Firenze 2015
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Come riportare al centro l’uomo e la sua dignità

In vista del Convegno ecclesiale nazionale del novembre 2015, nostra intervista al prof. Giovanni Cipriani sul nuovo umanesimo.

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Un'antica veduta del Duomo di Firenze

Papa Francesco ripete spesso che la modernità – con i suoi proclami sulla morte di Dio, con antropologie pervase da volontà di potenza, le conquiste e le sue sfide anche terroristiche – ci presenta un mondo provato da un individualismo che produce solitudine e abbandono, nuove povertà e disuguaglianze, uno sfruttamento cieco del Creato che mette a repentaglio i suoi equilibri. Come si pone lo storico di fronte alla crisi antropologica, che la Chiesa italiana sta affrontando con il Convegno nazionale che ha per tema il Nuovo Umanesimo? Ripercorrendo gli ultimi secoli, è più facile cogliere i segni dei tempi, trovare indicazioni per un cambiamento vero ed efficace nell’epoca della scienza, della tecnica e della comunicazione.

Ne parliamo con il professor Giovanni Cipriani, docente all’Università di Firenze, tra gli intellettuali più impegnati nel sociale e tra i più ricercati in Toscana per approfondire queste tematiche. Che guarda con profonda speranza ad un Nuovo Umanesimo: «Bisogna ritornare a porre al centro di ogni intervento l’uomo con la sua dignità, con i suoi valori, con le sue speranze. La pura logica del profitto ha creato profonde disuguaglianze, nuove povertà, grandi illusioni. L’uomo è sempre più solo, sempre più fragile. Accanto ad una rinnovata fiducia in se stesso, deve ritrovare nella fede stabilità e sicurezza per affrontare le naturali difficoltà della vita».
Professor Cipriani, che significato ha la scelta di tenere il Convegno proprio a Firenze, nel prossimo novembre, con Papa Francesco?

«Firenze centro dell’umanesimo quattrocentesco, sede del Concilio del 1439, che sancì la concordia fra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli vede in questo onore l’auspicio di un futuro miracolo: una rinnovata fratellanza di Chiese lontane, ma unite nel comune legame con la figura di Cristo, perché l’Occidente deve ritrovare coesione e solidità».

Quale contributo può dare a questa riflessione il mondo toscano della cultura?

«Può dare un contributo prezioso, facendo comprendere come l’umanesimo sia stato prima di tutto ricerca di radici comuni, amore per la sapienza e studio dell’uomo nei suoi bisogni, nelle sue aspirazioni, nei suoi ideali, fino dal mondo antico».

Quando si parla di Umanesimo, lo si abbina alla civiltà rinascimentale, ai Medici. Al grande fulgore è però subentrata una indubbia decadenza, ideologica e morale.

«L’immagine della decadenza medicea viene attualmente ridimensionata grazie a nuove ricerche. La fine del Seicento e gli anni di Giangastone vengono oggi interpretati alla luce dei risultati raggiunti, in quel periodo lontano, sotto il profilo scientifico e culturale. Studi etruscologici di livello internazionale (Anton Francesco Gori, Mario Guarnacci Filippo Buonarroti). Studi linguistici (la nuova edizione del Vocabolario della Crusca fu dedicata a Giangastone per il suo impegno in favore di quella istituzione). Studi botanici (Michelangelo Tilli, Direttore dell’Orto Botanico di Pisa, studioso di fama internazionale). Studi giuridici presso l’Università di Pisa (Giovanni Neri Badia). Studi medici di grande spessore (Francesco Redi, Giuseppe Del Papa). Fioritura di Accademie (la Colombaria e quella Etrusca di Cortona). Riguardo poi alla vita dissoluta di Giangastone, presentato da Pieraccini come sifilitico, la riesumazione della salma e accurati esami sui resti hanno escluso nel modo più assoluto la presenza di quella malattia».

C’è stato in seguito il periodo dei Lorena, che pur con qualche ombra, fecero rivivere in Toscana l’economia delle città. Quali furono i tratti dell’Umanesimo e della religiosità di quel tempo?

