Prato
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Il Vescovo: Prato ha bisogno di Pasqua

«Abbiamo bisogno della Pasqua, come cristiani ma anche come cittadini, abbiamo bisogno di "vita nuova"». Il vescovo Agostinelli non intende solo porgere i propri auguri ai pratesi in occasione della domenica di Risurrezione, ma esprime un auspicio, partendo dai significati propri del tempo liturgico che stiamo per vivere: «Il cristianesimo è una vena di ottimismo che si fonda non su un sentimento, ma sulla certezza che Cristo è con noi, che è risorto e si è compromesso per l’uomo».

Percorsi: Franco Agostinelli
Parole chiave: pasqua (86), intervista (5), vescovo (16), prato (345)
Il Vescovo Franco Agostinelli

«Abbiamo bisogno della Pasqua, come cristiani ma anche come cittadini, abbiamo bisogno di "vita nuova"». Il vescovo Agostinelli non intende solo porgere i propri auguri ai pratesi in occasione della domenica di Risurrezione, ma esprime un auspicio, partendo dai significati propri del tempo liturgico che stiamo per vivere: «Il cristianesimo è una vena di ottimismo che si fonda non su un sentimento, ma sulla certezza che Cristo è con noi, che è risorto e si è compromesso per l’uomo».

Eccellenza, cosa può dire la Pasqua a Prato?
«La Pasqua è un messaggio per tutti. La Pasqua vuol dire anche scatto, risorgere, cammino verso la libertà. E anche Prato ha bisogno di tutto questo: di resurrezione e rinnovamento, da un punto di vista umano, psicologico, morale ed economico. Sappiamo bene quali sono i momenti che sta attraversando il nostro tempo, la nostra città in particolare e di tutto questo penso che la Pasqua possa essere un riferimento importante. Soprattutto per non farci prendere dallo scoramento, dalla rassegnazione e dalla tentazione di fermarci, dicendo che tanto c’è poco da fare. Dobbiamo riprendere il cammino con questa buona volontà. Prato, come le città di questo mondo ha bisogno della Pasqua».
Secondo lei, in cosa deve risorgere Prato?
«Prima di tutto nella consapevolezza della propria storia e del proprio genio che ha accompagnato la società pratese fin dagli inizi. Io non credo che Prato oggi incontri difficoltà che nel passato non si sono mai registrate. Basta ascoltare i nostri vecchi che ricordano tempi di miseria e fatica. Oggi c’è bisogno di ridare spazio alle proprie capacità, alla voglia di lavorare. Ma per far questo occorre un riscatto di carattere morale. Perché se non c’è questo, se non c’è questo restaurarsi nell’animo, nel cuore, questo ritrovare valori che fondano veramente il vivere il presente e il futuro, non c’è più speranza. Siamo legati solamente ad una immanenza che umilia e non dà adito a pertugi verso il futuro. Sempre i nostri vecchi, nonostante difficoltà, avevano questa fondazione di valore che non permetteva loro di disperarsi e gridare a chissà che cosa, ma li impegnava a fare la propria parte ogni giorno».
Abbiamo parlato di Risurrezione, facciamo un passo indietro e torniamo alla Passione, su quale dei tanti significati, che questo «mistero» porta con sé, ci invita a riflettere?
«La Passione ci indica una decisione da parte del Signore che è quella di essere ubbidienti alla volontà del Padre. Questo ci insegna che una disponibilità piena vuol dire fiducia, come quella di Gesù nel Padre. Fiducia che il Signore è il Signore della nostra vita, è il vincitore della morte, non solo quella che ci strappa al vivere quotidiano ma quella che siamo costretti a vivere giorno per giorno. Se uno ha fiducia può "buttarsi senza rete" e mettersi nelle mani del Padre, perché attraverso una strada impegnativa come quella della croce possiamo giungere al riscatto, alla redenzione finale che è la resurrezione del Signore».
Quali strumenti ha la Chiesa per aiutare le persone a superare i propri dolori?
