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Bioetica, a Firenze il cardinale Parolin: «Rispetto per tutti ma non si possono condividere tutte le scelte»

Di fronte alle grandi questioni bioetiche di questi giorni “bisogna saper ascoltare, questo è fondamentale: essere sempre in atteggiamento di grande rispetto nei confronti di tutti, anche se evidentemente non si possono condividere tutte le scelte”. Lo ha affermato il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano, intervenuto questa mattina nel Seminario di Firenze a una incontro di spiritualità per sacerdoti, diaconi e religiosi.

Bioetica, a Firenze il cardinale Parolin: «Rispetto per tutti ma non si possono condividere tutte le scelte»

Incontrando i giornalisti al termine dell'incontro, Parolin ha affermato che anche nella formazione dei sacerdoti la Chiesa si impegna “nel senso di capire il mondo, di interpretarlo e di rispondere in modo evangelico. Che non vuol dire chiudere ma neanche accettare tutto: la Chiesa ha una sua proposta da fare di fronte a questi problemi, che sono i problemi del matrimonio, della vita, della famiglia. Posso dire, perché è vero, che c’è la volontà che i sacerdoti siano preparati per dare risposte”.  Anche se, ha aggiunto, “sono problemi estremamente nuovi e complessi di fronte ai quali neppure la società è preparata a rispondere: la società stessa si interroga e dà risposte differenziate, perché sono problemi nuovi che si pongono alla coscienza. Evidentemente anche noi siamo parte di questa realtà, anche noi abbiamo questa difficoltà”. Le posizioni della Chiesa, ha concluso, “a volte vengono viste come oscurantiste, ma è fedeltà al Vangelo: facendo una sua proposta, la Chiesa se dice dei no è sempre per dei sì più grandi, per una pienezza maggiore di vita e di gioia. La Chiesa ha il Vangelo da annunciare, e il Vangelo significa buona notizia. La voce della Chiesa magari è scomoda, ma se non ci fosse la società sarebbe impoverita”.

Riguardo alla "solitudine di Papa Francesco", secondo Parolin "molte volte si tende ad esagerare. Certamente l’ufficio che il Papa ricopre, al vertice della Chiesa lo pone in una situazione di solitudine: anche un vescovo si può trovare ad essere solo, anche un parroco, immaginiamoci un papa. Però evidentemente è circondato da molti collaboratori che gli sono vicini e che cercano di aiutarlo nell’esercizio quotidiano del suo ministero. Direi che da una parte questa situazione è fisiologica, dall’altra parte non l’accentuerei come fanno certe volte i media”. “Nessuno – ha aggiunto - rimane indifferente di fronte agli attacchi e alle critiche; d’altra parte il Papa ha la capacità di andare al di là, lo ha sempre detto, anche di fronte ai vari episodi ha sempre detto di conservare la sua serenità. Almeno da come io lo vedo, ha veramente la grande capacità di essere sereno e di non drammatizzare. Credo che abbia un dono particolare di reagire con serenità”.

Rispondendo ai giornalisti, Parolin ha parlato anche delle dimissioni di Marie Collins dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori istituita da Papa Francesco. “Ci sono stati alcuni episodi – ha affermato il cardinale Parolin - che hanno portato la signora Marie Collins a questo passo. Per quello che io conosco, lei ha interpretato questi episodi così e ha sentito che l’unica maniera di reagire, forse anche pe scuotere, era dare le dimissioni. Io però ho visto sempre un grande impegno da parte del cardinale O’Malley e della commissione.  Stanno portando avanti un bel lavoro di sensibilizzazione: di per sé la commissione non deve occuparsi degli abusi sessuali,  è la Congregazione per la Dottrina della Fede che lo fa, ma deve preoccuparsi di creare un ambiente che difenda i bambini, li tuteli e non permetta più casi di questo tipo”.

“I populismi sono nefasti dentro e fuori la Chiesa. Strumentalizzano sentimenti anche comprensibili, il desiderio di identità, la difesa della propria cultura, del proprio passato, ma quando eccedono si sa a che cosa portano”. È uno dei passaggi dell’intervento che il cardinale Parolin ha tenuto in seminario. Parolin ha parlato anche del suo ruolo nella diplomazia vaticana: “Ho sempre cercato – ha spiegato - di vivere il servizio diplomatico della Santa Sede come prete, come un modo per esercitare il mio ministero sacerdotale”. La sua relazione è stata incentrata sulla “dolce e confortante gioia di evangelizzare” riprendendo le parole di Paolo VI citate anche da Papa Francesco nella Evangelii Gaudium. “È inconcepibile – ha affermato – pensare ad un annuncio del Vangelo privo di gioia: è come parlare del sole senza parlare della luce che emana. Annunciare il Vangelo porta una promessa di felicità, sarebbe contraddittorio annunciarlo con volto triste”.  La gioia dell’evangelizzazione però “è una gioia che prevede, anzi che include il fallimento: l’annuncio del Vangelo incontra per sua natura ostacoli e rifiuti”. Oggi invece, ha proseguito, “di fronte alle prime difficoltà si pensa di aver sbagliato strada: succede a una giovane coppia di sposi, a un giovane religioso o religiosa, a un giovane prete, pensare di aver fatto scelte sbagliate. Invece bisogna imparare a passare attraverso i momenti di fallimento”. La vita nella parrocchia, ha aggiunto Parolin, “espone alle gioie della vita e alle devastazioni della tristezza: il prete vive immerso nelle gioie e nei dolori della propria gente. Il cuore del prete deve essere casa accogliente in cui le persone piegate dal dolore possono trovare ascolto. Abbiamo di fronte fratture da ricomporre, umanità ferita da curare, gioie da far fiorire”. “Siamo chiamati – ha concluso – ad essere Vangeli viventi, ricordando che il cuore della gioia del presbitero è l’incontro con Gesù”.

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