Prato
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Dieci anni fa il saluto a monsignor Pietro Fiordelli

Una «mossa» da perfetto regista. Perché Fiordelli un grande regista lo era sempre stato. Morire l’antivigilia di Natale e ricevere l’addio della sua «amatissima Chiesa» (quante volte glielo abbiamo sentito dire) la sera del patrono Santo Stefano nonché conclusione ufficiale del doppio Giubileo della Diocesi pratese sembrò, dieci anni fa, come sembra adesso, davvero «fatto apposta».

Parole chiave: Pietro Fiordelli (2), vescovo (16), anniversario (3), morte (8)
Monsignor Pietro Fiordelli

Una «mossa» da perfetto regista. Perché Fiordelli un grande regista lo era sempre stato. Morire l’antivigilia di Natale e ricevere l’addio della sua «amatissima Chiesa» (quante volte glielo abbiamo sentito dire) la sera del patrono Santo Stefano nonché conclusione ufficiale del doppio Giubileo della Diocesi pratese sembrò, dieci anni fa, come sembra adesso, davvero «fatto apposta».
In tanti lo pensarono in quei giorni e il suo successore, mons. Gastone Simoni, lo sottolineò felicemente nella magistrale omelia funebre: «Con la sua morte e con questa celebrazione del suo Natale in cielo e della sua Pasqua, mons. Fiordelli suggella sia il 50° di Prato Diocesi autonoma, sia il 350° dell’istituzione della Diocesi, allora unita a Pistoia, e dell’elevazione di questa Terra pratese a Città», «una coincidenza, si direbbe, – proseguiva Simoni - quasi organizzata da lui, grande organizzatore, e nella quale, comunque, è lecito vedere la mano di Dio e un dono divino al Vescovo Pietro e a noi».
Fiordelli era malato da tempo. Un tumore alla prostata, poi diffusosi in altri organi, stava da tempo minando la sua salute. Ma chiunque lo avvicinava e gli domandava come stesse, percepiva immediatamente il suo sincero abbandono alla volontà di Dio.
Il 22 settembre 2004, in anticipo di qualche giorno sulla data anniversaria del 17 ottobre, la Diocesi festeggiò il cinquantesimo anniversario dell’arrivo del primo Vescovo residenziale. Vennero a Prato tanti vescovi della Toscana, ma mancò proprio il festeggiato: Fiordelli era stato da pochi giorni dimesso dall’ospedale, dove si trovava dalla fine di agosto in seguito ad uno scompenso cardiaco. Alla messa, con grande rincrescimento da parte di tutti, non partecipò e allora lui registrò un saluto che venne fatto ascoltare all’inizio della solenne concelebrazione. La voce era tremante, la sofferenza percepibile, ma intatto il suo amore per Prato e la sua Chiesa.
Poi, il 12 dicembre, un altro saluto registrato, quello alle famiglie pratesi in pellegrinaggio al Sacro Cingolo. Fu mons. Lorenzo Lenzi, allora responsabile della pastorale familiare, ad insistere perché il Vescovo emerito potesse essere presente, in qualche modo, con le sue amate famiglie. La voce era ancora più tremante, quasi non si comprendeva. Qualcuno ebbe il presentimento: saranno le sue ultime parole pubbliche. E così fu. Anche questo un segno: il più estremo intervento, l’ultimo di decine di migliaia pronunciati in decenni di ministero sacerdotale ed episcopale, rivolto alle espressioni viventi della “Chiesa domestica”, secondo quell’espressione del Vaticano II che lui aveva contribuito mirabilmente a definire.
Nell’Avvento la salute stava precipitando. Tanto che nei giorni precedenti al Natale la morte era sempre, purtroppo, più attesa. Arrivò il 23 dicembre, al mattino. Seimila persone salirono le scale di palazzo vescovile per tributargli l’ultimo saluto.
Fu, per tutti, il Natale di mons. Fiordelli.

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