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La Famiglia e i "battiti" del nostro tempo

La terza ed ultima serata degli «Incontri in San Martino» di quest’anno ha aggiunto degli importanti tasselli al mosaico delle questioni legate alla complessa tematica del gender. Relatori della serata di venerdì 8 maggio, i coniugi Franco Miano e Giuseppina De Simone.

La Famiglia e i "battiti" del nostro tempo

Nelle riflessioni dei due precedenti incontri si erano evidenziati alcuni nodi problematici e controversi, primo fra tutti, ma non unico, quello del rapporto tra natura e cultura, che se non adeguatamente esplicitati, finiscono per generare incomprensioni se non, addirittura, sterili contrapposizioni. Il merito dei due relatori, a cui era stato affidato il non facile compito di guidarci nella comprensione delle sfide che le teorie del gender rivolgono alle famiglie, è stato quello di ampliare l’orizzonte del problema, evidenziando, da una parte, le problematiche che stanno a monte di posizioni ideologiche contrapposte, e, dall’altra, sottolineando l’importanza dell’ascolto che, come uomini e, più ancora, come cristiani, possiamo mettere in atto, non soltanto di fronte alle tematiche legate all’identità sessuale, ma più in generale nei confronti della cultura contemporanea.

Questo atteggiamento di ascolto, ha detto il primo relatore, il professor Franco Miano, ha caratterizzato lo stile e la sostanza del Sinodo straordinario sulla famiglia dell’ottobre scorso. Sia nella fase preparatoria che nei lavori veri e propri, questa importante assise, alla quale i due relatori hanno partecipato, è stata connotata da un condiviso e fermo desiderio di ascoltare i «battiti del nostro tempo», per dirla con papa Francesco, nella persuasione che anche l’oggi è abitato dal Signore che, con la sua presenza sempre e nuovamente da riscoprire, interpella e provoca la Chiesa, impegnandola ad una maggiore comprensione della parola di Dio e della Tradizione. Facendo tesoro dell’esperienza del Sinodo, Miano ha espresso il parere che anche nelle delicate questioni legate alla teoria del gender, c’è bisogno di continuare ad ascoltare, perché c’è necessità ancora di comprendere, di cogliere nelle sua complessità, senza facili semplificazioni, le problematiche in gioco. Ma l’ascolto, ovviamente, non è un atteggiamento da vivere in maniera disincarnata. L’autentico ascolto, ha ribadito il relatore, provoca ed impegna, inquieta e fa pensare, smuove da false certezze e responsabilizza. Ed è papa Francesco, nei pochi ma significativi interventi al Sinodo, a richiamare il significato della responsabilità che nasce dall’ascolto: far risuonare «la forza e la tenerezza del Vangelo». La verità del Vangelo, che il cristiano avverte di dover trasmettere con passione, ha affermato Miano, si incontra e talvolta si scontra con le tante situazioni della vita, per questo è importante saper trovare il senso della verità nella misericordia e il senso della misericordia nella verità. Questa urgenza di testimoniare la verità indisponibile del Vangelo coniugandola con la misericordia che si deve ad ogni uomo e a ogni donna, si concretizza, ha proseguito il relatore, prima ancora di entrare in merito ai singoli problemi o di giudicare le più o meno discutibili scelte di ciascuno, nella difficile arte di accompagnare e di accompagnarci reciprocamente. La capacità di farsi compagni di strada di ogni uomo, ed in particolare delle famiglie, smussa le divisioni, fa crescere la solidarietà e la condivisione, abbatte i muri dell’individualismo che spesso isolano le famiglie. La famiglia può oggi offrire importanti risorse per la Chiesa e per la società, a condizione che non sia trattata solamente come un «problema» di cui occuparsi, ma sia accolta e messa al centro così come essa è. In questo, ha concluso il relatore, possiamo individuare una chiave di lettura per ogni situazione che interpella la vita delle famiglie in questo nostro tempo che fugge velocemente e di fronte al quale vorremmo avere risposte certe per ogni problema.

Il Sinodo ha insegnato che queste risposte dobbiamo ancora cercarle con grande apertura, partendo dal coraggio della solidarietà tra le famiglie, che è una strada su cui passa ancora l’annuncio credibile del Vangelo.

