Prato
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La vera storia di «Godenzio»

La vera storia di «Godenzio». I Frati di via Donizetti da anni aiutano il senzatetto: «Non deridetelo su Facebook, ma aiutatelo». Fra’ Francesco spiega: «Ha un nome, si chiama Hu Li Xia e chi lo deride su Facebook farebbe meglio ad aiutarlo portandogli un paio di pantaloni».

Parole chiave: godenzio (1), povertà (68), facebook (9), frati (7)
Godenzio passeggia in città

«Si chiama Hu Li Xia, questo è il suo nome ed è una persona che ha bisogno di aiuto e non di essere deriso». Fra’ Francesco Brasa ha appena scoperto che esiste una pagina Facebook intitolata «Avvistamenti Godenzio», dedicata al senzatetto cinese che da anni gira sporco e vestito di stracci per le strade di Prato. Nell’ultimo mese la «popolarità» di Hu, conosciuto come «Godenzio» oppure come «Il vietnamita», è cresciuta moltissimo. A fine aprile l’uomo è stato immortalato mentre, accovacciato, fa un bisogno nelle aiuole davanti alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze. L’immagine, diffusa via web, fece scalpore, provocando una lunga discussione sul degrado delle strade fiorentine. «Hu Li Xia è malato di mente», racconta fra’ Francesco che da anni dedica il suo servizio pastorale a Chinatown, «non fa male a nessuno ma è incapace di intendere e di volere, non si rende conto di quello che fa». Anche questo ultimo gesto ha scatenato le ilarità del popolo della rete e la pagina Facebook degli «avvistamenti» si è arricchita di nuove immagini, fotomontaggi con la sua faccia e commenti, più o meno cattivi. C’è anche una specie di gioco con Godenzio, sono molti infatti coloro che incontrandolo per strada si scattano una foto insieme a lui e poi la «postano» sui social network. «Invece di farsi un "selfie" potrebbero dargli un paio di mutande o di pantaloni puliti - dice ancora il frate - lui vive per la strada in condizioni terribili, non è in grado chiedere aiuto a nessuno, mangia quello che trova rovistando nella spazzatura, dovrebbe essere compatito». Sulla storia di Hu circolano molte storie, anche all’interno della stessa comunità cinese. L’uomo parla solo il dialetto della sua terra d’origine, quindi non è compreso nemmeno da tutti gli orientali che ci sono a Prato. La prima persona ad occuparsi di lui è stata suor Helen, oggi ad Hong Kong, una religiosa cinese che per anni ha seguito i suoi connazionali nella zona di Firenze e alla Caritas di Prato. «Secondo lei Hu è arrivato venti anni fa in Italia, a San Donnino nel Comune di Campi Bisenzio con la prima ondata migratoria dalla Cina - dice Li Yan, mediatrice culturale cinese alla Caritas diocesana - ha vissuto qui con i genitori e la moglie, ora ha 37 anni e all’inizio non presentava disturbi mentali. Poi si è ammalato gravemente ed è stato abbandonato, si dice che abbia perso molti soldi al tavolo da gioco e per questo sia stato mandato via di casa». Certo è che nessuno si cura di lui, nemmeno i suoi connazionali lo aiutano, se non dandogli ogni tanto qualche avanzo. Fra’ Simone Frosali, che attualmente si trova a Roma ed è uno dei fondatori della comunità dei frati di via Donizetti, per anni, almeno una volta al mese, insieme a Li Yan si prendeva cura di Hu, lo portava a farsi la doccia alla La Pira in via del Carmine, e gli donava della biancheria pulita. «Non è stato facile - ricorda fra’ Simone - prima abbiamo dovuto conquistarci la sua fiducia, Hu è un tipo che non si lascia né aiutare né avvicinare. Per riuscire a fargli fare la doccia abbiamo dovuto regalargli delle sigarette!». «A suo modo è riconoscente - aggiunge fra’ Francesco sorridendo - una volta mi vide per strada, andò ad un cassonetto, prese tre teste di calamaro e me le donò. Io lo ringraziai e lui fu molto felice».

Ma la storia di Hu purtroppo non è fatta solo di indifferenza o derisione, ma anche di violenza. Tre anni fa, fu vittima di un pestaggio da parte di ignoti. «Era sparito, non lo vedevamo da giorni, così ci insospettimmo - dice fra’ Simone - lo ritrovammo ferito e riuscimmo a portarlo al pronto soccorso e anche in Questura ma ovviamente non fu utile per nessuna indagine».
A proposito di quell’episodio fra’ Simone scrisse una testimonianza che terminava con una domanda, che ci interroga ancora oggi: «Noi, i forti, che sappiamo ribadire i diritti e difendere i nostri interessi, che abbiamo lingua e cultura per spiegarci, abbiamo intelligenza e fede per riconoscere la dignità eccelsa di un uomo, di un figlio di questa umanità e figlio di Dio, benché debole, sporco e fuori di senno?».

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