Steve McCurry – Viaggio intorno all’Uomo

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Ci sono foto che sono nell’immaginario collettivo del mondo intero. Che si sono trasformate, per certi versi, nello strumento stesso con cui il mondo lo conosciamo. La ragazza afgana dagli occhi verdi, sguardo magnetico e impaurito, quasi una gatta spaventata pronta a scappare via, è una di queste immagini. Scattata nel dicembre del 1984 in un campo di profughi afghani in Pakistan, nel giugno 1985 si conquistò la copertina del National Geographic. E da allora è diventata una delle icone del secolo scorso, oltre a trasformarsi nel simbolo stesso della rivista dedicata all’esplorazione a alla scoperta di Paesi lontani e vicini. A scattarla, un fotografo statunitense, allora 35enne, Steve McCurry, oggi – grazie a quello scatto e a decine di viaggi intorno al mondo – uno dei più famosi fotoreporter mondiali.

È appena arrivata anche a Siena – dopo quattro tappe in Italia e 400mila visitatori – la mostra Viaggio intorno all’Uomo (curata da Peter Bottazzi e Biba Giacchetti) che propone nell’allestimento al complesso del Santa Maria della Scala oltre 200 fra le foto più celebri del grande fotoreporter americano. Aver realizzato una delle immagini più famose al mondo non lo ha reso «prigioniero» di quello scatto. «No, affatto, sono molto orgoglioso di quell’immagine. E di aver poi potuto aiutare quella ragazza in molti modi», racconta a Toscana Oggi McCurry, venuto a Siena in occasione dell’inaugurazione dell’esposizione (che proseguirà fino al prossimo 3 novembre). Nel 2002, sempre per conto del National Geographic, il fotografo ha partecipato infatti a una spedizione per rintracciare, 17 anni dopo, la ragazza dello scatto. Una missione che ha avuto successo, come si può vedere in un documentario proposto nel percorso espositivo (è la sezione intitolata «Memoria») e negli scatti realizzati dallo stesso McCurry a Sharbat Gula – questa l’identità alla fine rivelata della donna – dopo averla ritrovata. «Penso che sia stato molto positivo anche per lei», racconta il fotografo. Dalla spedizione è nato fra l’altro un fondo, promosso dalla stessa rivista, per promuovere l’istruzione in Afghanistan.

L’esposizione è divisa idealmente in cinque sezioni. La prima è la Scoperta: ecco i ritratti di uomini e donne che raccontano ciascuno una storia: monaci buddisti col volto solcato dalle rughe, minatori che dopo dodici ore sotto terra non trovano di meglio, una volta fuori, che accendersi una sigaretta; il premio Nobel Aung San Suu Kyi. Ma anche Robert De Niro ritratto da McCurry con l’ultimo rullino prodotto di Kodachrome, la leggendaria diapositiva con cui ha scattato le sue immagini più famose. La Kodak, quando ha deciso un paio di anni fa di toglierla dal mercato sotto la spinta sempre più pressante del digitale, ha affidato proprio a McCurry l’ultimo rullo di Kodachrome perché ci realizzasse un suo progetto fotografico.

Si prosegue verso la più scioccante delle sezioni, intitolata, non a caso, Vertigine: si entra in una struttura ovale le cui pareti sono fino in alto piene delle immagini degli orrori che McCurry ha scattato durante la sua carriera: guerre – Libano, Cambogia, Afghanistan, guerra del Golfo, solo per fare alcuni esempi – disastri naturali e provocati dall’uomo, come lo tsunami di due anni fa in Giappone o l’incendio dei pozzi di petrolio da parte di Saddam. O l’11 settembre, fotografato prima dal tetto del suo studio a New York da dove si vedevano bene le torri in fiamme e poi da vicino, fra le macerie fumanti di Ground zero. E, ancora, la povertà. «C’è una foto che secondo me rappresenta in modo emblematico la distanza fra mondi: è quella di una donna di Mumbai, India, che tiene in collo il suo bambino e chiede l’elemosina bussando ai vetri delle auto, tutta bagnata dalle piogge del monsone. L’ho scattata da dentro un taxi: e il vetro della macchina è come una barriera fra due mondi», racconta oggi. «Se c’è un’immagine che ho deciso di non scattare o di non mostrare? Ho sempre avuto rispetto delle persone e dipende dalle situazioni se decidi di fotografare oppure no, per esempio in casi dove ci potessero essere immagini davvero scioccanti o in caso di vita o di morte».

La tensione della sezione «Vertigine» si scioglie totalmente nelle successive, intitolate rispettivamente Poesia e Stupore. Ecco che i drammi lasciano il posto alla curiosità di vedere mondi e Paesi lontani, fra colori (McCurry ne è un vero specialista), atmosfere, luci, di rara bellezza e serenità. Ogni foto ha la sua storia e al visitatore della mostra viene fornita un’audioguida dove è lo stesso McCurry a raccontarla e a spiegarla. Qui la barriera culturale fra popoli cade. McCurry si è avvicinato con rispetto e curiosità a popoli e civiltà diversi, specialmente in Asia – Birmania, India, Cina, Tailandia fra i suoi Paesi più frequentati – arrivando a ritrarre le persone dopo esserci entrato in confidenza, finché – come racconta lui stesso – mettono a nudo la propria anima dimenticando di avere un fotografo davanti.

Damiano Fedeli

SEDE: Complesso museale Santa Maria della Scala – piazza Duomo, Siena

ORARIO: Tutti i giorni dalle 10,30 alle 19

INGRESSO: (inclusa audioguida): intero 10 euro, ridotto 8,50.

INFO: www.stevemccurrysiena.it

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