Incontro

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Il visitatore che in questo periodo si reca nella città di Pienza, ha la splendida sorpresa di poter apprezzare, accanto alle linee geometriche delle celebri architetture rinascimentali, le linee sinuose e morbide delle sculture di Piero Sbarluzzi.

Infatti, fino al 10 ottobre, nei luoghi più significativi e celebri della Città Ideale del Rinascimento, ma anche in altri luoghi del centro storico, altrettanto belli seppur meno conosciuti e visitati, sono state collocate le belle opere dell’apprezzato artista pientino.

La mostra è intitolata «Incontro», a sottolineare questo singolare avvicinamento tra le architetture e le opere d’arte rinascimentali, della città di Pienza, con le belle creazioni di uno dei più apprezzati artisti toscani, per di più nato in questa Terra alla quale è legato da forti legami di affetto e da cui trae ispirazione per molte delle sue opere.
Infatti, molti critici e storici dell’arte sottolineano il forte legame tra la vena creativa di Piero Sbarluzzi e quel mondo unico rappresentato da Pienza e dalla Val d’Orcia. Forse sta proprio qui il segreto della bellezza delle opere di Sbarluzzi. Opere che trasmettono all’attento osservatore un senso di pace e di serenità, appena venato dallo struggente ricordo di un passato mondo, forse appena conosciuto nei teneri anni, forse solo intravisto nelle foto di famiglia.

Che siano sculture raffiguranti floride bagnanti, bambini paffutelli, imponenti cavalli o ritratti di personaggi più o meno famosi, coinvolgono colui che guarda, spingendolo a immaginarsi un qualcosa legato a quei soggetti, coinvolgendolo quindi, in tante microstorie.

Ma la parte per me più avvincente dell’opera di Piero Sbarluzzi è quella in cui vengono raffigurate scene di lavoro agreste. Tanti pannelli in terracotta, con scene in altorilievo, dove i contadini vengono colti non solo nell’attività lavorativa, legata alla coglitura dell’uva o delle olive, ma anche nella tavolata che segue la trebbiatura del grano, sul carro trainato dai buoi chianini, che riporta a casa la famiglia, in sereni quadretti affettivi. E quanta dolcezza, nella madre che accarezza la testa del piccolo figlio, mentre curioso guarda dentro una bigoncia; intanto, la nonna ha colto un bel grappolo d’uva e lo porge ad entrambi. I pannelli di Sbarluzzi raccontano tante storie, si potrebbero mettere l’uno accanto all’altro, in una lunga teoria che parla della gente dei campi, con la sua fatica, il sudore, la stanchezza, il rapporto con gli animali domestici, il raccontarsi le storie. Par proprio di sentirli quei personaggi, par di avvertirne il brusio, par di coglierne gli umori, avvertiamo la loro soddisfazione per il buon raccolto, non sminuita dalla stanchezza, di cui se ne coglie bene la presenza, nell’evidente sonnolenza di alcuni.

Piero Sbarluzzi, che prima di essere artista è stato ed è uno splendido artigiano, è così umile e modesto dal porsi la domanda se le sue opere, non seriali, ma individuali ed uniche facciano parte dell’Arte. E così risponde: «non lo pretendo, ma non lo escludo». A dare una riposta interviene il prof. Antonio Paolucci, che afferma: «Ho notato .. una freschezza di immagini e una capacità di sintesi che sono caratteri tipici del vero scultore». E Vittorio Sgarbi sottolinea che «le opere di Sbarluzzi sanno di eternità, di certezze rassicuranti, di valori familiari assoluti. Sono la forma di un mito, popolare e aristocratico allo stesso tempo, che contempla ancora l’armonia mundi e associa spontaneamente l’ulivo alla colonna, la creazione divina alla creazione umana. Un mito che si chiama Toscana».
E non è un caso che questo mito si rinnovi nella Terra di Pienza, che tante volte della Toscana assurge a simbolo.

Santino Gallorini