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Pisa, ordinazione di mons. Filippini: l'omelia dell'Arcivescovo

Pubblichiamo il testo integrale dell'omelia dell'arcivescovo Giovanni Paolo Benotto in occasione dell'ordinazione episcopale di mons. Roberto Filippini, vescovo di Pescia, nella cattedrale di Pisa, domenica 3 gennaio 2016.

Mons. Filippini riceve il pastorale

«Il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti». E’la Sapienza che parla e che esprime il mistero della volontà salvifica di Dio che si prende cura del popolo di Israele, non solo attraverso la mediazione dei profeti, gli inviati di Dio, bensì attraverso un coinvolgimento diretto che noi sappiamo essersi realizzato nella pienezza dei tempi attraverso l’incarnazione del Verbo, il Figlio di Dio, che «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi», tanto da poterne noi «contemplare la gloria; gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità».

Carissimo don Roberto, non vorrei peccare di presunzione se ho l’ardire di leggere queste parole della Scrittura, applicandole alla solenne liturgia della tua ordinazione episcopale: lo Spirito Santo, questa sera, ti consacra con nuovo e inedito dono sacramentale, si radica in te come «Spirito che regge e guida». E’ lo stesso Spirito che il «Padre ha dato al suo diletto Figlio Gesù Cristo e che egli ha trasmesso ai santi Apostoli che nelle diverse parti della terra hanno fondato la Chiesa come santuario di Dio a gloria e lode perenne del suo nome». Dono capace di trasformarci interiormente e di configurarci a Cristo con forza e responsabilità nuova per guidare e pascere la Chiesa del Signore, nel suo nome, con la sua potenza d’amore, con il suo braccio santo, compiendo la missione del sommo sacerdozio.

Questo radicarsi in te, in noi vescovi, dello Spirito Santo è preludio e condizione indispensabile perché anche noi ci radichiamo a nuovo titolo nel Signore e, nello stesso tempo, in mezzo al popolo al quale il Signore ci invia tramite la volontà del Papa. Si tratta di un doppio e contemporaneo radicamento. Non potremmo radicarci in mezzo alla nostra gente senza affondare sempre di più le nostre radici nel mistero stesso di Dio. Un vescovo che non fa sempre più suoi i pensieri di Dio; che non cerca con tutte le sue forze di amare con il cuore stesso di Cristo; che non legge gli avvenimenti della storia e della Chiesa che gli viene affidata alla luce della Parola del Signore; che non discerne e non decide le scelte pastorali secondo il Vangelo ascoltato insieme al suo popolo, rischia facilmente di chiudersi in se stesso e di adattarsi alla logica del mondo piuttosto che corrispondere alla logica dello Spirito Santo.

Senti dunque rivolte a te stesso le parole del Siracide: «Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti». Cioè: penetra con tutto il tuo essere in Cristo Signore; entra sempre più intimamente nella sua vita e nella sua donazione d’amore; lasciati trasportare dalla sua fedeltà che non abbandona mai, ma che sempre, soprattutto nelle difficoltà, ci abbraccia con la sua amicizia e ci sostiene con la sua forza. E insieme: «Ascolta, guarda, porgi l’orecchio: dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre«(Sal 45,11); fissa la tua tenda in mezzo al popolo che ti viene affidato, prendi eredità nella famiglia della quale diventi padre; affonda le tue radici tra coloro che Dio ha scelto, amato, resi figli suoi e sua Chiesa e che ora ti vengono affidati come tuoi dal Signore stesso che ti chiede di pascerli, guidarli, sostenerli, santificarli con la grazia dei sacramenti, «officiando davanti a lui nella tenda santa».

Ciò che ci viene chiesto nella ordinazione episcopale, è davvero una conversione a tutto tondo. Non si tratta di aggiungere un di più a ciò che già facevamo prima; non è solo un cercare di essere più santi, più dediti al servizio del popolo di Dio: è un identificarsi con il Signore Gesù del quale siamo e dobbiamo diventare sempre più segni credibili, prendendoci come Lui, sulle nostre spalle, la pecora smarrita, senza dimenticare che c’è tutto intero un gregge da pascere e che la tipologia delle pecore che ci sono affidate è la più ampia che si possa pensare, la più variegata che possiamo immaginare e che ogni pecora, nessuna esclusa, ha bisogno della nostra attenzione e della nostra cura, del nostro rispetto e del nostro amore, anche quando, sia per cultura che per sensibilità, la nostra propensione sarebbe indirizzata verso specifiche categorie di persone. Scriveva l’apostolo Pietro agli «anziani, quale anziano come loro»: «pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1Pt 5,2-3).