«L’Età Lorenese ha posto Firenze ed il Granducato di Toscana al centro della cultura europea. Dall’Inghilterra giunge l’inoculazione del vaiolo, felicemente sperimentata a Firenze da Giovanni Targioni Tozzetti e l’attenzione alle scoperte geografiche (Capitano Cook). Dalla Francia giunge una nuova attenzione alle malattie mentali, ben valorizzata da Vincenzo Chiarugi. Dall’Austria e dalla Germania arriva il ferro come materiale da costruzione, che si affermerà sempre più nel corso della prima metà dell’Ottocento. Dalla Svizzera giunge la lavorazione della paglia più raffinata e il valore della cultura internazionale (Sismondi, Vieusseux). L’Umanesimo fra Settecento e Ottocento vede l’uomo come protagonista della ricerca scientifica. Si affrontano su basi nuove le malattie, nasce l’anatomia patologica con Morgagni, si afferma il desiderio di migliorare le condizioni materiali di vita. Giacomo Barzellotti nel 1839 presenterà la miseria come la più grave delle malattie al Congresso degli Scienziati Italiani a Pisa».

Dopo tutte queste scoperte, la vita è mutata davvero?

«Le campagne si popolano di case più salubri, si incrementa la produzione agricola di generi di prima necessità. Nasce nel 1848 la prima ferrovia: la Firenze-Livorno. Sotto il profilo spirituale, nel pieno Settecento, si valorizzano in Toscana figure di somma devozione, ma lontane dalla gerarchia ecclesiastica. Vediamo il culto di Ippolito Galantini, di Suor Domenica del Paradiso, di Giuseppe Ignazio Franchi e troviamo biografie di umili popolani come Gaetano Pratesi e Rosa Martini. Non mancano splendidi contributi sulle chiese fiorentine, basti pensare all’eccezionale lavoro di Giuseppe Richa, o su Santi e Beati fiorentini, così ben descritti da Giuseppe Brocchi».

Quando i Lorena lasciarono la Toscana, dal 1859 al 1870 Firenze e l’antico Granducato registrarono profonde trasformazioni anche sotto il profilo politico e istituzionale, per il definitivo legame con la dinastia sabauda.

«Sì, l’umanesimo prese nuove forme. Da un lato l’Istituto di Studi Superiori, creato da Bettino Ricasoli, vide una fioritura delle discipline storico-letterarie, non a caso l’esordio di Firenze capitale fu consacrato, nel 1865, dall’anniversario della nascita di Dante. Il mondo scientifico, grazie a Paolo Mantegazza, pose l’uomo al centro di ogni indagine. Vediamo, nella nostra città, la nascita dell’Antropologia come disciplina universitaria. Il mondo pittorico, per merito dell’arte dei “Macchiaioli”, illustra le battaglie risorgimentali, la vita quotidiana nelle città e nelle campagne, facendo emergere tutta la dignità del popolo italiano. Basti pensare a Fattori, a Signorini, a Induno, a Cabianca, a Borrani, a Lega. Figure di grande spiritualità come Maria Maddalena Frescobaldi Capponi, fondatrice delle Suore Passioniste di S. Paolo dalla Croce, come il sacerdote Giuseppe Tigri, paziente raccoglitore dei canti popolari, illuminano questo complesso periodo. Medici altruisti come Giuseppe Barellai creano strutture encomiabili, come gli Ospizi Marini, per migliorare le aspettative di vita dei più poveri».

Poi nel ’900 si registrò un nuovo processo di degradazione urbanistica e culturale, proseguito nell’ultimo secolo. Ma gli Anni Trenta, con i Caffè e le riviste letterarie, hanno sicuramente segnato un grande risveglio, proseguito con uomini di grande spiritualità o pensiero come La Pira e Garin.

«Gli anni fra la fine dell’Ottocento e la seconda guerra mondiale hanno visto Toscana realtà straordinarie. Sotto il profilo spirituale troviamo figure di eccezionale rilievo: il pratese Don Didaco Bessi, fondatore delle Suore Domenicane di Santa Maria del Rosario; Teresa Manetti, di Campi Bisenzio, fondatrice delle Suore Carmelitane di Santa Teresa, dette comunemente le Bettine; Maria Margherita Caiani, di Poggio a Caiano, fondatrice delle francescane Minime del Sacro Cuore. Per non parlare di Don Facibeni e del Cardinale Dalla Costa. Brillanti letterati hanno di nuovo contribuito a porre l’uomo al centro di ogni indagine: Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Dino Campana, Ugo Ojetti, Aldo Palazzeschi, Piero Bargellini. Finissimi artisti hanno interpretato con particolare acume la realtà del tempo: basti pensare a Ottone Rosai, Plinio Nomellini, Lorenzo Viani, Michele Gordigiani, Pietro Parigi, Giovanni Costetti. Medici di valore hanno saputo cogliere nella lotta contro il dolore e la sofferenza l’affermazione più alta dell’umanità. Come non ricordare Celso Pellizzari, Piero Palagi, Gaetano Pieraccini».

