Nino Tirinnanzi. Luoghi, tipi e vite silenti

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Mostra antologica del maestro Nino Tirinnanzi. In rassegna, tra capolavori noti e importanti ritrovamenti recenti, 40 opere in grado di documentare l’intero percorso espressivo di uno dei maggiori protagonisti della pittura italiana del Novecento.

Giovanni Faccenda, curatore della mostra: «Per comprendere l’importanza dell’opera di Nino Tirinnanzi è necessario, se non addirittura indispensabile, allontanarsi subito dal consueto paragone con Rosai, per evitare di confondere quello che fu un discepolato iniziale con qualsiasi forma di successivo epigonato, alquanto inverosimile se si considera l’attenzione mostrata da Tirinnanzi, già prima di conoscere il suo futuro maestro, “per Carrà, Morandi e i classici prediletti”, a cui si deve, con ogni probabilità, l’origine della sua disposizione intrinseca e permanente alla metafisica e ai segreti ultimi delle cose. Altro, naturalmente, stava alle fondamenta di una vocazione purissima, che ebbe a rivelarsi precoce, prima agli occhi del suo padrino, Domenico Giuliotti, e poi a quelli severi e poco inclini all’elogio dei celebri avventori delle Giubbe Rosse, fino a offrire a Palazzeschi, quasi inaspettata, “una sensazione nuova in pittura”».

«Montale era rimasto affascinato dalla sublime risonanza delle grandi figure maghrebine, al punto di scrivere: “È piuttosto raro che un pittore d’oggi faccia riflettere sulla condizione umana; e che lo faccia senza sollecitare deduzioni sedicenti sociali o sociologiche. Il pensiero di Tirinnanzi è tutto nel suo disegno e nei suoi colori. È spesso un graffio, ma porta sempre la firma di un uomo”».

«Il poeta aveva colto l’oscura verità che continuava invece a rimanere nascosta nei paesaggi come nei gruppi di ragazzi raccolti per strada o sulle panchine. Gli era bastato andare oltre la consueta lettura per scoprire un caleidoscopio di intuizioni e sentimenti che appartenevano a un’umanità vera come a un artista pieno di talento. Così aveva avuto modo di comprendere, di Tirinnanzi, il misterioso arcano: la ricerca di una natura ideale che contenesse l’uomo o forse solo il suo archetipo, in un sublime teorema che aveva attratto e stimolato non solo de Chirico, ma anche Rosai, Carrà e Morandi».

«Cosa dire, poi, delle nature morte, dei cestini di frutta accarezzati da un panno di lino bianco - che egli compose, quasi esclusivamente, durante il suo soggiorno estivo al Forte dei Marmi -, la cui struggente bellezza, organicamente raccolta fra virtuosi accenti di luce, sublimi impasti di colore e una sobria eleganza formale, continua a suggerire seducenti affinità con le straordinarie composizioni di Chardin? È dunque arrivato il momento di saldare del tutto il debito con questo protagonista della pittura italiana dell’ultimo secolo: lo impone una mostra così ricca e bella, dopo quelle, prestigiosissime, al Chiostro del Bramante di Roma e a Palazzo Pitti a Firenze. Anche in questa rassegna fiesolana, infatti, brilla il Tirinnanzi più noto: quello delle beatitudini del paesaggio toscano, ma anche dell’infinito fascino dell’Oriente. Il pittore che non si è fermato a Rosai. E neppure a Firenze».

SEDE: Sala del Basolato del Palazzo Comunale di Fiesole – Piazza Mino - Fiesole

ORARIO: dal giovedì alla domenica, 10.00-13.00 e 15.00 – 18.00

INGRESSO: libero