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Dal n. 33 del 21 settembre 2003

Da Levante a Ponente: il perché dei venti

di Christian Holtz
Osservatorio Ximeniano
Gli «oggetti» della meteorologia vengono rammentati il più delle volte in modo nozionistico e nomenclaturale (anche dai migliori testi divulgativi), e sfuggono così a chi legge l'intensità e la profondità (e la bellezza!) di molti fenomeni dell'atmosfera e delle loro relazioni. Possiamo dire che, premessa e data la presenza dell'energia del sole (radiazioni solari) e di un'atmosfera, i venti in meteorologia sono quasi tutto.

La presenza di un'atmosfera consente l'esistenza di venti, i quali, insieme alle correnti marine, permettono le teleconnessioni, ovvero gli scambi di materia ed energia a breve come a lunghissima distanza in giro per il nostro pianeta.

Nel loro incessante movimento i venti provocano, complice il vapor acqua presente nell'atmosfera, la formazione di corpi nuvolosi, da quelli locali alle grandi formazioni di perturbazioni estese fino a qualche migliaio di chilometri, realizzando così il trasporto a distanza dell'acqua (vapore, goccioline di aerosol, cristallini di ghiaccio) per farla quindi precipitare (pioggia, neve) dove se ne avranno le condizioni. In tal modo vengono anche ridistribuite ingenti quantità di calore. L'insieme di questi fenomeni determina la «vivacità» climatica della parte bassa dell'atmosfera, chiamata troposfera, uno spessore di circa 12000 metri alla nostra latitudine, immersi nella quale viviamo.
Secondo la scala che prendiamo in considerazione si possono individuare sistemi di venti quali le grandi correnti aeree globali (alisei, venti di nordest, venti polari), venti a scala continentale o di bacino oceanico o marittimo esteso (per esempio, da noi, in associazione alle perturbazioni atlantiche il Libeccio prima, il vento di nordovest poi fino a girare talvolta a Tramontana), venti locali (brezze), venti con caratteristiche particolari (Föhn). Una nomenclatura implica in genere una classificazione, ovvero un insieme di criteri che rispecchino le caratteristiche dei venti dal punto di vista geografico, topografico, fisico. Le denominazioni dei venti rappresentano forse la parte della meteorologia più direttamente collegata alla cultura delle varie società e popolazioni.

Fissarsi eccessivamente sui nomi, insistervi, è spesso poco sensato, in quanto in ambiti geografici diversi lo stesso tipo di vento può venire denominato diversamente, per esempio nelle zone di montagna, nelle zone pianeggianti a carattere continentale con rilievi vicini, nelle zone marittime.

Le denominazioni e la sequenza classica dei «grandi venti» risalgono alle prime articolazioni moderne di epoca veneziana (XV-XVI sec.) Il punto di riferimento veniva fissato in quello che può essere definito il baricentro della zona di influenza e di interesse della grande repubblica marinara: al centro del Mar Ionio, a metà strada fra Venezia e Costantinopoli, l'Egitto, e l'Africa settentrionale. Ed è posizionandosi qui con un naviglio che si individuavano i venti e i loro nomi: Levante il vento da est, Scirocco dalla Siria a sudest, Austro dalle zone australi a sud, Libeccio dalla Libia a sudovest, Ponente dalla parte di dove tramonta il sole, Maestrale da nordovest ovvero da dove si trova Venezia detta la «Maestra» (con superbia e sicurezza patriottiche), Tramontana da nord oltre le Alpi e i Balcani e, chiudendo il ciclo, il Grecale da nordest ove è sita la Grecia. Tale «rosa dei venti» è entrata in un uso generalizzato in tutto il Mediterraneo di afferenza latina. Questi nomi, in Italia, si riscontrano in quasi tutte le località marittime. Nelle zone dell'entroterra vi sono delle variazioni, ad esempio in Toscana i venti che spirano da oltre le montagne, sia da nord che da nordest vengono raccolti nell'unica denominazione di Tamontana (non viene quindi rammentato il grecale). Il vento puro di ponente è raro come vento forte (al suo posto si trovano prevalentemente venti di Libeccio), ma come brezza regionale molto presente, specie in estate, e viene chiamato Ponentino.

Le brezze sono venti locali di breve durata, a differenza dei grandi venti che possono avere una persistenza dell'ordine dei giorni, con ritmi giornalieri spesso molto regolari riconducibili ai fenomeni di riscaldamento-raffreddamento dei rilievi topografici. Nelle località di entroterra si possono avere brezze di monte (collina) e di valle, brezze diurne e notturne; nelle località costiere si parla di brezze di mare e di terra. I venti locali sono potenzialmente sempre presenti e determinano, con i loro ritmi e la loro intensità, in modo caratteristico il microclima di una località. Quando sono presenti i grandi venti, questi si sovrappongono sovrastando, ma non annullando, i fenomeni delle brezze in quanto i loro effetti in termini di massa ed energia in gioco, limitatamente ai primi 2000-3000 metri di altezza sono da 10 a 18 volte più intensi. La velocità media dell'aria in occasione di un grande vento è circa dalle 3 alle 5 volte quella di una brezza.

Quando un vento valica una catena montuosa o un rilievo di colline alte, dal lato della discesa verso la pianura l'aria da esso trasportata subisce una compressione la quale provoca a sua volta un innalzamento della temperatura, questo sia con il freddo che con il caldo, dando luogo al cosiddetto Favonio (vento di Föhn). Il vento di discesa è in genere foriero di bel tempo in estate e nella mezza stagione, di tempo non troppo brutto in inverno, poiché il leggero riscaldamento abbassa il tasso di umidità interno alla massa d'aria, e viene così evitata la formazione di nubi imbrifere.

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