«La Chiesa è vicino a chi soffre prima di tutto spendendo la propria attenzione con coloro che hanno meno degli altri. Ogni giorno nelle nostre parrocchie ci sono persone che bussano, che chiedono, in tutte senza nessuna eccezione. Vengono da noi perché forse altrove non hanno quell’accoglienza, quell’ascolto che meritano. Noi dobbiamo essere accoglienti verso costoro, dobbiamo fare la nostra parte per quanto ci compete sapendo che non potremmo risolvere i problemi sociali del mondo, ma che possiamo dare il nostro piccolo aiuto. Poi dobbiamo dare parola di speranza a coloro che la speranza non ce l’hanno più. Dobbiamo colmare i vuoti di solitudine che talvolta uccidono più della indigenza di carattere materiale. La Chiesa è chiamata a dare voce a chi non può essere ascoltato».
Per il cristiano quelli che ci apprestiamo a vivere sono i giorni più importanti dell’anno. Con quale predisposizione d’animo vanno vissuti?
«Per noi credenti cristiani, l’invito è naturalmente a partecipare ai vari appuntamenti che la Settimana Santa ci offre, vale a dire farsi condurre dal cammino di questa settimana diversa. Prima di tutto è necessario lasciarsi coinvolgere, non solo dal punto di vista emotivo, ma lasciarsi coinvolgere veramente a livello di un ripensamento e di una adesione di vita. Che la Pasqua ci incontri nella vita e non solo nella tradizione. Per tutti gli altri, per quelli che non condividono la fede, vivere la Pasqua vuol dire recuperare i valori veri che devono accompagnarci lungo il cammino della vita. Questi valori siano riscoperti, riattualizzati e quale occasione migliore della Pasqua perché questo possa avvenire».
Tutte le parrocchie sono chiamate a rinnovare i riti e i gesti della tradizione. Come riuscire a vivere con consapevolezza le celebrazioni senza essere ripetitivi?
«La Pasqua non è mai ripetitiva! Ci trova sempre nuovi nelle attenzioni, nel desiderio, nella voglia di poter in qualche maniera rimettersi in gioco. Non c’è parrocchia che possa fare gesti ripetitivi. Ogni parrocchia deve accompagnare i suoi fedeli in questo cammino, anche usufruendo dei mezzi tradizionali, i mezzi che la nostra storia ci pone davanti. Durante la Quaresima c’è la visita alle famiglie in occasione della benedizione. È una occasione e una opportunità molto importante. È vero, c’è più difficoltà, non sempre si riescono a trovare le persone nelle case, però è vero che il gesto del sacerdote che passa e bussa di porta in porta ha un significato molto importante. Poi ci sono le espressioni della pietà popolare come la Via Crucis, che fa parte della tradizione antica e dove viene fatta, e mi auguro che venga fatta in tutte le parrocchie senza nessuna esclusione, questa vuol dire attenzione verso tante persone che nella Via Crucis trovano quella devozione che aiuta loro a prepararsi al cammino pasquale. E poi non dimentichiamo l’Eucarestia quotidiana, fons e culmens della vita cristiana».
Questi giorni sono chiamati anche vacanze pasquali, come si può coniugare il riposo con gli eventi della nostra liturgia?
«Abbiamo bisogno della Pasqua, come cristiani ma anche come cittadini, abbiamo bisogno di "vita nuova". Parlare di vacanze non è disdicevole, la gente ha bisogno di riposo ed è tradizione che per Pasqua ci siano anche giorni di vacanza. Mi auguro che tutti abbiamo la possibilità di far vacanza e di viverla non come una evasione o una estraneità, ma per rinsaldare quei vincoli necessari di amore, di amicizia e di solidarietà che devono legare le persone fra di loro, prima all’interno della famiglia, poi nei confronti degli altri. Il periodo pasquale può essere momento per dare alla convivenza una caratura profondamente umana e cristiana».

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