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Da non credente a monaco, il percorso dell'abate Bernardo

A Firenze (ma non solo) ormai è un punto di riferimento della spiritualità e della cultura ben al di là dei confini ecclesiali. Per sei anni ha guidato - in una sorta di «prova generale» - la comunità monastica benedettina olivetana di San Miniato al Monte. Domenica 13 dicembre dom (sì, proprio così, con la «m», abbreviazione del latino dominus) Bernardo Gianni ha ricevuto dal cardinale Giuseppe Betori la benedizione abbaziale, iniziando così ufficialmente il servizio a vita - semel abbas, semper abbas, «una volta abate, sempre abate» - di superiore di quell’antichissima Abbazia.

Da non credente a monaco, il percorso dell'abate Bernardo

Dom Bernardo, al secolo Francesco Maria, è nato a Prato 47 anni fa e vissuto prima appena fuori porta Santa Trinita, poi a Coiano, non lontano dall’edificio del Cicognini alle Sacca, un tempo proprio monastero olivetano.
Gentilissimo come sempre, ci accoglie per l’intervista nella Sala del Capitolo, uno spazio di grande suggestione all’interno di quel monastero che domina Firenze in uno dei luoghi più magici, per la sua bellezza, di tutta la Toscana.
Dom Bernardo, cosa significa diventare Abate?
«Abate è una parola che deriva dall’aramaico Abbà, che significa padre, babbo. Una parola che ha pronunciato lo stesso Signore Gesù. Anzi nessuno ha osato tradurre questo grido che lo stesso Signore rivolge al Padre: "Abbà, nelle tue mani affido il mio spirito”. E dunque in questo termine sta tutto il segno del servizio che sono chiamato a dover svolgere per i miei figli, essere loro padre e manifestare, testimoniare, confermare le tre virtù fondamentali di ogni cammino nella sequela del Signore: fede, speranza e amore».
I monaci hanno gettato le basi della civiltà e della civiltà cristiana nei primi secoli della Chiesa. Cosa vuol dire essere monaci agli inizi del terzo millennio?
«Il monaco di fatto incarna e tenta di vivere e se possibile di testimoniare un desiderio che riteniamo intramontabile nel cuore dell’uomo, la ricerca potremmo dire dell’Assoluto, se non vogliamo usare la parola Dio; se invece la vogliamo e dobbiamo usare, si tratta di quello che San Benedetto nella regola qualifica il “cercare Dio”, quaerere Deum, il monaco entra in monastero per cercare Dio, per riscoprire questo desiderio di pienezza che solo il Signore sa assicurare al nostro cuore».
Come è nata questa particolarissima vocazione?
«È nata in una notte speciale, la notte di Natale, ancora per tutti una notte in cui il tempo ha intensità e significati speciali, diversi dagli altri. Una notte in cui è bello accendere le luci e in cui ho avuto la grazia di un Dio che facendosi piccolo come un bambino ha acceso nel mio cuore e nella sua notte una luce speciale di amore e di grazia, di senso, richiamandomi dalla mia erranza, dalla mia rassegnata non credenza nel suo mistero, ad un’esperienza viva e appassionata di lui. Intuito il suo esserci, ho ritenuto immediatamente che valeva la pena cercarlo per tutta la vita. Ed è così che nella stessa notte dell’ormai lontano 1992, nella chiesa delle Benedettine di Rosano, ho ricevuto questo doppio dono, di una vera e propria conversione e vocazione».
In che senso conversione?
Non ho difficoltà ad ammetterlo perché fa risplendere più che mai la mia indegnità da un lato e dall’altro la sovrabbondanza della misericordia del Signore che si è fermato per chiamare chi di fatto era nella penombra del dubbio e del raziocinio per così dire. Conversione nel senso che per molti anni sono stato lontano dalla fede. Da quella notte di Natale tutto è cambiato».
A San Miniato al Monte come sei arrivato?
«Pochi giorni dopo Natale. Il monastero benedettino più vicino, dove peraltro viveva il monaco che aveva celebrato la messa quella notte, è a San Miniato. Ho immediatamente percepito che questo era il luogo dove il Signore mi aspettava».
Molti ti conoscono anche perché parecchio attivo sui social network. Non è una contraddizione per un monaco?
«Non credo, anche perché di fatto la possibilità di comunicare con tante persone che comunque vivono nella rete non intacca la vita all’interno del monastero. Di fatto però con un semplice telefono si possono condividere intuizioni, immagini, percezioni che la vita monastica generosamente regala al nostro cuore e che con molta semplicità si desiderano amate e condivise da tante persone che fanno vita diversa ma che in una immagine o parola possono riscoprire il desiderio di Dio».
Hai contribuito in modo significativo alla preparazione del Convegno ecclesiale di Firenze che è stata l’occasione per la visita del Papa nel capoluogo toscano e a Prato. Cosa resta del messaggio che il Papa ha dato in queste due città?
«Un’agenda fitta di impegni, anzitutto, per il nostro cuore, per riscoprire la centralità del Vangelo, del suo appello all’amore, all’attenzione alle antiche e nuove povertà, a incarnare nel quotidiano ciò che non deve mai correre il rischio di essere ideologia di fede o di appartenenza ecclesiale. Un’agenda di sollecitudine verso coloro che sbrigativamente indichiamo come lontani. Quella sua immagine fortissima di una "Chiesa inquieta" ci dice che dobbiamo tutti sentirci in cammino, mai appagati dai nostri risultati pastorali o di qualsiasi tipo, ma sempre smossi dal desiderio di aiutare il Signore a rendersi sempre più esperienza di amore, di significato e speranza per tutti».
Natale 2015, c’è una parola di speranza particolare per questo anno così difficile?
«Di non temere perché anche se talvolta il Signore sembra addormentato sulla poppa della nave in tempesta, in realtà il suo sopore è pieno di attenzione per la nostra vità. Ed è nella sua carne che sono trascritte le sofferenze di tutti noi, vicini e lontani ed è per questo che lui è nato, vera carne per noi, la notte di Betlemme. Questo suo sentirci raccolti dal suo umano soffrire e trasfigurati dal suo divino sperare, credo che sia l’antica e sempre nuova rigenerante speranza cristiana».

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