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Per il lavoro, il grande malato dell'Italia

Sarà presentato a Maggio il nuovo Rapporto Proposta del Progetto Culturale della CEI.
Il testo che offre un’analisi del malessere, ma anche alcune proposte di intervento

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Per il lavoro, il grande malato dell'Italia

Il lavoro, una delle questioni fondamentali del nostro Paese in questo tempo di crisi. Ne parlano tutti, lo desiderano in tanti, lo trovano in pochi. Proprio su questo tema il Progetto Culturale nazionale ha incentrato il suo nuovo Rapporto-Proposta che verrà presentato ufficialmente il prossimo 13 maggio. Avrà come titolo: “Per il lavoro. Rapporto-proposta sulla situazione italiana”.
Dopo la crisi demografica, sviluppata nella pubblicazione del 2011, il Progetto Culturale nazionale mette al centro dell’attenzione un’altra questione strategica per il presente e il futuro dell’Italia, quella del lavoro, e lo fa con lo stesso stile del precedente, quello che prima analizza i fatti e poi ne fa conseguire delle proposte costruttive.
Sarà interessante leggere ed approfondire questo Rapporto e saperlo collocare anche nella realtà locale come è stato fatto lo scorso anno a Livorno con quello sul cambiamento demografico.
Cominciamo ad avvicinarlo facendoci aiutare da alcune anticipazioni che ne ha offerto uno dei curatori, il professor Blangiardo, docente di demografia all’Università di Milano Bicocca, che ha definito il lavoro come “il grande malato dell’Italia”.

I sintomi del malessere
I sintomi più evidenti di questo malessere sono l’eccessiva rigidezza del mercato, la mancanza di seri percorsi di formazione professionale, la diffusione del lavoro nero, la difficoltà a conciliare tempi del lavoro e della famiglia, la progressiva perdita del senso del lavoro.
"Il tasso di disoccupazione in Italia – ha sottolineato il demografo - ha avuto un’impennata dal 2007; abbiamo smesso di attrarre flussi migratori e assistiamo a episodi di rientri". Il Rapporto-proposta invita a riflettere e lancia proposte: "Si richiede anzitutto una grande riflessione sul valore etico-antropologico del lavoro, sul quale si gioca la dignità della persona e la qualità delle relazioni sociali".

I punti di forza
Il rapporto, che avrà la prefazione del cardinale Ruini, è diviso in quattro parti: la dimensione antropologica, il lavoro oggi, attori e problemi, quale futuro. Infine alcune osservazioni conclusive. Nel nostro Paese, avverte Blangiardo, vi sono dei "punti di forza da valorizzare: il made in Italy, le piccole imprese, l’artigianato".  Ma occorre valorizzare anche "il lavoro intellettuale per contrastare la fuga dei cervelli che potrebbero favorire la crescita del nostro Paese o promuoverne l’attrazione".

Nodi da sciogliere
Altro nodo il lavoro femminile: "Donne che lavorano meno che in altri Paesi e sono sottoutilizzate". La media Ue del tasso di occupazione delle donne laureate sotto i 40 anni è infatti di 87,9%; l’Italia si colloca al settimo posto con il 78,7%.
Nel nostro Paese i Neet (15-29 anni), coloro che non studiano e non lavorano sono quasi 2 milioni. Alcuni settori (edilizia, agricoltura e pesca, servizi sociali e alle persone) "sono coperti per lo più da stranieri, oggi cinque milioni". Il patrimonio demografico, ossia la speranza di vita della popolazione italiana è pari a 2.378,5 milioni di anni in base al censimento Istat 2011. Nelle proiezione a 20 anni, nel 2031, "è di 2.549,7 milioni di anni - osserva Blangiardo -, con un significativo incremento delle persone in pensione rispetto a quelle in attività lavorativa, mentre il progressivo invecchiamento della popolazione è legato alla scarsità di nascite, all’allungamento della vita e al cosiddetto ’invecchiamento importato’".
Secondo quanto emerge dal rapporto in Italia "manca una cultura imprenditoriale condivisa tra imprenditori, sindacati, investitori e opinione pubblica; manca una burocrazia sensibile ai problemi del lavoro e alle difficoltà dell’attività produttiva". 

Riforme strutturali e competitività
Due le questioni cruciali, avverte: "La necessità di riforme strutturali che sappiano conciliare le esigenze dei diversi soggetti e, in parallelo, la necessità di promuovere una maggiore competitività del nostro sistema produttivo anche con incentivi al merito".
Occorre inoltre "tentare di operare una riconciliazione tra tempi del lavoro e della famiglia".
Nei nostri giovani, secondo il demografo, bisogna incoraggiare "una maggiore fiducia nel futuro, una maggiore disponibilità al rischio e all’impegno per sé e per gli altri". Ma occorre preoccuparsi anche della loro formazione "sollevando l’urgenza di rilanciare il ruolo fondamentale del lavoro intellettuale e offrendo loro una corretta informazione per aiutarli a scegliere corsi di studi effettivamente spendibili nel mercato del lavoro".
"Insegnanti demotivati e mal pagati sono un danno che oggi nessuna società può permettersi", è l’ulteriore monito di Blangiardo. Di qui l’auspicio di "un investimento culturale forte che coinvolga istituzioni, imprese, sindacati, ma anche scuola famiglia, parrocchia e mondo della comunicazione".
Occorre insomma "liberare il mercato del lavoro, garantire più formazione, elaborare una nuova idea di produttività, promuovere una nuova cultura del merito, investire nel patrimonio artistico" investendo non solo le "nostre risorse economiche ma anche tutta la nostra ricchezza culturale e umana".

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