 2,7.

[93] Lc 7,48.50.

[94] Cfr. Mt 8,5-10; 15,21-28.

[95] Cfr. Mc 5,1-20.

[96] Cfr. Lc 17,11-19.

[97] Cfr. Lc 10,25-37.

[98] Mc 15,39.

[99] Lc 6,20-21.

[100] Mt 8,20.

[101] Mc 10,21.

[102] Mt 6,19-21.

[103] Mc 10,14.

[104] Cfr. Gv 4,5-42.

[105] Cfr. Mc 5,25-34.

[106] Cfr. Lc 7,36-50.

[107] Cfr. Gv 8,2-11.

[108] Cfr. Lc 10,38-42.

[109] Cfr. Lc 8,1-3; 23,49.55-56; 24,1-11.

[110] Gc 2,5-6a.

[111] Cfr. Gv 1,38.

[112] Mc 1,27.

[113] Mc 8,27-28.

[114] Lc 7,16.

[115] Gv 6,14.

[116] Mt 21,11.

[117] Gv 6,14-15.

[118] Mc 8,29-31.

[119] Mt 21,9.

[120] Mt 26,64.

[121] Mt 27,11.

[122] At 2,36.

[123] Mt 8,20.

[124] Mt 11,18-19.

[125] Mc 2,10.

[126] Mc 2,28.

[127] Dn 7,13-14.

[128] Mt 16,27.

[129] Mt 10,32-33.

[130] Mc 14,62.

[131] Mc 9,31.

[132] Mc 1,1.

[133] Gv 1,1.14.18.

[134] Cfr. Mc 12,1-9.

[135] Mc 9,7.

[136] Mc 14,36.

[137] Lc 23,46.

[138] Mc 1,1.

[139] Cfr. Mt 1-2; Lc 1-2.

[140] Cfr. Gv 1,1-18.

[141] Mt 1,21.

[142] Lc 2,11-12.

[143] Mt 1,20.

[144] Lc 1,32.

[145] Gv 1,1.

[146] Gv 1,14.

[147] Gv 1,17-18.

[148] 1Gv 2,21-23.

[149] Lc 9,51.

[150] Lc 18,31-33.

[151] Cfr. Mt 21,1-17.

[152] Mt 21,9.

[153] Mt 21,11.

[154] Mt 26,1-4.

[155] Cfr. Mt 26,14-16.

[156] Cfr. Gv 12,1-8.

[157] Cfr. Mt 26,17-35; Mc 14,12-31; Lc 22,7-38; Gv 13,1-38.

[158] Mt 26,26-29.

[159] Lc 22,26-27.

[160] Cfr. Gv 13,1-20.

[161] Gv 13,13-15.

[162] Mc 14,36.

[163] Cfr. Mc 14,43-52.

[164] Mc 14,61.

[165] Mc 14,62.

[166] Cfr. Mc 14,66-72.

[167] Mc 15,2.

[168] Cfr. Mc 15,6-14.

[169] Cfr. Lc 23,6-12.

[170] Cfr. Mc 15,15.

[171] Cfr. Mc 15,16-21.

[172] Cfr. Mc 15,22-32.

[173] Lc 23,34a.

[174] Cfr. Mt 5,44.

[175] Mt 6,12.

[176] Cfr. At 7,60.

[177] Lc 6,36.

[178] Lc 23,43.

[179] Mc 15,34.

[180] Cfr. Sal 22,23-32.

[181] Gv 19,30.

[182] Gv 19,28.

[183] Gv 18,11.

[184] Gv 15,13.

[185] Gv 19,26-27.

[186] Lc 23,46.

[187] 1Pt 2,21-25.

[188] Cfr. Mc 15,42-47; Gv 19,38-42.

[189] Mc 16,1-2.

[190] Cfr. Mc 16,3-4.

[191] Mc 16,6-7.

[192] Cfr. Mt 27,62-66.

[193] Cfr. Mt 28,11-15.

[194] Cfr. Gv 20,11-18.

[195] Cfr. Lc 24,13-35.

[196] Cfr. Lc 24,36-49.

[197] Cfr. Gv 21,1-14.

[198] Cfr. At 1,1-11.

[199] Cfr. Gv 11,1-45.

[200] 1Cor 15,14.20.

[201] 1Cor 15,20-22.

[202] Mt 28,16-20.

[203] Mt 28,20.

[204] At 1,8.

[205] Lc 24,42-49.

[206] Cfr. At 2,1-41.

[207] At 2,22-24.

[208] At 2,36.

[209] At 2,38-39.

[210] Cfr. At 28,16-31.

[211] At 1,8.

[212] Cfr. At 8,1b-4.

[213] Cfr. At 8,26-40.

[214] Cfr. At 10,1-48.

[215] At 16,6-10.

[216] Cfr. At 13,13-52.

[217] Cfr. At 14,8-18.

[218] Cfr. At 16,11-40.

[219] Cfr. At 17,16-34.

[220] Rm 1,1-6.

[221] 2Cor 4,7.

[222] Mt 25,40.

[223] Gv 1,38.

[224] Gv 1,39.

[225] Fil 2,6-11.

[226] 1Cor 2,2-5.

[227] Rm 6,8-11.

[228] Gv 1,29.

[229] Cfr. Ap 5,6-14.

[230] Ap 21,23.

[231] Ap 21,1-5.

[232] Ap 22,20.

Incontrare Gesù. Lettera pastorale del card. Betori
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