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Firenze trascurata: l'antica Farmacia di San Marco

Un luogo (da tempo chiuso) di grande importanza storica e artistica. Non può non destare stupore e rammarico lo stato di decadenza e di trascuratezza in cui versa attualmente

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Firenze trascurata: l'antica Farmacia di San Marco

di Bruno Santi*
Sulla parete esterna del convento di San Marco (ricco - com’è noto - delle memorie di sant’Antonino, del Beato Angelico, del Savonarola, di fra’ Bartolommeo, di Cosimo il Vecchio de’ Medici e del suo architetto preferito, Michelozzo di Bartolommeo, e  - più recentemente - di Giorgio La Pira, nonché di altre personalità della vicenda religiosa, artistica e culturale cittadina), tra la piazza omonima e via della Dogana, è visibile un fronte di negozio, caratterizzato da eleganti forme che potremmo definire classicheggianti, composto a mo’ di «serliana», con un cornicione aggettante e  quattro incorniciature di marmo bianco, che sorreggono un arco profilato anch’esso in marmo con due volute decorative  alla base.
Una scritta in caratteri metallici (forse in ottone) individua la natura dell’esercizio, disponendosi a semicerchio nello spazio tra il portone e la cornice dell’arcata: «FARMACIA DI S. MARCO». Al sommo dell’arco, una nicchia oggi malinconicamente vuota posa su una mensola dal profilo mistilineo.
Le incorniciature ospitano pannelli di marmo bardiglio, su cui sono incisi i nomi dei prodotti lavorati e venduti dalla farmacia, in caratteri diversificati secondo il loro genere, e - ancora - sulle architravi al di sopra delle vetrine chiuse ora da pannelli di legno, son collocate le scritte, pur esse in metallo: «MEDICINALI»  e «PROFUMERIE».
Una rosta in ferro battuto, finemente lavorata, chiude la finestra a lunetta sopra la porta d’ingresso.
Questo armonioso prospetto, ancora discretamente conservato, ma che nei pannelli lignei e nel portone reca i segni di un’indiscutibile decadenza, era dunque l’ingresso pubblico dell’antica farmacia conventuale.
Alla sua sinistra, una vestigia ancor più antica attesta la presenza dell’officina in tempi più remoti: semplici stìpiti di pietra forte, su cui si legge, incisa in caratteri presumibilmente quattrocenteschi, la scritta «FONDERIA E FARMACIA / DI S. MARCO».
Ho avuto l’occasione, accompagnato da padre Sbaffoni, della comunità domenicana di San Marco (che ringrazio per la cortese disponibilità e per la sapiente illustrazione), di visitare le stanze di questo ambiente, da tempo chiuso (mi si dice dall’inizio degli anni novanta del Novecento) e sono rimasto stupito di come sia stato possibile trascurare un luogo di così notevole importanza storica, artistica e merceologica.
Dal vasto chiostro di San Domenico, le cui lunette con le storie del santo spagnuolo, restaurate recentemente, sono opera di Cosimo Ulivelli, di Alessandro Gherardini, uno dei massimi pittori del Settecento fiorentino, nonché di due altri artisti meno conosciuti, ossia Sebastiano Galeotti e Niccolò Lapi, attraverso una porticina chiusa da un elegante cancellino in ferro battuto, s’entra dunque nel primo ambiente dell’antica farmacia.
Sorprende, nonostante la lunga chiusura, la buona conservazione degli arredi, costituiti da armadî lignei intagliati e animati da lesene ioniche e da frontoni modanati, con vetrine dove sono disposti ancora in bell’ordine, i cassetti con i nomi delle medicine e gli albarelli in cui erano conservate le sostanze curative nonché le bottigliette pronte per la confezione, mentre al soffitto è esposto un minaccioso ancorché impagliato coccodrillo del Nilo.
S’entra poi nella seconda stanza, decorata nella volta da una pittura ottocentesca con l’allegoria della Medicina, dove è ancora presente il banco con il registratore di cassa novecentesco ancora funzionante (e padre Sbaffoni me ne ha data una convincente dimostrazione); gli scaffali con i vasi di Montelupo dipinti con le figure di santi domenicani (purtroppo sostituiti da copie appositamente fatte realizzare dopo un furto che ne aveva asportati pressoché tutti) e ancora file di numerosi albarelli.
Le pareti sono corredate da dipinti con immagini dei santi dell’Ordine, e da lunette con motivi ornamentali tipicamente tardottocenteschi, contribuendo a costituire un ambiente di rara omogeneità decorativa, dove si avverte ancora la minuziosa cura che il secolo diciannovesimo poneva nella realizzazione degli arredi dei locali, sia pubblici sia privati.
Accanto alla cassa, una curiosità: ossia la tabella con «manine» di metallo dove i medici (i cui nomi sono ancora conservati negli appositi cartellini) appendevano le ricette necessarie alle cure dei pazienti, le cui medicine venivano prodotte nell’attiguo laboratorio, un ambiente più angusto proprio alle spalle del banco di vendita.
Una scritta ci informa che l’ambiente fu restaurato nel 1883 dal benemerito padre Benedetto Domenici, e senza dubbio, l’aspetto che attualmente conserva, ancora pressoché intatto, nonostante l’abbandono e l’indifferenza alle sue sorti, è senza dubbio testimonio formale di quell’epoca.
Un ulteriore motivo di grande interesse è la presenza dell’antica «fonderia», a cui si accede attraverso alcuni gradini di pietra nascosti da due sportelli lignei posti all’altezza del pavimento, presso la porta carraia del convento (già strada esterna, come mi ha spiegato padre Sbaffoni).
Nei vasti locali sotterranei, anch’essi in buone condizioni, sebbene logicamente segnati dall’incuria e dall’abbandono, son conservati i grandi alambicchi e le storte, foggiati in rame e necessarî alle distillazioni, nonché mortai di marmo e un distillatore di grandi dimensioni che mostra ancora un esempio delle coppe di vetro dove si depositavano le sostanze colà lavorate.
E - ancora, nei medesimi locali - si possono osservare le bottiglie, le vecchie etichette dei prodotti della farmacia, che riportano indubbiamente a un periodo di intensa attività, di inserimento nella vita commerciale cittadina, e all’indubbia notorietà di quanto si eseguiva nella farmacia, che - da tradizione - fu proprio l’arcivescovo Antonino a istituire, perché potesse giovare alla conservazione della salute fisica dei suoi concittadini.
Basterebbe consultare un opuscolo pubblicato nel 1937, che riporta i nomi e le caratteristiche merceologiche di ciò che si produceva nella farmacia per rendersi conto dell’importanza di questa abbandonata istituzione fiorentina.
Non può che destare quindi stupore e rammarico lo stato di decadenza e di trascuratezza in cui essa versa attualmente, e che siano passati almeno vent’anni senza che la sua chiusura suscitasse - se non nei padri domenicani di San Marco, che si stanno adoperando per trovare una soluzione perché la farmacia possa tornare a operare e ad aprirsi al pubblico - alcuna reazione da parte dell’opinione pubblica fiorentina.
Un’ulteriore, deludente testimonianza della stanchezza civile di questa città, ormai abituata a sfruttare intensamente ciò che di rilevante la storia le ha lasciato in eredità integro o pressoché ben conservato, ma curiosamente restìa (o indifferente) al recupero di importanti documenti del suo passato, come dimostra - tra diversi altri - il problema non risolto di Sant’Orsola, a cui si aggiunge malinconicamente la situazione attuale dell’antica Farmacia di San Marco.
*già Soprintendente ai beni storico-artistici

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