Livorno
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"Siamo in una società che fa la guerra ai poveri"

EMERGENCY:
Dati choc, nove milioni di italiani costretti a rinunciare alle cure del SSN
“Ticket ormai alle stelle, con la crisi molti non possono più permetterseli. Risparmi? Si comincino a tagliare le convenzioni con i privati. Il profitto sulla salute è immorale”

Percorsi: Povertà
"Siamo in una società che fa la guerra ai poveri"

Uno spettro si aggira per le corsie degli ospedali italiani, ed è lo spettro del denaro. Non ha dubbi Gino Strada, fondatore di Emergency, l’associazione che, in occasione del suo convegno nazionale svoltosi proprio a Livorno, vuol dire la sua nel dibattito in corso sui tanti problemi da cui è afflitto il nostro Servizio Sanitario Nazionale. E lo fa dal punto di vista di chi, dal 2006, è attivo non solo- come crede la maggior parte dell’opinione pubblica - nei teatri di guerra di tutto il mondo per curare i feriti nei suoi ospedali da campo. Perché ormai la guerra è arrivata anche nelle nostre strade, e così sono ormai sette anni che Emergency gestisce poliambulatori mobili anche nel nostro paese, inizialmente rivolti ad immigrati privi di assistenza ma, specialmente da quando la crisi ha cominciato a colpire duro, anche verso molti nostri connazionali. Gente che non ce la fa più a pagarsi le cure e che è costretta a rivolgersi al volontariato. Ma come è possibile, viene da chiedersi? Il SSN non dovrebbe garantire i bisogni di tutti? L’accesso alle cure mediche, come ci hanno insegnato a scuola nell’ora di educazione civica, non è universale, gratuito e per di più garantito dalla Costituzione? «In realtà- ricorda Gino Strada - ormai da tempo non è più così: si calcola che circa 9 milioni di italiani, ad oggi, non possano permettersi di pagare i sempre più esosi ticket imposti dalle regioni e sono costretti a fare quello che fino a poco tempo fa era impensabile: rinunciare a curarsi». Il 15% della popolazione. Nonostante tutti costoro abbiano in tasca una tessera sanitaria e una copertura garantita, almeno nominalmente, dallo Stato. Ma come è possibile tutto questo?  È colpa solo della crisi economica, che costringe molti a tirare la cinghia? O c’è qualcosa di più? «Il problema in realtà, prima che economico, è di natura culturale» spiega Gino Strada «Fin dai primi anni del 2000 si è assistito ad una marcia indietro dello stato rispetto al welfare, con taglio dei finanziamenti ai servizi sociali, e in particolare a quelli sanitari. Il motivo è semplice: si guarda alla sanità solo come a un elemento contabile, una cifra di spesa fra le tante presenti nel bilancio statale, e non come a un diritto della persona: motivo per cui si tende ad applicare una logica di continuo contenimento dei costi, con conseguente riduzione dei diritti dei cittadini». Un esempio di questa mentalità è il fatto che già da tempo si è diffusa l’espressione di“aziende ospedaliere” per definire i nosocomi: «L’uso del termine “azienda”non è casuale” incalza Gino Strada “evidentemente è spia di una visione della sanità come una impresa che deve produrre profitto riducendo i costi. Ma è un’idea sbagliata e distorta: la sanità è un diritto, non si può dire che costa troppo: costa il necessario, e se ci vogliono più soldi, dopo aver eliminato ovviamente gli sprechi, occorre trovarli come avviene per tutte le cose necessarie.» Ma non è tutto: di fronte alla retromarcia dello stato nei confronti del welfare sanitario, a detta di Emergency, si nasconde anche altro: l’interesse dei privati per  un mercato, come quello della salute, che vale miliardi. Lo spiega l’economista Nerina Dirindin:«Contrariamente a quanto si cerca di far credere attraverso i media, dove si parla sempre di eccessiva spesa sanitaria, il nostro sistema, in rapporto al PIL, costa molto meno che negli altri paesi europei, come Francia e Germania. Non solo: nonostante l’enfasi sugli scandali della cosiddetta “malasanità”, tutte le classifiche internazionali uscite negli ultimi anni sono concordi nel dire che in nostro servizio sanitario è uno dei migliori al mondo, e funziona meglio, o almeno alla pari, di quello di Francia e Germania». «E allora, dice la Dirindin, il problema sta altrove. «Il SSN italiano, come struttura universalistica, ha un solo grosso difetto: non produce abbastanza profitti per i privati. E la sanità, specialmente in un momento di crisi, è un mercato che fa gola: ed è per questo che, da parte di molte lobby, dalle assicurazioni private, alla finanza, agli operatori sanitari si cerca di avvalorare la tesi che il pubblico è inefficiente, che privato è bello e costa meno, e che converrebbe smantellare il sistema attuale  per passare ad uno interamente privato. Non è un caso che sempre più economisti sostengano che, anziché prelevare soldi ai cittadini con le tasse per poi offrire servizi sanitari pubblici, sarebbe più conveniente non far pagare le tasse e far poi pagare direttamente al cittadino le cure mediche dai privati. Questo nonostante qualsiasi analisi comparata svolta a livello internazionale fra i sistemi sanitari dei diversi paesi mostri esattamente il contrario: i sistemi privati sono meno efficienti e costano di più, sia perché sulla spesa pesa il ricarico del profitto degli operatori, l’accumulo delle riserve matematiche delle assicurazioni, e soprattutto il fatto che il privato non ha alcun interesse a contenere le spese sulle quali guadagna, e tende anzi a oberare il paziente di cure tanto superflue quanto per lui profittevoli».
La soluzione ai problemi della sanità,a questo punto, secondo Emergency, appare semplice, purché ci sia la volontà di farlo: riportare la sanità al centro come diritto della persona, allontanando ogni idea di risparmio a scapito dei servizi e soprattutto eliminando ogni logica di profitto legata alla fornitura dei servizi sanitari: «Se proprio si vuole risparmiare, si comincino a tagliare le troppe convenzioni con i privati che guadagnano con la sanità pubblica» attacca Strada. «La logica del profitto in medicina non è solo dannosa da un punto di vista economico per il sistema. È qualcosa di assolutamente vergognoso. Significa che si specula sulla sofferenza dei nostri simili per generare profitto. Quasi sperando che le sofferenze aumentino perché così ci sarà più guadagno. L’unico guadagno che un medico dovrebbe ricevere è quello del proprio stipendio: ogni altra forma di profitto sulle spalle dei pazienti è indecente e immorale».

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