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L'8 maggio alla Colombaria (Firenze)

Giuseppe Verdi, 200 anni e non li mostra

Quest’anno, in Europa e nel mondo, si festeggiano i 200 compleanni del grande maestro Giuseppe Verdi. Anche ai nostri Thè, con la musicologa Gabriella Minarini, i musicisti del Controquintetto (Fabiano Fiorenzani, Fabio Costa, Claudio Quintavalla, Emanuele Antoniucci, Gianfranco Dini) e la soprano Rosita Santi, vogliamo ricordarlo, mercoledì 8 maggio alla Colombaria (ore 16), nell’incontro: Verdi, Firenze e i fiorentini alla prima del Macbeth 1847, dove potremo avere un «fermo immagine» di quel magico momento. Ma prima ripercorriamo il cammino che Verdi ha fatto per arrivare a questa grande prima.

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Parole chiave: Giuseppe Verdi (1)

Il 10 ottobre 1813 nasceva a Le Roncole di Busseto, Giuseppe Fortunino Francesco Verdi! Il padre Carlo, insieme alla moglie Luigia Uttini, gestiva nel villaggio una piccola osteria. Verdi, dunque, nasce da una famiglia di ceto umile che, oltre a lui ebbe una figlia, Giuseppa Francesca nata con problemi mentali e che morirà nel 1833, a soli 16 anni. Una situazione non proprio favorevole, che prevedeva una carriera da oste, o da contadino, per il figlio di Carlo Verdi. Ma la sorte, o una lungimirante «vista» del padre, avevano in serbo altre cose per Giuseppe che fin da piccolo mostrò una particolare inclinazione per la musica. L’organista della locale chiesa, don Pietro Baistrocchi, gli dette i primi rudimenti di strumento; alla sua morte Verdi era già in grado di poter svolgere le mansioni di organista, sia per la messa che per altre funzioni religiose. Giuseppe era così dotato che il padre Carlo acquistò nel 1821, dall’artigiano Stefano Cavalletti, una spinetta che all’interno riporta uno scritto, dello stesso artigiano, con la motivazione della vendita: «vedendo la buona disposizione che ha il giovinetto Giuseppe Verdi d’imparare a suonare questo strumento».

Fondamentale per Verdi sarà il sostegno di Antonio Barezzi, facoltoso commerciante di Busseto e musicista «dilettante», di cui sposerà la figlia Margherita. In questo periodo Verdi lavora come organista nella chiesa di Busseto, direttore d’orchestra, e riduttore delle parti per la banda locale. Nel contempo si prepara per l’esame di ammissione al Conservatorio di Milano ma, nonostante una lettera di presentazione del suo insegnante Ferdinando Provesi (compositore e didatta che dirigeva la Società Filarmonica che aveva sede in Casa Barezzi) viene respinto perché «troppo grande» di età. Il rifiuto non lo fa desistere dal suo obbiettivo e, stabilitosi a Milano, inizia a studiare con Vincenzo Lavigna maestro concertatore al Teatro della Scala. Questo sarà un periodo di grande studio per lui ma anche di grande crescita perché Milano offriva una ricca vita culturale e artistica.

Nel maggio del 1836 Verdi ritorna a Busseto per lavorare come maestro di cappella e sposa Margherita Barezzi. Ma Verdi aveva l’«occhio» al massimo Teatro lombardo! Si era già fatto notare a Milano dirigendo – all’ultimo minuto – La creazione di Haydn alla Filarmonica, e qui conosce quello che sarà suo grande amico per la vita: Andrea Maffei, poeta e traduttore delle opere di Schiller e Goethe. Il Maestro nel febbraio del 1839 si era nuovamente stabilito a Milano. Erano con lui la moglie Margherita e il piccolo Icilio Romano. La decisione di fissare la propria dimora a Milano era stata una necessità per Verdi; un compositore per emergere doveva essere presente sulla importantissima «piazza» scaligera.

La sua prima opera per il Teatro alla Scala l’Oberto conte di San Bonifacio ebbe un discreto successo. L’impresario del teatro, Bartolomeo Merelli commissionò al giovane Compositore altre opere, una delle quali scelta sul libretto di Felice Romani Un giorno di regno ovvero Il finto Stanislao. Romani era stato il librettista di Vincenzo Bellini e, questa fama deve aver pesato sulla scelta verdiana: un libretto di Romani poteva funzionare! Ma con Verdi, è noto, l’abbinamento non funzionò. Il melodramma giocoso – anacronistico per le vicissitudini di Verdi – andò in scena alla Scala nel settembre del 1840. L’opera però non incontrò il favore del pubblico e cadde clamorosamente. Verdi l’aveva finita nel momento più tragico della sua vita quando, dopo la morte della figlioletta Virginia, seguita poco dopo da quella del piccolo Icilio Romano, una terza bara era uscita dalla sua casa. Rimasto solo, a Milano dove faticosamente egli aveva iniziato la sua carriera, il successo del Nabucco gli dischiude le porte della buona società e lo proiettata sulle scene di teatri esteri.

A Milano nascono nuove amicizie grazie anche al rapporto con la contessa Maffei e alla frequentazione del suo celebre salotto che, come scrive Raffaello Barbiera: «per cinquantadue anni, fu riunione di patrioti, di letterati, di artisti italiani, o degli stranieri illustri che, visitando la Penisola, passavano per la metropoli lombarda». Molte delle amicizie milanesi si riveleranno fidate e durature nell’esistenza di Verdi, come quella con la contessa Maffei che le fu presentata all’epoca del trionfo Nabucco alla Scala. Un successo, quello del Nabucco, che diventa importante rinnovare e consolidare. Milano lo invita e se lo contende, la Milano intellettuale e quella dell’aristocrazia, che molto più tardi detesterà profondamente, ma che ora gli piace e ci si abbandona volentieri frequentando persone di varia levatura (si pensi, oltre ai coniugi Maffei, ad Antonio Piazza, Felice Romani, Opprandino Arrivabene che, oltre ad essere letterati e librettisti, erano anche dei giornalisti). Verdi ha imparato le maniere dell’uomo di mondo, né le dimenticherà più: «orso», «contadino delle Roncole», ma «raffinatissimo in certi aspetti del viver comune, ed estremamente esigente verso gli altri per tutto ciò che è forma».

Gli anni che vanno dal 1843 al 1846 vedono Giuseppe Verdi all’inizio di quel periodo della sua vita che, in una lettera del 1858 a Clara Maffei chiamerà gli «anni di galera»: «Dal Nabucco in poi non ho avuto, si può dire, un’ora di quiete. Sedici anni di galera!». Infatti, tra il Nabucodonosor, andato in scena alla Scala di Milano nel 1842, e La Traviata per il teatro La Fenice di Venezia nel 1853, Verdi compone diciannove opere tra cui Jérusalem (per l’Opéra di Parigi), elaborazione in forma di grand opéra de I Lombardi alla prima crociata.

Nel 1847 Verdi è a Firenze per mettere in scena il Macbeth, la sua prima opera tratta da un dramma di Shakespeare (seguiranno in tarda età Otello e Falstaff) che dedicherà al suocero Antonio Barezzi. A Firenze Verdi non è più solo. Accanto a lui, in maniera molto discreta, c’è la donna che diventerà la sua seconda moglie: Giuseppina Strepponi. Con lei Verdi non avrà solo una compagna, con cui condividere molti successi, ma un’amica e fida collaboratrice. Il resto è storia!

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