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Questione antropologica: poniamoci delle domande di senso

Sono iniziati gli "Incontri in San Martino"quest'anno dedicati alla questione antropologica. Il primo incontro è stato introduttivo sul tema ed è intervenuto Adriano Fabris. Dopo l'estate altri due incontri.

Questione antropologica: poniamoci delle domande di senso

«L’uomo è ciò che mangia», diceva Feuerbach, cedendo facilmente a una visione materialistica e anti-idealistica dell’uomo. L’uomo è molto di più. Esiste, tuttavia, un rapporto fra cibo e psiche. Così l’interazione con gli strumenti tecnici e tecnologici modificano l’uomo che li usa, per cui si potrebbe dire che «l’uomo è gli strumenti che usa».

Alcuni studenti, a cui fu chiesto come percepissero le lezioni scolastiche, risposero che la successione delle lezioni era come il susseguirsi dei programmi televisivi e che, facendo finta di seguire l’insegnante, con una sorta di zapping mentale, si concentravano su ciò che interessava a loro in un certo momento. La similitudine usata fa comprendere quanto ci plasmi ciò con cui interagiamo, per cui potremmo dire che l’uomo è ciò con cui interagisce. I docenti si imbattono quotidianamente nella difficoltà di insegnare alle nuove generazioni, le quali, vivendo in un mondo che spettacolarizza tutto, apprendono oggi più in modo sinottico che in modo sequenziale. Per comunicare efficacemente non basta la buona intenzione e l’impegno, ma bisogna conoscere le modalità ricettive dei destinatari del messaggio, altrimenti la comunicazione avviene come fra sordi.

Gli operatori pastorali, soprattutto preti, diaconi e catechisti, non possono ignorare la questione e continuare a comunicare come se niente fosse cambiato. Proprio per questo, all’incontro in episcopio sull’emergenza antropologica, sebbene partecipato da un nutrito numero di persone, avrebbe meritato una più ampia e diversificata presenza di clero e loro collaboratori.

A causa di una indisposizione, il professor Barcellona previsto per il primo degli Incontri in san martino 2013 è stato sostituito all’ultimo dal professor Adriano Fabris, la cui relazione è stata una provvidenziale introduzione al tema della mutazione antropologica.

Fabris ha descritto la differenza fra gli strumenti tecnici e quelli tecnologici. Mentre i primi – per esempio, il microfono – hanno la funzione di potenziare l’agire dell’uomo, i secondi – per esempio il bypass – interagiscono con lui. La Scuola pisana di S. Anna è all’avanguardia nella progettazione di macchine che interagiscono con l’uomo, lo sostituiscono e perfino imparano. Fabris ha menzionato il romanzo autobiografico di Jean-Luc Nancy «L’intruso», dove l’intruso è il cuore a lui trapiantato che gli rende difficile usare espressioni come «il mio cuore batte per te». C’è una tecnologia che non solo interagisce con l’essere umano, ma che gli detta legge, integrando la sua opera.

Lo sviluppo della tecnica ha reso invasivi anche gli strumenti tecnici, la cui azione va oltre la funzione di potenziare, prolungare, l’opera dell’uomo. In questo contesto, si rischia di considerare l’uomo non come un organismo, ma come un assemblaggio di pezzi, come un’automobile che «sta bene» quando funziona. Questa concezione dell’essere umano, i cittadini la sperimentano anche nell’ambito sanitario, dove la forte specializzazione porta a concentrare l’attenzione del medico sulla parte non «funzionante», trascurando la persona nella sua globalità.

Anche le neuroscienze studiano il funzionamento del cervello umano in modo deterministico e quindi disconoscendo la libertà dell’essere umano e concependolo come macchina. L’omicida è relativamente libero di scegliere di uccidere o dal suo cervello partono impulsi, ai quali non può opporre resistenza? Oggi viene indebolito il senso di responsabilità; l’uso di sensori di parcheggio che segnalano ostacoli, su chi fanno cadere la responsabilità in caso di urto? Analogamente i «drone», gli aerei a pilotaggio remoto usati dalla CIA. In questa «emergenza antropologica»,  per restare essere umano, essere morale è necessario porsi la domanda «che cosa è bene?».

Allora, chi è l’uomo di oggi? Alla domanda, Fabris risponde che il carattere dell’essere umano è di essere responsabile. La responsabilità implica scelta che, a sua volta impone, la risposta alla propria coscienza e alla propria visione della vita. Chi si sente responsabile non si sente al centro del mondo, ma al centro di relazioni, nelle quali agisce liberamente. Fabris ha, poi, concluso dicendo che i ragazzi oggi subiscono una forte influenza da parte degli strumenti che usano perché non ne sanno il senso; se si chiedessero qual è il senso del loro uso, prenderebbero le distanze dagli strumenti che li condizionano. Per contrastare la cultura dominata dalla pervasione tecnica e tecnologica e opporsi alla disumanizzazione è necessario porsi domande di senso.

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