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La visita del segretario generale della Cei

Amatrice dovrà rinascere e la Chiesa sarà al suo fianco

Amatrice oggi si presenta così, come un cumulo di macerie. È il momento delle lacrime  di chi piange i propri cari, di ha visto i sacrifici di una vita spazzati via in pochi attimi. Ma è anche il tempo della solidarietà, della vicinanza e della preghiera per ridare fiato e speranza ai colpiti di questa tragedia. Anche questa volta la Chiesa italiana sarà in prima linea nella assistenza alle popolazioni colpite. In sinergia con le Istituzioni e senza inutili protagonismi. Amatrice vuole rinascere.

La visita alla tendopoli di Amatrice di mons. Nunzio Galantino con mons. Domenico Pompili (Foto Sir)


Gli elicotteri fanno la spola tra la piccola tendopoli – un mazzo di fiori all’ingresso ricorda che qui sono composte le salme delle persone estratte morte dalle macerie - e l'aeroporto di Rieti, dove vengono raccolte in un hangar in attesa di una degna sepoltura. Il rumore delle pale rotanti, unito a quello dei gruppi elettrogeni sempre accesi e dei mezzi meccanici, stride con il doloroso silenzio dei familiari che attendono il loro turno per entrare nelle tende e riconoscere i loro cari strappati via dagli interminabili secondi del sisma di martedì. Con loro psicologi dell’Esercito, della Protezione civile, delle associazioni di volontariato e diversi sacerdoti, guidati dal vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili. Sempre presente sui luoghi del sisma sin dai primi momenti. C’è anche padre Costantin, della diocesi Ortodossa Romena d'Italia che assiste i familiari dei 7 rumeni morti e dei nove dispersi. Tutto intorno la Protezione civile appronta le tende per la notte, le squadre dei soccorsi si danno il cambio alla ricerca dei dispersi. Le tute rosse sono bianche di polvere, i visi stanchi per il duro lavoro.

Provengono da ogni parte di Italia, il volto più bello di questo Paese - è stato detto - uomini, donne, giovani e meno giovani, insieme per aiutare due borghi, c’è anche il vicino Accumoli, che non esistono più, spazzati via. Amatrice, poco più di 2600 anime, se si considerano le numerosissime frazioni, paga il prezzo più alto del terremoto, 218 morti, ma molti sono i dispersi. Chi si è salvato oggi recita i nomi dei conoscenti deceduti, in una sorta di drammatico appello che conosce solo assenti.

«Sono morti tutti gli amatriciani – dice Fabio, 19 anni, mentre scarica bottiglie di acqua presso il campo della Croce Rossa -
la città è distrutta. Ci saranno ancora turisti o amici che vorranno ricostruire qui la loro casa?».
 Una domanda che percuote molti qui ad Amatrice, che nei periodi estivi triplica le sue presenze, grazie ai turisti e agli oriundi che tornano per passarvi le ferie. Giovanna, è nata qui e ha perso la casa. Nasconde gli occhi gonfi di lacrime dietro enormi occhiali neri, stretta nel suo gilet arancione in uso tra i volontari e i soccorritori. Vuole dare una mano anche lei e racconta dei primi corpi estratti solo con le mani, per non favorire ulteriori crolli, in silenzio per provare a sentire le flebili voci e i respiri dei sepolti. Dei minuti successivi alla scossa, del passaggio dalla notte - erano le 3.39 - direttamente all'incubo che adesso continua.



Le scosse di assestamento si fanno sentire, come i crolli, pezzi di intonaco che si staccano improvvisamente dalle facciate dei palazzi, tonfi di materiale che provengono da dentro case già sventrate. E forse non solo dal terremoto ma anche da una recente ricostruzione che di antisismico potrebbe avere ben poco. Le televisioni corrono per immortalare queste repliche telluriche ma fortunatamente non sono come la devastante Prima.

