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«Le nostre famiglie si sentono sole, riportiamole al centro»

A un anno dall’inizio del suo incarico alla guida dell’Ufficio di Pastorale familiare incontriamo don Helmut Szeliga, che la scorsa estate è diventato anche responsabile di Villa del Palco. Nei giorni scorsi la Cei ha presentato l’Instrumentum laboris, il documento in preparazione al prossimo Sinodo dei vescovi dedicato ai temi della famiglia. Un testo che è stato scritto grazie al contributo delle Chiese locali, che si sono confrontate sulla vita coniugale al giorno d’oggi.

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Helmut Szeliga

A un anno dall’inizio del suo incarico alla guida dell’Ufficio di Pastorale familiare incontriamo don Helmut Szeliga, che la scorsa estate è diventato anche responsabile di Villa del Palco. Nei giorni scorsi la Cei ha presentato l’Instrumentum laboris, il documento in preparazione al prossimo Sinodo dei vescovi dedicato ai temi della famiglia. Un testo che è stato scritto grazie al contributo delle Chiese locali, che si sono confrontate sulla vita coniugale al giorno d’oggi.
Anche la nostra Diocesi ha inviato le sue impressioni?
«Sì, devo dire che la richiesta ci è arrivata proprio nel momento di passaggio dell’incarico alla direzione dell’Ufficio, però siamo riusciti a confrontarci all’interno dell’equipe di Pastorale familiare inviando le nostre riflessioni».
Quali sfide pastorali attende la Chiesa?
«La struttura dell’Instrumentum laboris ci aiuta a capirle. Si comincia con il disegno di Dio sulla famiglia e questo è indicativo, la vera sfida consiste nel far vedere che la nostra proposta antropologica, l’unione dell’uomo e della donna, non è qualcosa che va fuori da ciò che aiuta realmente alla realizzazione della persona. È la via della completezza della persona umana. Non solo, il matrimonio non è questione di una scelta umana, ma fa parte di un progetto più grande e questo deve valere per i credenti e per i non credenti».
Non sono concetti che fanno già parte della Chiesa?
«È una riproposizione e vale soprattutto per noi della Chiesa. Quando le basi vengono fortemente messe in dubbio e sono scosse da altri progetti di unione, si vuole dare a tutti la possibilità di riflettere su cosa è l’uomo e perché è così importante questa unione nel progetto matrimoniale della famiglia. La Chiesa insiste su questo, perché nell’unione c’è qualcosa di più grande, c’è un progetto sull’umanità che noi credenti abbiniamo all’eterno pensiero di Dio e per un non credente è abbinato alla natura umana».
Il documento evidenzia l’importanza del cammino che porta al sacramento del matrimonio. I corsi per fidanzati sono ancora necessari?
«Nel documento si dice che la preparazione al matrimonio è sempre più necessaria ed è compito dei pastori. Il nostro Ufficio vuole andare proprio in questa direzione, vogliamo raccogliere questa sfida e coinvolgere nel cammino verso il matrimonio le parrocchie e le zone pastorali. Questo percorso non può essere relegato ai rappresentanti della diocesi, all’Ufficio o al Palazzo. Il corso è soprattutto un cammino di fede, la maturazione della personale adesione a Cristo, per edificare la famiglia su solide basi. Per questo motivo penso che i sei incontri che proponiamo siano pochi; in prospettiva sogno un corso della durata di un anno, come avviene in alcune parrocchie».
Tra i partecipanti ai corsi per fidanzati ci sono molte coppie conviventi?
«Sono la stragrande maggioranza, direi il 90%, spesso sono con figli. Anche per loro il cammino è lo stesso, non ci sono percorsi diversificati. Il nostro compito è quello di aiutare la coppia a pensare al proprio rapporto e devo dire che, se hanno deciso di sposarsi, significa che il loro cammino è positivo e stanno pensando di consolidarlo. Con il corso li aiutiamo ad entrare in un’ottica diversa, che forse prima non pensavano: quella della fede. Noi cerchiamo di insegnare loro ad assumere la logica del Vangelo che è diversa da quella del mondo, è la logica della croce e della Pasqua, della gratuità del dono, del perdonare 70 volte sette».
Perché tutte queste convivenze? È un no pregiudiziale al matrimonio oppure la risposta alla vita precaria di oggi con la conseguente volontà di non prendere decisioni impegnative?
«Penso che siano un po’ tutti questi aspetti. Principalmente molte coppie ritengono che il matrimonio non aggiunga nulla alla propria decisione di stare insieme. Io non sminuirei il fenomeno dicendo che la scelta deriva dalla poca maturità o dalla mancanza di un progetto di vita. Il fatto è che molti, anche tra i credenti, non hanno alle spalle un vero cammino di fede. Il matrimonio è importante non tanto perché va a sanare una situazione non regolare, quanto perché grazie al sacramento Dio dà la forza a questa unione di vivere ancora meglio di quanto una coppia possa sognare».
Prima da parroco e oggi da responsabile della Pastorale familiare si trova ad incontrare molte coppie. Qual è lo stato di salute della famiglia pratese?
«Trovo che le famiglie siano molto sole nel loro cammino. Per questo motivo spesso sono incapaci di vivere il percorso matrimoniale in modo sereno e felice. I problemi che mi presentano sono noti: l’educazione dei figli, l’insicurezza di trovare un posto di lavoro, il clima di provvisorietà che si sta vivendo nella società, il poco sostegno delle istituzioni verso le famiglie. Se si è lasciati soli questi pesi diventano schiaccianti. Ritengo fondamentali i gruppi e le associazioni dove le famiglie possano incontrarsi e condividere gioie e fatiche. Luoghi di incontro non solo per i coniugi ma anche per i figli».
Quali consigli pastorali dà alle nostre parrocchie?
«Le parrocchie dovrebbero mettere realmente la famiglia al centro dell’attività pastorale. Nella famiglia c’è tutto, ci sono i giovani, gli anziani e appunto i coniugi. Mi piacerebbe che la gestione della comunità fosse portata avanti dal parroco insieme alle famiglie, sarebbe un bel cambiamento in una società dove domina la cultura dell’individualismo».
Un tema molto sentito, perché sempre più diffuso, è quello dei divorziati risposati e della loro presenza all’interno della Chiesa. Come rapportarsi con queste situazioni?
«Accompagnamento e sostegno, queste sono le parole chiave. Queste persone non devono sentirsi sole, perché la Chiesa è tutti, non c’è greco né giudeo. Siamo tutti figli dello stesso Padre e non dobbiamo mai dimenticarlo. Però l’accompagnamento da solo non basta, occorre il sostegno, che deve essere più ampio di quello morale, della buona parola e della pacca sulla spalla».

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