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Firenze e Salvador Bahia, cinquant'anni di missione

Ha appena concluso il suo «mese italiano», il periodo che ogni anno trascorre a Firenze: un tempo che dovrebbe servire anche per riposarsi ma che in realtà vede don Luca Niccheri impegnato in decine di incontri, celebrazioni, iniziative

Firenze e Salvador Bahia, cinquant'anni di missione

Tutto per raccontare alla Chiesa fiorentina, di cui dal 2007 è inviato come prete «fidei donum», la sua missione a Salvador Bahia dove insieme a don Paolo Sbolci (che lo ha raggiunto nel 2010) guida la parrocchia di Massaranduba. La presenza di due preti fiorentini nella terza città più popolosa del Brasile non è casuale: nasce all’interno di uno scambio fraterno tra due Chiese, quella fiorentina e quella di Salvador Bahia, che quest’anno compie cinquant’anni.

Mezzo secolo è passato dal viaggio con cui don Renzo Rossi, nel 1965, aprì la missione. Una lunga traversata dell’oceano col piroscafo per poi raggiungere, in maniera abbastanza avventurosa, Salvador Bahia dove don Renzo si unì a don Paolo Tonucci, un prete della diocesi di Fano: a loro il vescovo di Salvador Bahia aveva affidato la parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe, una comunità vasta ed eterogenea di sessantamila abitanti (oggi più che raddoppiati). Nel 1967 si unì una laica, Maria Grassi, che per tanti anni avrebbe prestato servizio come maestra; nel 1968 arrivò don Giuseppe Ceccherini, che rimase per tre anni; nel 1970 don Sergio Merlini, che sarebbe rimasto in Brasile fino al 1993. Erano gli anni del Concilio Vaticano II: la Chiesa fiorentina andava maturando una nuova coscienza missionaria e provava a far nascere un modo nuovo di vivere la missione, anche rispetto a quello che la missione aveva rappresentato in Brasile fino ad allora... «Nei secoli precedenti - spiega don Luca - la missione era stata appannaggio di ordini religiosi, congregazioni religiose: questa nuova modalità è diocesana, con preti chiamati "fidei donum" in riferimento al documento papale che dette vita a questa possibilità, e anche laici fidei donum, anche questa una novità che è stata e continua ad essere ricca e significativa».
Ci saranno varie occasioni, nei prossimi mesi, per ricordare questo cinquantesimo: alcune iniziative verranno prese in ottobre (mese tradizionalmente dedicato alle missioni) e poi a dicembre, quando cadrà l’anniversario della partenza di don Renzo Rossi. In preparazione anche una mostra fotografica che racconterà storia e attualità della presenza fiorentina a Salvador Bahia. E ci sarà modo di raccogliere le testimonianze di chi, come Maria Grassi e don Sergio Merlini, custodisce la memoria di tanti anni trascorsi in terra brasiliana. Adesso però iniziamo con il racconto di chi, oggi, ha raccolto quel testimone e porta avanti la missione.

Don Luca, come è nata la tua disponibilità a partire per la missione?

«Ricordo che già negli anni ’90, quando ebbi occasione di visitare Salvador Bahia, si era aperta la riflessione sull’esperienza della parrocchia brasiliana di Nostra Signora di Guadalupe. Il clero fiorentino si mostrò concorde nel dire che dopo tanti anni era il momento di riconsegnare alla diocesi brasiliana la parrocchia, dove lo slancio iniziale alla vita comunitaria era stato dato, e di ricominciare da qualche altra parte. Ci furono grandi resistenze a Salvador Bahia, ci fu un passaggio temporaneo che prevedeva di mantenere una presenza di preti fiorentini con un parroco brasiliano, poi la parrocchia fu divisa in due (aveva ormai raggiunto i 120 mila abitanti) e affidata a sacerdoti brasiliani. Successivamente è stata individuata la zona di Massaranduba, una zona molto povera dove ancora sono presenti gli "alagados", gli abitanti delle palafitte costruite sul mare. Sembrò naturale che fossi io, che  attraverso il Centro missionario avevo già avuto molti contatti, a seguire questa nuova fase della missione fiorentina a Salvador Bahia».

Lo stile è ancora, come cinquant’anni fa, quello che unisce evangelizzazione e promozione umana, per usare una formula tipica degli anni postconciliari…

«Sì, anche perché scindere le due cose è difficile, oltretutto mi sembra che Gesù non l’abbia fatto. Sarebbe poco evangelico ma anche poco evangelizzante non occuparsi delle condizioni in cui vivono le persone a cui si annuncia il Vangelo».

