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Per comprendere la bellezza dello stile ecclesiale

Abbiamo aspettato qualche giorno per cercare di comprendere e lasciare fuori dalla porta gli umori e le tensioni che in questi giorni si sono scatenati a Camaiore, onestamente più in un contesto che poco riguarda la vita parrocchiale e la comunità stessa, in merito alla nuova destinazione che il vescovo ha assegnato a don Damiano Pacini, da sette anni parroco di Camaiore e, successivamente, delle parrocchie della vallata camaiorese.

Onestamente ha un po’ sorpreso il clima di "sommossa popolare" che da parte di alcuni è stato fomentato e il linguaggio usato che ha poco a che fare con il senso ecclesiale, per un fatto che ha interessato non solo don Damiano ma diversi presbiteri di altre parrocchie, chiamati anche loro ad un nuovo servizio e ad una "mobilità" sul territorio diocesano, evento assolutamente normale e la cui decisione spetta soltanto al vescovo.

Ma onestamente ha ancora più sorpreso il fatto che al vescovo vengano chieste "spiegazioni" di una decisione che è maturata nel tempo e che è stata condivisa dal presbitero in questione.

Non si è trattato di una rimozione né di altro provvedimento; nulla è stato imposto dal vescovo: solo l’esito di un percorso, dove il vescovo e il presbitero in questione, così come avviene nella normalità, si sono confrontati, dialogando a lungo fraternamente e serenamente, hanno valutato insieme e sono giunti alla conclusione per il bene della comunità e del prete stesso, come don Damiano ha opportunamente spiegato nella sua lettera alla comunità. Non ci sono né eroi né sconfitti. Né prevaricazioni né censure.

La "subitaneità" della comunicazione è la conseguenza del riserbo, con cui questo confronto è stato condotto, e di questo va dato merito a don Damiano di essere stato geloso custode di questi passaggi con il vescovo avvenuti negli ultimi mesi. Questa è la prassi ecclesiale. Forse una certa prassi, che deriva più dal mondo dell’odierna politica, vorrebbe che le decisioni venissero prese in base "all’indice di ascolto" o magari a seguito di "primarie permanenti"… ma "per noi non è così". E crediamo che la fatica e il peso della decisione che spetta al vescovo, dopo accurate consultazioni, debba essere sempre rispettata, proprio come segno della consapevolezza di un carico alle volte doloroso e pesantissimo, che grava sulle sue spalle e sulla sua coscienza.

Quando un parroco lascia la parrocchia, che ci sia dispiacere è una cosa normale, segno che la sua presenza è stata significativa e che ha svolto il suo ministero con credibilità e abilità. E fin qui va tutto bene. Ma da qui a generare un clima di sospetto o addirittura di "complotto", come si è detto, ce ne corre. Ce ne corre soprattutto pensando a che cosa è una comunità parrocchiale: né una succursale di partito né un’isola felice che deve tutelare il suo "benessere", ignorando la situazione altrui. È un luogo dove si custodisce e si sperimenta innanzitutto la presenza del Signore, dove, magari con fatica, ci si impegna nella costruzione del Regno, cioè quella condizione, in cui ci si riconosce fratelli e sorelle prima di ogni altra cosa e, per questo, si è capaci del dono e del sacrificio.

Che la situazione della Diocesi sia in evoluzione, come lo è in tutte le diocesi italiane ed europee, è noto a tutti: un modo diverso della presenza evangelizzante e testimoniante della parrocchia e della conseguente missione del suo parroco; la cospicua diminuzione del numero dei presbiteri e il loro invecchiamento; la necessità di pensare a un futuro già prevedibile, prima di trovarsi nell’emergenza. Questi sono alcuni dei molteplici fattori che insistono sulle scelte di trasferimento del clero attivo e che sono espressi nel percorso segnato dalle Lettere pastorali annuali alle nostre comunità. La prassi seguita per il trasferimento del parroco di Camaiore è quella seguita normalmente ovunque.

Redazione Lucca

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