Livorno
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La bellezza, la fede e la carità

L'intervista al cardinal Gianfranco Ravasi in occasione dell'inizio della Settimana Vincenziana organizzata a Livorno 

Parole chiave: San Vincenzo de Paoli (1)
La bellezza, la fede e la carità

I cardinal Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, ha aperto a Livorno la settimana di studi e appuntamenti dedicati alla figura del beato Federico Ozanam, nel bicentenario della sua nascita, organizzata dalla Società di San Vincenzo de’ Paoli, in collaborazione con la parrocchia S. Seton, la Diocesi attraverso la Pharus, le Figlie della Carità e il volontariato Vincenziano. Abbiamo colto l’occasione di questa presenza importante per raccogliere le impressioni del cardinale sul momento attuale della cultura e sulla nostra città.

Sua Eminenza, Lei ha offerto una bellissima riflessione, dove sono state toccate tre parole fondamentali, tra cui c’era anche “cultura”. Riguardo a questa, come siamo messi in Italia?
«L’Italia è uno dei paesi più colti del mondo, se guardiamo dal punto di vista dei beni e delle arti. Basta girare per qualsiasi città per rendersene conto. Ma allo stesso tempo, è uno dei paesi più distratti nei confronti dei suoi beni, vedi Pompei che crolla….Insomma, credo che si debba ritornare a guardare al passato, guardare alla storia e alla cultura. Dove c’è bellezza, c’è dignità umana. In italiano abbiamo due parole che hanno la stessa radice, pur non essendo sinonime: bruttezza, che riguarda il campo estetico, e bruttura, di categoria invece morale. Ecco, spesso la bruttezza, come in alcune nostre periferie, qualche volta genera la bruttura, come il degrado civico e urbano, quindi torniamo a guardare al passato e impariamo. Ma un’altra cosa è importante, ricordiamoci che la cultura è continuamente creatività, ed è per questo che con l’eredità storica si deve costruire qualcosa di nuovo, ed è importante, quindi, che i governi investano e diano importanza alla ricerca scientifica, alle arti, e alla fruizione del cittadino normale dell’eredità che l’Italia custodisce».

Il Papa ha espresso recentemente, durante un’intervista a Civiltà Cattolica, parole di apertura verso alcune categorie, spesso un po’discusse anche all’interno della Chiesa: omosessuali, separati, donne che hanno abortito ecc… Come commenta le frasi del Santo Padre? Possono aprire delle innovazioni pastorali, secondo Lei?
«Sono parole che rientrano nelle linee guida di papa Francesco, e hanno due caratteristiche: la prima è che i principi non sono astratti, non devono essere formulati e imposti come schemi nelle persone. Devono essere incarnati. Non si nega nulla della nobiltà umana, ma questa dignità non può essere dichiarata solo come principio, escludendo poi che la miseria umana, la drammaticità della nostra esistenza, comprendono invece continue ferite a questi principi. Se la Chiesa deve stare sopra e dichiarare la sua verità, deve stare spalla a spalla con queste persone che soffrono. Per questo motivo credo che il Papa inviterà teologi, persone di Chiesa, ma anche fedeli, a riflettere pastoralmente su questi drammi, in modo concreto, per accompagnare questi drammi. E questo non vuol dire ferire i principi, ma renderli veri, incarnati».

Che cosa conosce il Cardinale Ravasi della città di Livorno?
«Sono stato alcune volte, in particolare venni tre giorni in occasione dell’inaugurazione della biblioteca diocesana, c’era il congresso dell’Abei (Associazione bibliotecari ecclesiastici italiani). E ho in mente due cose: la prima è che voi siete pur sempre una città di mare, legata anche alla marina, allora c’era la Vespucci. Vorrei dire ai livornesi di conservare questo spirito. Saint-Exupéry diceva che se vuoi preparare un marinaio, non devi insegnargli solo l’arte marina, ma anche il senso del mare, quel senso infinito, spazioso, in cui ci sei tu con il cielo. Vorrei che Livorno avesse questo respiro alto, questa nostalgia dell’infinito, che poi è l’arte. La seconda cosa che mi viene in mente, è che la città di Livorno è profondamente laica, spesso in conflitto con la religiosità. Devo dire che ha avuto vescovi capaci, come mons. Guano e mons. Ablondi, che sono stati capaci di interloquire e lasciare una scia in questa città. Un Presidente della Repubblica della vostra città, Ciampi, mi parlava di questo spirito liberale e laico, che però aveva in sé una sua nobiltà. Occupandomi adesso del Cortile dei Gentili, attraverso tante città del mondo e spesso secolarizzate, ma dove si può discutere quando uno e l’altro abbandonano il proprio palazzo e si incontrano nel cortile, in uno spazio libero dove c’è il cielo, dove passa anche la voce di Dio. Il Cristianesimo è ascolto dell’altro».

Ha saputo che da poco abbiamo inaugurato una statua della Madonna all’interno del porto? I livornesi hanno apprezzato moltissimo questa opera d’arte, anche tra i non credenti. È stata chiamata “La Madonna dei Popoli”….
«Potrebbe diventare un simbolo della vocazione di Livorno, soprattutto di città di mare, che si affaccia sul Mediterraneo, un mare che ha in sé uno dei più intensi crocevia tra culture e drammi diversi. Per questo la Madonna dei Popoli può significare combattere certe chiusure e paure, spesso giustificate, e che faccia in modo di tendere la mano verso chi arriva e porta con sé una grande dose di disperazione».

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