Prato
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Con i missionari in Ecuador contro la povertà materiale e spirituale

Anche quest’anno, in diocesi, si celebra la «Giornata per la missione diocesana in Ecuador». In tutte le chiese, domenica 8 febbraio, durante le messe, vengono infatti raccolte offerte destinate a sostenere l’opera benefica di evangelizzazione e di promozione umana in Ecuador.

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Un povero quartiere di Quito capitale dell'Ecuador

Anche quest’anno, in diocesi, si celebra la «Giornata per la missione diocesana in Ecuador». In tutte le chiese, domenica 8 febbraio, durante le messe, vengono infatti raccolte offerte destinate a sostenere l’opera benefica di evangelizzazione e di promozione umana in Ecuador.
Con il sinodo della seconda metà degli anni ’80, la diocesi di Prato si impegnò a garantire una presenza missionaria in Ecuador. Là si trovano tre sacerdoti «fidei donum», don Bruno Strazieri (71 anni), don Luca (63 anni) e don Giovanni Finocchi (56 anni), due missionarie laiche pratesi, Marina Blotto e Maura Sabbatini, e le Suore Domenicane di Iolo. Quella della missione è, per molti, una realtà quasi incomprensibile. «Il terzo mondo - ricorda don Giovanni - si capisce solo con gli occhi del cuore, non da turista!». In quelle zone, infatti, «non c’è solo povertà materiale, - precisa - ma anche spirituale: una tira l’altra. Per questo il nostro impegno consiste nel lavorare sull’uomo, attraverso l’evangelizzazione e la formazione, per dar vita ad una nuova antropologia».
Don Bruno dal 3 gennaio del 1982 opera in Ecuador, nel Vicariato Apostolico di Esmeraldas, ed è parroco di Quinindè. Il territorio di sua competenza si estende per 3.300 km quadrati, abitati da circa 150.000 persone. Il sacerdote, che ammette di cominciare a sentire il peso degli anni, ha due collaboratori: padre Cristobal, un indio Palta di 75 anni, e padre Carlos, un giovane indio Chachi. Recentemente le difficoltà economiche della missione sono aumentate ed il Vescovo locale minaccia di affidare tutto al Governo. Ciò nonostante, alcuni progetti sono in ponte: il rimboschimento di 80 ettari per ristabilire l’equilibrio climatico alla valle dove vivono gli indios Chachi (previsione di spesa di 25.000 dollari); la costruzione di un’aula per la catechesi parrocchiale, con un costo di 20mila dollari; la costruzione di alcune case per famiglie povere. L’anno scorso, in bambù (costo 1000 euro ciascuna) ne sono state realizzate una ventina.
Don Luca e don Giovanni, dopo 14 anni ad Atacames, dall’aprile 2006 prestano servizio nella diocesi di Babahoyo para los Rios, a Montalvo, presso la parrocchia di S. Antonio da Padova, che conta 24.000 abitanti. La popolazione, distribuita in 43 piccoli centri, vive in situazione di povertà. L’impegno dei due sacerdoti è volto prevalentemente alle attività pastorali. Il territorio è molto vasto, ma i missionari possono contare sulla collaborazione di alcune piccole comunità cristiane costituite dal Vescovo precedente. Inoltre è attiva la Caritas ed esiste un buon coordinamento dei gruppi locali con la parrocchia. L’altro grande servizio dei missionari pratesi a Montalvo è quello nella Casa dei ritiri. Gestita da Marina e Maura, la Casa ospita gruppi della diocesi, ma anche da fuori, che, quasi tutte le settimane, vi svolgono corsi di formazione o ritiri. Le due missionarie si occupano dell’amministrazione e dell’accoglienza e curano la parte spirituale dei gruppi della parrocchia di Montalvo. Con loro collaborano alcuni giovani, con i quali viene organizzato un oratorio nei tre giorni alla settimana in cui non c’è catechismo: i bambini fanno i compiti e poi giocano.
Le Suore Domenicane di Iolo continuano il proprio lavoro ad Atacames con il «Nido de paz» che accoglie bambini della scuola materna e del doposcuola elementare. Inoltre accolgono ragazze delle scuole superiori provenienti dalle zone interne. Svolgono catechesi nelle scuole e visitano le periferie dedicandosi alla formazione delle «guide» ed alla catechesi.
«Vi ringraziamo dell’affetto che ci dimostrate - dicono i missionari ai pratesi - e vi chiediamo di sostenerci anche con la preghiera, che ci unisce nonostante le distanze. Grazie!».

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