Carissimo don Roberto, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura tratta dagli Atti degli Apostoli, posso testimoniare di te che «non ti sei mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare e di istruire, in pubblico e nelle case, testimoniando a Giudei e a Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù Cristo». Il Vescovo è l’apostolo che custodisce e annuncia«il deposito della fede, secondo la tradizione conservata sempre e dovunque nella Chiesa fin dai tempi degli Apostoli»; un «deposito da custodire puro e integro»; un tesoro da condividere con tutti perché tutti possano essere raggiunti dalla forza del Vangelo «che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da Dio sono santificati».

Credo che sia esperienza condivisa da tutti noi vescovi qui presenti che nell’esercizio del nostro ministero, più passa il tempo, più ci si accorge che ciò che arriva davvero nella profondità del cuore e della mente di chi ci ascolta, non sono tanto le nostre parole umane, frutto di cultura e di intelligenza, bensì la Parola di Dio che ciascuno ha assimilato e fatta propria attraverso la meditazione e la preghiera. Le nostre parole, sia pur belle e apprezzabili, non hanno e non avranno mai la forza e l’efficacia della Parola di Dio che sempre realizza e opera ciò che annuncia. Una Parola della quale siamo prima di tutto ascoltatori e discepoli per poterne essere servitori fedeli e sapienti per favorirne il cammino, anzi, la corsa, tra credenti e non credenti, tra fedeli da rendere sempre più saldi nella fede, e lontani che spesso attendono solo che qualcuno offra loro una mano e si faccia loro accompagnatore nel cammino della vita come Gesù con i due discepoli di Emmaus.

Il tuo ministero sacerdotale si è sempre nutrito della Parola che tu hai approfondito nello studio e spiegato quale docente nei nostri Istituti teologici: «affida te stesso a Dio e alla parola della sua grazia» per essere nella Chiesa di Pescia voce limpida, convinta, autorevole e capace di seminare la Parola del Signore, nel cuore dei tuoi fedeli, nella vita delle comunità cristiane, nei più diversi ambiti della società, nelle pieghe più nascoste della vita di chi soffre, di chi non crede, di chi cerca senso e significato per la propria esistenza, ed ha bisogno di chi, con amore, con paziente perseveranza e con piena fiducia nella potenza di Dio, proclama la gioia trasformante ed illuminante del messaggio evangelico.

«Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato», ci ha detto l’evangelista Giovanni. In Cristo Gesù, che ti ha chiamato ad essere sacerdote e vescovo, tu hai incontrato e veduto il volto del Dio invisibile. Hai imparato a riconoscerlo attraverso la Parola che salva; lo hai incontrato e veduto celebrandone il memoriale della morte e risurrezione nell’Eucaristia; lo hai incontrato e veduto nella prossimità quotidiana con i poveri e i sofferenti; lo hai incontrato e veduto nel volto amato della tua Chiesa pisana e nel volto delle comunità cristiane che hai guidato nel tuo ministero di parroco; lo hai accompagnato nel discernimento vocazionale dei giovani che hai guidato verso il sacerdozio nel nostro seminario; lo hai incontrato e riconosciuto nelle tante persone che pur ai margini della vita ecclesiale tu hai ascoltato e a cui hai dato amicizia lungo il cammino della vita soprattutto nei momenti del dolore, dello smarrimento e della solitudine. Oggi lo incontri, lo vedi e lo riconosci con amore rinnovato e in spirito di obbedienza nel volto dell’Una, Santa Chiesa Cattolica che nella persona di Papa Francesco ti affida una eletta porzione del popolo di Dio che è la Chiesa di Pescia.

In questa tua nuova stagione di vita, caro don Roberto, in modo tutto speciale, anche tu sei chiamato a rivelare sul tuo volto, il volto di Cristo, perché attraverso Lui, ogni persona, ogni comunità, ogni ambiente possa incontrare il volto misericordioso del Padre.

Ti viene affidata la Chiesa di Pescia: sarà la tua Chiesa, la Sposa dell’unico Sposo, Cristo, che tu sei chiamato a «custodire nella fedeltà, nell’integrità della fede e nella purezza della vita». Amala, come hai amato la Chiesa che ti ha generato alla fede e al sacerdozio e servila con la stessa intensità di generosità con cui hai servito la nostra Chiesa pisana. Sono sicuro che come non ti è mancata la stima, l’affetto e la riconoscenza di tutti noi, Chiesa che è in Pisa, così non ti mancherà l’accoglienza, l’obbedienza, l’affetto e un abbraccio caldo e sincero della Chiesa che è in Pescia e che da ora in poi sarà la tua Chiesa, con il volto della Sposa bella che cerca nel tuo volto il segno, il riflesso e ancora di più l’immagine gioiosa del Cristo suo Sposo, al quale potersi donare con pienezza d’amore.

Maria, Regina degli Apostoli, ti accompagni e ti guidi maternamente e abbracciandoti ti faccia sentire la presenza consolante di chi ti ha voluto bene, ed ora, nel regno di Dio, gioisce con noi e per te prega e invoca pienezza di grazie e di benedizione.  Amen.

Pisa, ordinazione di mons. Filippini: l'omelia dell'Arcivescovo
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