La seconda relatrice, la professoressa Giuseppina De Simone, ha proseguito la riflessione esplicitando le provocazioni e le istanze positive che provengono alla Chiesa dal tempo in cui viviamo. La tentazione che si fa strada di fronte alla complessità del nostro tempo è quella di cercare facili vie di fuga, costituite da risposte che schematizzano la realtà, la semplificano, costringendola in angusti schemi ideologici che finiscono per soffocarla. Al contrario, ha affermato la relatrice, proprio quando la realtà si fa più articolata, dobbiamo rimanere ancorati alla vita concreta delle persone, accogliere la fatica di stare dentro la complessità evitando le forti contrapposizioni ideologiche, e accettare di vivere quel faticoso camino di comprensione dell’umano che accomuna tutti. Oggi, più che mai, è difficile capire che cosa significhi essere umani

La risposta a questa domanda implica un cammino fatto di confronto, di accoglienza, di domande e di risposte cercate insieme, e rispetto al quale nessuno può assumere una posizione irremovibile e assoluta. Alla contrapposizione, ha detto molto chiaramente De Simone, dobbiamo preferire la volontà di comprendere e comprenderci, sempre e meglio. Questo atteggiamento lo si può mettere in atto anche nelle delicate questioni sollevate delle teorie del gender. Non possiamo certo condividere quanto spesso si dice riguardo all’identità sessuale che, per alcuni, può essere cambiata a partire da scelte lasciate totalmente all’arbitrio del singolo, tuttavia, ha proseguito la relatrice, è opportuno chiederci come possiamo volgere al positivo una tale provocazione. La questione del gender, sebbene non sia accettabile nella sua rappresentazione ideologica, ci richiama positivamente ad una verità, ovvero che l’identità dell’uomo non è data totalmente in partenza, ma che matura attraverso un cammino in cui è implicata la nostra libera responsabilità. Si nasce maschi e femmine, e si diventa uomini e donne. Questa affermazione, per decenni manifesto di una cultura libertaria, se ben intesa, rappresenta una verità condivisibile. Ciò che io sono non è semplicemente un dato acquisito una volta per tutte e rispondente ad una natura biologica in cui da sempre è già tutto scritto, ma è anche frutto di un divenire che è affidato alla mia vita concreta e in cui entrano in gioco molti elementi che fanno della mia storia un unicum irripetibile: la natura e la cultura, le relazioni interpersonali e gli eventi storici in cui io sono coinvolto.

Come ha di recente affermato mons. Galantino, Segretario della Conferenza Episcopale Italiana, non dobbiamo fare della natura un «totem», pensando di poter risolvere ogni problema appellandoci ai soli dati naturali. Ritenere che la stessa identità sessuale, che è parte essenziale della persona, sia un dato puramente biologico, ha giustamente ricordato la relatrice, non dà conto della complessità dell’umano che è un dato e, al contempo, un compito. Il cammino di formazione dell’identità non è un processo sospeso nel nulla, muove da una datità, ma una datità in cui non c’è deterministicamente contenuto già tutto, e che è consegnata ad un «non ancora» affidato alla responsabilità dell’uomo. Ciò che noi chiamiamo «umano» sta in quella linea d’orizzonte che unisce natura e cultura. Non c’è nessun automatismo nel nostro divenire persone, ha ribadito la professoressa De Simone, non c’è nessuna logica di assoluta necessità, ma noi ci muoviamo a partire da un dato nel quale è scritta una possibilità che è affidata alla nostra storia, alle nostre scelte e non scelte, ma, soprattutto, alle relazioni che istauriamo con le altre persone.

Se questo è vero, ha concluso la relatrice, si diventa uomini e donne nella e per la relazione con l’altro. La relazione è lo spazio della costruzione dell’identità ed è parte essenziale della nostra identità per cui, quando non si dà sufficiente spazio alla relazione, o questa è negata, anche la costruzione dell’identità personale risulta tragicamente involuta.

I due relatori, come dicevamo all’inizio, più che esaurire il tema loro assegnato, cosa per altro impossibile data la complessità della problematica, ci hanno aperto delle importanti prospettive a partire dalle quali progettare un futuro cammino di confronto e di ricerca sulle questioni legate al gender.

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