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In Istria, a scuola di pace

Un viaggio della memoria che ha il sapore agrodolce della nostalgia: tornare a Pola e a Fiume è un’emozione grande, prima di tutto per gli esuli che ci accompagnano, ragazzini di allora, approdati a Lucca dal ’47 e oggi anziani, ma anche per tanti di noi, figli e nipoti di esuli che discendiamo insieme dall’Istria e dalla Toscana.

In Istria, a scuola di pace

Questa iniziativa promossa da Comune di Lucca, Provincia, Scuola per la Pace, Istituto Storico della Resistenza, ANPI, che ha visto la partecipazione di un centinaio di cittadini e, tra questi, anche di una scolaresca, oltre a importanti esponenti delle istituzioni, segue il viaggio dell’anno scorso alla Risiera di San Sabba e alla Foiba di Basovizza.

La prima tappa di quest’anno è il Sacrario di Gonars (UD), che accoglie le vittime del campo di concentramento fascista: qui tra il ’42 e il settembre del ’43 morirono non uccisi, ma di stenti e malattie, più di 500 civili sloveni e croati, donne, anziani e bambini incolpevoli, rastrellati nei territori annessi all’Italia dopo l’aggressione nazifascista alla Jugoslavia del ’41. Il Sindaco ci porta anche a breve distanza dal Cimitero, nel luogo dove sorgeva il campo, abbandonato fino a poco tempo fa: qui è stato eretto un monumento, un piccolo ma significativo segno di buona amministrazione e di vicinanza alla comunità slava, con cui si è da tempo consolidato un rapporto di amicizia.

Nel pomeriggio arriviamo a Pola, dove veniamo accolti con calore in Comune dal vicesindaco italiano e visitiamo la città: qui tutto ci parla di Roma, di Venezia e dell’Italia, dal Foro con il Tempio di Augusto all’Arena, «parente» del nostro anfiteatro lucchese.

La seconda giornata è dedicata alla visita di Rab, dove furono reclusi 15.000 sloveni, croati e anche ebrei tra il ’42 e il settembre del ’43 e morirono in alcune migliaia: anche quest’isola, che oggi vive di turismo, ha conosciuto il cuore di tenebra. Anche qui, come a Gonars, le vittime non sono né combattenti di un esercito regolare, né partigiani, bensì civili, e anche qui come a Gonars la responsabilità è italiana e fascista.

La giornata conclusiva è, invece, tutta dedicata al dramma degli italiani dell’Istria. Nel Carso triestino visitiamo l’abisso Plutone: nei 40 giorni di occupazione titina di Trieste, tra il maggio e il giugno ’45, in questa voragine profonda oltre 180 metri furono eliminati 21 civili ritenuti responsabili di compromissioni con il regime fascista. La foiba Plutone è solo uno dei tanti pozzi dove furono gettati migliaia di italiani tra qui e Basovizza.

Tra i momenti più toccanti di tutto il viaggio è la visita dell’ex Centro Raccolta Profughi di Padriciano, vicino Trieste, museo dal 2004, che racconta la tragedia dell’esodo dei 350.000 giuliano-dalmati. In questa struttura, ben conservata, sono esposti i piccoli oggetti di vita quotidiana dei profughi, dai monili, ai libri, ai quadri. E’ difficile trattenere le lacrime davanti alle masserizie provenienti dai magazzini del Porto Vecchio di Trieste, abbandonate dagli esuli prima di essere smistati nei vari campi profughi sparsi per l’Italia. Quelle masserizie, rese famose grazie allo spettacolo teatrale di Simone Cristicchi, sono diventate il simbolo della perdita di tutto, delle sofferenze patite e della difficile rinascita di un popolo.

Non era affatto scontato che esuli e partigiani dell’ANPI partissero insieme per questo Viaggio della Memoria: né gli uni né gli altri hanno chiesto l’esclusiva del racconto sulle loro vicende, ma anzi hanno fatto uno sforzo di comprensione reciproca. Seguendo il loro nobile esempio, dovremmo fare del Giorno del Ricordo del 10 febbraio un’occasione di conoscenza e di riconciliazione: solo facendo i conti con la storia si possono gettare le basi di una convivenza pacifica. L’Istria, terra mia bellissima, sia per tutti noi Scuola di Pace.

(L'autore è nipote di esuli di Pola e Rovigno)

(Foto: Masserizie al Museo dell'Esule di Padriciano, ex Centro Raccolta Profughi, TS)

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