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De Rita: «Prato, basta egoismi»

«Il futuro non è nell’imprenditorialità singola, ci vogliono progetti collettivi e il pratese non ha mai avuto coraggio in questo». Il sociologo Giuseppe De Rita conosce molto bene Prato e può permettersi una battuta del genere. Lo storico presidente del Censis è uno degli intellettuali che ha risposto all’appello del vescovo Agostinelli inviando un contributo di riflessione al «Forum di idee per Prato».

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Giuseppe De Rita

«Il futuro non è nell’imprenditorialità singola, ci vogliono progetti collettivi e il pratese non ha mai avuto coraggio in questo». Il sociologo Giuseppe De Rita conosce molto bene Prato e può permettersi una battuta del genere. Lo storico presidente del Censis è uno degli intellettuali che ha risposto all’appello del vescovo Agostinelli inviando un contributo di riflessione al «Forum di idee per Prato». Alla fine degli anni Sessanta l’Unione industriale pratese chiese a De Rita di fare una ricerca per capire la realtà di un distretto che in quegli anni voleva prendere per la prima volta coscienza di sé. Oggi torniamo a parlare con lui della città e del distretto alla vigilia dell’incontro dibattito con Antonella Mansi che si terrà giovedì 6 novembre al Pin.
Lei ha sempre detto che è stato grazie a Prato se ha avuto la cognizione dei fenomeni sociale ed economici che hanno fatto la fortuna del Censis, in che senso?
«Se abbiamo un po’ di fama è perché Prato ci ha fatto scoprire il concetto di economia sommersa, qui abbiamo scoperto che una rete di lavori sottotraccia, come quello dell’autista che terminato l’orario di lavoro prendeva il furgone e andava a Livorno a prendere gli stracci, oppure quello della famiglia che lavorava 24 ore su 24 al telaio. Tutti avevano un primo e un secondo lavoro, ed era sommerso».
Dunque il distretto parallelo cinese, dove esistono imprese fantasma che producono a nero non poteva che nascere a Prato.
«Beh (ride N.d.R.), sicuramente. Però c’è un altro elemento fondamentale, oltre a quello di aver iniziato l’economia sommersa, quello della grande battaglia per affermare il distretto economico che a quel tempo chiamavamo col termine "localismo"».
Lei ha definito gli anni Sessanta come l’adolescenza dell’imprenditoria pratese, oggi che tempi stiamo vivendo?
«La tentazione mi porterebbe a dire gli anni del declino e della cronicizzazione dei problemi. Ma devo ammettere che Prato era ed è sempre vitale. A mio avviso il vero problema è stato quando il distretto ha avuto coscienza della propria forza, ha deciso di puntare sul primato del terziario e molti imprenditori hanno abbandonato la dimensione manifatturiera. È stato un passaggio di classe, da città operaia a città di operatori terziari».
Spontaneismo industriale o impegno collettivo? Su cosa devono puntare i pratesi per rilanciarsi?
«Lo spontaneismo è stata la storia di Prato, ma oggi c’è un dovere di impegno collettivo, di investimenti collettivi non si può restare nell’impresa, specialmente se piccola».
Il localismo settoriale in un mondo globalizzato è ancora efficace?
«In passato ho sempre detto che i localismi con più futuro erano quelli plurisettoriali e non quelli monosettoriali come Valenza Po, Carpi e, appunto, Prato. Ma la storia di questi quarant’anni ci ha dato torto, nel senso che il localismo è diventato sempre più monosettoriale. Quando ha venti, trenta, se non quaranta anni di grande sviluppo, diventi una piccola multinazionale sul territorio, hai un distretto fatto tutto di lavoratori di quel settore. Certo è che occorre aggiornarsi, altrimenti si rimane indietro».
Prato però sta cercando di andare oltre il tessile.
«Lo so, avete la tentazione di diventare plurisettoriali e penso che sia anche colpa dei cinesi».
Per far ripartire l’economia ci vogliono idee o soldi?
«Ci vogliono le idee, i soldi ci sono. Tutti piangono che non c’è una lira, ma i dati nazionali ci dicono che aumentano i depositi bancari in modo molto consistente, aumentano le polizze vita, aumenta la tendenza a comprare Bot e poi ci sono economie in nero che producono risparmio cash. La nostra è una società che ha soldi e anche a Prato la situazione è questa. Se uno ha le idee ha tutto. In questo sono renziano».
Allora torniamo a ripeterlo, non si vince da soli. In questo giocano un ruolo fondamentale le associazioni di categoria, chi può federare?
«L’età d’oro di Prato non è stata fatta da questa o quella categoria, ma da una alleanza tra associazioni industriali, il Comune e la banca. È su questi tre poteri: industriale, pubblico e bancario che si è fatta la grande stagione di Prato. Se il Comune non è più la granitica certezza di prima, se la banca non è più fatta da pratesi, ma si decide a Vicenza, è evidente che non funziona. Prato ha fatto la sua storia su alleanze e oggi questi soggetti non mi sembrano grandi alleati».

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