Professor Cipriani, dopo la seconda guerra mondiale c’è stata l’immane opera di ricostruzione. Chi furono i protagonisti?

«La Toscana ha potuto contare su uomini di grande spessore, che hanno accompagnato per lunghi anni la nostra vita quotidiana: Amintore Fanfani, Adone Zoli, Giorgio La Pira, Giovanni Spadolini. La stessa chiesa fiorentina ha saputo esprimere volti nuovi, colmi di altruismo e di spirito devozionale. Basti pensare a Raffaele Bensi, Lorenzo Milani, Ernesto Balducci, Corso Guicciardini, Danilo Cubattoli, a Silvano Piovanelli, che ha raggiunto il Cardinalato. Il mondo artistico non è stato da meno: ecco comparire Pietro Annigoni, Enzo Faraoni, Renzo Grazzini, Gastone Breddo, Silvio Loffredo, Rodolfo Marma, Marcello Guasti, Sergio Scatizzi, Dilvo Lotti, Enzo Pregno, Guido Borgianni. Vivacissima è poi la cultura letteraria, ben rappresentata da Vasco Pratolini, Mario Luzi, Carlo Cassola, Renzo Gherardini, Alfonso Gatto. La ricerca filosofica, storica e storico-artistica ha visto giganti come Eugenio Garin, Cesare Vasoli, Delio Cantimori, Giorgio Pasquali, Gianfranco Contini, Roberto Salvini, Roberto Longhi, Mina Gregori e Ugo Procacci».

Ritorniamo ai nostri giorni. Uno studioso di storia delle idee, tra l’altro appartenente all’Ordine di San Giuseppe, come si colloca nella Cultura del nostro tempo?

«Cerca di cogliere questi straordinari esempi e tenta di operare con continuità ed originalità al tempo stesso. Sono laureato in Filosofia e le mie ricerche storiche hanno sempre avuto come oggetto la manifestazione concreta delle concezioni ideali nella società. Per questo i miei contributi più significativi sono nati per mostrare quanto posizioni ideologiche siano state influenti nel determinare realtà permanenti in secoli precisi. Uno dei miei primi lavori, ad esempio, è stato dedicato al ruolo svolto dal mito etrusco in Toscana negli anni del Rinascimento. Firenze repubblicana celebrò le libere città-stato dell’antichità, ma i Medici non esitarono a sottolineare il peso di Porsenna, per costruire la loro monarchia. Un lavoro a cui sono particolarmente affezionato ha avuto come oggetto gli obelischi egizi di Roma e la loro presenza presso le principali basiliche, fra Cinquecento e Seicento. L’obelisco era la rappresentazione tangibile del culto solare ma con il Cristianesimo Gesù Cristo divenne il nuovo sole del mondo. Esisteva un chiaro legame fra la nuova fede e la terra bagnata dal Nilo. Mosè, l’autore del Pentateuco, era egiziano e lo stesso Gesù, bambino, era fuggito in Egitto. L’obelisco, dunque, rappresentava l’unione del paganesimo antico con la Bibbia e con il Vangelo ed in particolare l’obelisco vaticano, che oggi vediamo davanti a S. Pietro, aveva un ulteriore significato: aveva assistito al martirio dello stesso “Apostolorum Princeps”. Lei è incuriosito dalla mia nomina a Commendatore dell’Ordine di S. Giuseppe, della dinastia Asburgo Lorena. È davvero una realtà singolare ed ha avuto origine dal soggiorno giovanile a Firenze dall’attuale Granduca Sigismondo d’Asburgo Lorena, che seguì con passione le mie lezioni di Storia della Toscana all’Università».

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