Condividere la loro vita, stare in mezzo a loro…

«Soprattutto con gli ultimi, chi è in condizioni di maggiore fragilità. A Massaranduba mi sono reso conto fisicamente di cosa significa esclusione: sono entrato in una realtà di esclusi. Questa presenza di sacerdoti arrivati da fuori, con una logica che è inspiegabile secondo logiche umane, è qualcosa che fa bene, fa piacere a chi si sente dimenticato da tutti. C’era già qualche presenza missionaria, anche un consacrato di un ordine secolare italiano: ho visto quanto la semplice presenza in mezzo alle persone sia importante, a prescindere da quanto poi si riesca a fare e a costruire».

Insieme a te opera don Paolo Sbolci: com’è la collaborazione?

«Ci troviamo molto bene insieme, diciamo che lui segue di più la vita pastorale in senso stretto, la catechesi, i sacramenti, io mi occupo dei progetti di pastorale sociale, di educazione...»

Quali sono i problemi della zona in cui operate?

«Ci sono situazioni di miseria durissime, ci sono case costruite in maniera improvvisata in zone che ad ogni temporale vengono allagate. C’è molta violenza, c’è il rischio della rassegnazione. In parrocchia ad esempio non si fanno riunioni dopo le nove di sera perché è pericoloso uscire. Noi preti però ci sentiamo sempre sicuri perché tutti sanno chi siamo e cosa facciamo lì. C’è anche una fede molto bella, molto viva, ben radicata nel cuore delle persone anche se sempre bisognosa di essere coltivata e fatta crescere».

Alla presenza di preti, laici, religiosi si è aggiunta negli anni anche un altro legame profondo tra Salvador Bahia e Firenze: quello dell’associazione Agata Smeralda che attraverso le adozioni a distanza ha permesso di creare servizi per i bambini e per le famiglie più bisognose.

«Agata Smeralda è nata nel grande alveo della missione fiorentina, è lì che è stata pensata e strutturata, è una realtà attivamente presente. So che la crisi economica ha costretto un certo numero di famiglie, purtroppo, a dover rinunciare all’adozione ma fortunatamente ci sono ancora numeri importanti».

Questo concede di sostenere le scuole e altri servizi sociali e assistenziali fondamentali per dare un futuro a tanti bambini…

«Ci tengo a dire che la questione non è solo economica: dall’impegno di Agata Smeralda ad esempio è nato un progetto che abbiamo chiamato Beija flor. L’aiuto è stato economico ma non solo: a Agata Smeralda dico sempre smettete di darci i soldi, se necessario, ma non smettete di accompagnarci. C’è un lavoro di formazione degli insegnanti, dei responsabili, che è necessario per riuscire a gestire un progetto del genere che non è banale. Ci sono operatori che si assicurano che i bambini vengano, siano seguiti… Tutto questo richiede una formazione fatta da professionisti molto in gamba che fanno un lavoro prezioso».

Preti, laici e religiosi: mezzo secolo di partenze

La partenza di don Renzo Rossi nel dicembre del 1965 prendeva spunto dall’enciclica di Pio XII del 1957, «fidei donum», doni della fede: con questo termine ancora oggi vengono chiamati i sacerdoti (ma anche i missionari laici) che partono per la missione come inviati di una diocesi verso una «Chiesa sorella».
Ma la prima missione diocesana fiorentina si può considerare fu a tutti gli effetti un frutto del Concilio Vaticano II: il cardinale Ermenegildo Florit infatti decise di accontentare la richiesta di don Renzo Rossi, che in una lettera gli chiedeva di poter partire, inviandolo (anziché in Africa o in India, come don Renzo pensava) in Brasile, per rispondere alle tante richieste che l’Arcivescovo aveva ricevuto dai vescovi brasiliani durante le sedute del Concilio.
Insieme a don Renzo Rossi (che vi rimase fino al 1997) e don Sergio Merlini (1970-1993), che rimangono le presenze più lunghe, a Salvador Bahia si sono avvicendati molti preti fiorentini: don Alfredo Nesi (che fu a Salvador Bahia nel 1981, prima di aprire una missione della Madonnina del Grappa a Fortaleza), don Piero Sabatini (1983-1978), don Lorenzo Lisci e don Rodolfo Tedeschi (1988-1991), don Alfonso Pacciani (1994-2006), don Wieslaw Olfier (1998-2002) e don Gregorio Sierzputowski (1998-2003).

Da non dimenticare poi la nutrita e significativa presenza religiosa femminile (le Stabilite nella Carità, le Francescane dell’Immacolata, le Calasanziane...) e quella dei missionari laici come Maria Grassi (1967-1993), Carmelina Vetere, Anna Maria Boscaini.
Dopo il Brasile, l’apertura della Chiesa fiorentina alla missione avrebbe raggiunto, negli anni successivi, nuovi orizzonti: Camerun, Bolivia, Perù, Ecuador, Ciad, Turchia, Sudafrica...

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