Nel centro operativo si coordinano gli aiuti, dalle «Informazioni alle popolazione» alle squadre di soccorso composte da speleologi, unità cinofile, vigili del fuoco, poco distante il nucleo comando dei Carabinieri, con 300 uomini impegnati h24 per monitorare il territorio colpito e predisporre azioni di contrasto contro gli sciacalli. Un solo arresto fino ad oggi, ma non si deve abbassare la guardia, affermano dal Comando. In un piccolo giardino poco fuori il Centro «Telefono Azzurro» ha allestito una tenda giochi per i più piccoli. Giocano e si scambiano i numeri delle tende che da tre giorni sono le loro nuove case. «Abito alla tenda 19. Troviamoci fra poco alla tenda 5, dove ci sono altri bambini» dicono due ragazzi desiderosi di tirare calci ad un pallone. Una voglia di normalità in una situazione che di normale non ha nulla. Nelle tendopoli gli adulti dormono, parlano tra loro, contano ciò che rimasto loro. Una giovane signora mostra una bacinella. «Qui lavo i pochi abiti che ho.

Quello rimasto serve per ripartire a vivere». Colpisce la grande dignità di questa gente, abituata a guardare in faccia le asprezze della vita di montagna ma anche la sua bellezza.



Venerdì è venuto anche il Segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino. Accompagnato da mons. Domenico Pompili, ha incontrato il sindaco della città, Sergio Pirozzi, parlato con le famiglie nella tendopoli, salutato i giovani, benedetto bambini scampati alla furia del sisma, ha ringraziato i soccorritori.


«Ciò che colpisce è l’unità d’intenti tra le Istituzioni e la Chiesa», ha detto. «Tutti stanno facendo la loro parte: è il momento di stare uniti
ed evitare protagonismi dannosi. Ciascuno, per la sua parte e per le sue competenze, si sta dando da fare per alleviare i bisogni e le sofferenze di questa gente tremendamente colpita. È bello vedere questa risposta che sta arrivando, ma dobbiamo continuare a lavorare tutti uniti».

A dare ulteriore concretezza alle sue parole è stata la presenza del direttore di Caritas Italiana, don Francesco Soddu, che in una riunione in vescovado, a Rieti, ha messo a punto iniziative a sostegno delle popolazioni colpite.

«Quello che ci guida – ha dichiarato - è la massima attenzione alla comunità, perché questa non si disgreghi. Le persone innanzitutto».



Continua il suo giro tra gli abitanti delle frazioni di Amatrice, mons. Pompili. Anche in questi piccoli centri di poche decine di persone si contano tanti morti. Il rischio è che adesso restino disabitate. Li conforta, come a Torrita. Qui la piccola chiesa è un ammasso di macerie. Alcuni fedeli hanno portato via una statua della Madonna, ancora intatta, le campane e soprattutto il tabernacolo, mettendo tutto al sicuro. Il pericolo di sciacalli è alto. Quella di Torrita non è l’unica chiesa distrutta dal sisma. Dice don Pompili: «quasi tutte le chiese delle zone terremotate sono inagibili e bisognerà pensare a come ricostruirle». Per fare la conta dei danni sono all’opera i carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale. Don Pompili ammette,
«ricostruire Amatrice e Accumoli sarà un processo lungo e faticoso».


Lo ripete ogni giorno agli sfollati di Amatrice durante la messa all’aperto nel tardo pomeriggio. E probabilmente lo ricorderà ancora una volta anche martedì 30 agosto ai funerali di tutte le vittime di Amatrice, alla presenza del premier Renzi. I funerali comunitari saranno senza salme. Molte vengono portate via dai loro parenti per la tumulazione nei luoghi di origine, altre devono essere ancora estratte. Intanto gli elicotteri volano ancora e i carri funebri portano via i corpi di chi è rimasto sotto le macerie. Qualcuno saluta le bare, con le lacrime agli occhi. C’è chi impreca. «Non si può morire così». Soprattutto se si è bambini. Quella garanzia di futuro che in queste terre devastate ora rischia di venire meno.

Fonte: Sir
Amatrice dovrà rinascere e la Chiesa sarà al suo fianco
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