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Accoglienza profughi: così risponde la Chiesa fiorentina

Papa Francesco è tornato dalla sua visita all’isola di Lesbo con 12 profughi siriani: un gesto simbolico che ha dato nuova forza al suo appello ad accogliere chi fugge da situazioni di guerra, di fame, di sofferenza. Più volte il Pontefice ha fatto appello ad aprire le porte delle parrocchie, dei conventi.
Un appello che a Firenze ha trovato risposta in alcune parrocchie, che hanno potuto materialmente mettere a disposizione i loro locali: è il caso ad esempio di Tavarnuzze, Scarperia (nella canonica di San Gavino), Borgo San Lorenzo (nella canonica di Mucciano), Torregalli, Montegufoni. A questi spazi però vanno aggiunte le strutture messe a disposizione dall’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, e le varie strutture di accoglienza gestite dalla Caritas diocesana, dalle Misericordie e altre realtà di ispirazione cattolica. Anche nelle parrocchie che non possono, per mancanza di spazi o per difficoltà logistiche, aprire le loro porte, non mancano comunque le occasioni di operare concretamente

Accoglienza profughi: così risponde la Chiesa fiorentina

«Le forme di collaborazione sono tante» ricorda Alessandro Martini, direttore della Caritas diocesana. Proprio alla Caritas il cardinale Giuseppe Betori ha assegnato il compito di raccogliere le disponibilità e coordinare gli interventi.
Qual è lo spirito con cui la diocesi di Firenze ha accolto l’appello del Papa?
«La visita a Lesbo così come il ritorno con 12 fratelli accolti hanno ancor di più consolidato l’ esempio e la testimonianza che il Papa in modo costante ci offre per richiamare tutti i credenti e per certi versi tutti gli uomini di buona volontà ad aprire il cuore e le porte per un’accoglienza decisa e determinata secondo l’ unico calcolo possibile : l’amore fraterno incondizionato. Credo che la nostra Diocesi abbia accolto con grande rinnovato slancio questo nuovo esempio del pontefice; sono molti i contatti che si sono intensificati con diverse parrocchie per attivare eventuali accoglienze. Tali contatti servono per definire la fattibilità dell’operazione ipotizzata incrociando abitabilità dei luoghi, possibilità di collaborazione con le persone attive in parrocchia e modalità della gestione. Preparare bene l’arrivo di questi fratelli è una condizione indispensabile perché poi le cose vadano per il verso giusto».
Al di là delle parrocchie che hanno potuto materialmente mettere a disposizioni locali per l’accoglienza, la solidarietà verso i profughi si manifesta attraverso altri canali? Ci sono altre strade attraverso cui le parrocchie possono dare una mano?
«Ricordo che per chiunque, le parrocchie per prime, è possibile collaborare anche facendo volontariato o sostenendo economicamente le accoglienze già in corso (quasi 400 persone in Diocesi con la gestione della nostra Caritas). Anche in questo ci sono diversi esempi di singoli volontari, di gruppi o associazioni , di realtà giovanili organizzate, di parrocchie che da tempo offrono disponibilità importanti».
L’Arcivescovo di Firenze ha invitato a fare riferimento alla Caritas per il coordinamento e per i rapporti con le istituzioni, in modo che ogni gesto di solidarietà si muova in un quadro di correttezza e legalità. Come svolge la Caritas questo ruolo?
«La Caritas Diocesana attraverso il suo braccio operativo dell’associazione Solidarietà onlus, ha acquisito nel tempo esperienza e competenze (quasi vent’anni di gestione dei progetti per i rifugiati a Villa Pieragnoli) riconosciuta dagli interlocutori istituzionali che hanno la regia dell’accoglienza sul territorio (regione, prefettura, comuni). In forza di questa realtà, con operatori in grado di gestire bene il servizio e di interfacciarsi con il nostro contesto ecclesiale stanno consolidandosi rapporti importanti, belle relazioni e collaborazioni con la rete delle comunità parrocchiali. Molto resta da fare ma sono certo che la strada intrapresa sia quella giusta e le difficoltà che incontriamo talvolta  sono riconducibili ad una realtà che non conosce abbastanza il fenomeno e si lascia condizionare da paura e non apertura a questa esperienza non facile ma straordinaria se vissuta in spirito di fraternità evangelica».
Se i numeri delle persone che arrivano in Italia dovessero aumentare, il mondo cattolico è pronto a rispondere a nuove richieste?
«Secondo le indicazioni del nostro Arcivescovo posso assicurare  un impegno della Caritas affidabile e improntato al massimo rispetto delle regole che vigono in merito all’accoglienza. Si prevedono ancora arrivi e con numeri ancora più alti. Stiamo cercando di reperire nuove strutture e siamo in opera per adeguare locali già messi a disposizione. Il lavoro è impegnativo e la sfida costituisce una bella ma faticosa scommessa non solo per la Caritas ma per la Chiesa Diocesana tutta che comunque per numeri e per attenzione al problema non è seconda a nessun altro soggetto non istituzionale e no profit presente nel nostro contesto territoriale».

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