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«Buona scuola»: le associazioni cattoliche chiedono chiarezza sui decreti attuativi

In dirittura d'arrivo gli otto decreti legislativi attuativi della legge 107/2015 sulla «Buona scuola» che dovranno essere emanati entro il 17 aprile, ma per le associazioni rappresentative della scuola paritaria gli attuali schemi mettono a rischio la parità e l'effettiva libertà di scelta delle famiglie. La parola a Fism, Agesc e Fidae.

Parole chiave: Scuole paritarie (141)
Studenti (Foto Sir)

Dovranno essere emanati entro il 17 aprile, pena la loro decadenza definitiva, gli otto decreti legislativi attuativi (Dlgs) della legge 107/2015 sulla Buona scuola», che lo scorso 17 marzo hanno ottenuto i pareri delle Commissioni parlamentari di Camera e Senato dopo il via libera della Conferenza unificata (sede congiunta della Conferenza Stato-Regioni e della Conferenza Stato-Città ed autonomie locali). Il Governo li approverà nel Consiglio dei ministri del 7 aprile, per portarli successivamente alla firma del capo dello Stato.

Gli otto decreti riguardano importanti snodi del sistema scolastico: sistema integrato 0-6 anni (tra scuola dell’infanzia e nidi), istruzione professionale, formazione e reclutamento docenti, diritto allo studio, sostegno e inclusione disabili, valutazioni ed esami, scuola italiana all’estero, promozione della cultura umanistica. Manca ancora il decreto relativo alla stesura di un testo unico per l’istruzione, importante per delineare il quadro complessivo del sistema scolastico nazionale.

Perplessità viene espressa dalle associazioni rappresentative della scuola paritaria, secondo le quali negli schemi dei decreti non viene quasi mai specificato che le misure proposte riguardano l’intero sistema integrato e non solo quello statale. Un silenzio che potrebbe dare luogo ad equivoci. In particolare, lamentano che non emerga l’ottica costituzionale della sussidiarietà. Nodo centrale, il decreto sul sistema integrato 0-6.

Antonio Trani, segretario aggiunto della Federazione italiana scuola materna (Fism), spiega che «attualmente la scuola dell'infanzia paritaria accoglie circa il 41% dei bambini italiani e rappresenta il 72% di tutta la scuola paritaria, pur con realtà regionali molto diverse», eppure, in alcuni passaggi lo schema di decreto «sembra rivolgersi prettamente alla sola scuola statale», contraddicendo «quanto definito nella vigente normativa, la legge 62/2000», in base alla quale «il sistema nazionale d’istruzione ricomprende sia le scuole statali sia le scuole paritarie». La Fism evidenzia, pertanto, alcuni elementi «che devono essere integrati e sviluppati nell'articolato del decreto per un'esigenza di maggiore chiarezza» e per evitare «contenziosi, anche sul piano del sostegno economico pubblico da parte di Stato, Regioni, Enti locali». Nei giorni scorsi la Federazione ha presentato alle Commissioni parlamentari una memoria contenente suggerimenti su tutto l’articolato. Tra le proposte, in particolare, quella di «un sistema di convenzionamento per quanto riguarda il sostegno economico», insieme ad indicazioni «sulla rappresentanza; sul riconoscimento, consolidamento e valorizzazione dell'esistente facendo riferimento all'area della sussidiarietà; sull’individuazione di standard strutturali-organizzativi-qualitativi dei servizi educativi». «Per quanto siamo riusciti a sapere - conclude Trani - è stato accolto molto poco. Tuttavia stiamo continuando ad insistere: abbiamo inviato le nostre proposte d’integrazione anche al Governo chiedendo di tenerne conto nella stesura finale».

Parte dallo 0-6 anche Roberto Gontero, presidente dell’Associazione genitori scuole cattoliche (Agesc), sottolineando la necessità che il decreto indichi esplicitamente scuole statali e paritarie, private e comunali, con riferimento a sostegno economico pubblico, poli per l’infanzia, concorsi per le scuole, corsi per i docenti, interventi per l’edilizia, rappresentanza nella Commissione per il sistema integrato. L’Agesc chiede inoltre l’inserimento anche delle scuole paritarie tra i destinatari del «contributo economico parametrato ai numeri degli alunni disabili accolti» previsto dallo schema relativo all’inclusione degli studenti con disabilità; allo stesso modo il testo sul diritto allo studio deve indicare come ugualmente destinatari dei provvedimenti gli studenti di scuola statale e paritaria. Il decreto sull’istruzione professionale «non risolve il problema del conflitto di competenze tra Stato e Regioni» e cancella «il principio di sussidiarietà integrativa (e non sostitutiva) con cui era finora previsto l’intervento degli istituti statali nel campo dell’istruzione e formazione professionale».

Per Virginia Kaladich, presidente della Federazione istituti attività educative (Fidae), è necessario che il decreto sulla formazione iniziale degli insegnanti tenga conto del «fabbisogno delle scuole paritarie di personale abilitato» e preveda che anche questi istituti «possano essere sedi di tirocinio per i docenti che frequentano i percorsi previsti». «Non ci viene riconosciuta la formazione del personale - spiega -. Chiediamo inoltre che si tenga conto della necessità di pari trattamento economico». Per quanto riguarda gli alunni con disabilità, l’importo annuale riconosciuto alle scuole paritarie per ognuno di loro «rimane del tutto inadeguato: duemila euro non sono certo sufficienti a pagare un insegnante di sostegno. Si tratta di una parità incompiuta e in alcuni casi discriminante».

La presidente Fidae esprime tuttavia soddisfazione per una sentenza con la quale il Tar dell’Umbria ha riconosciuto nei giorni scorsi ad un alunno di scuola paritaria il diritto all’assegnazione di un insegnante di sostegno per il monte ore previsto per la sua specifica situazione (24 ore). Infine, «gli interventi di diritto allo studio - tra cui voucher, School bonus, dote scuola, borse di studio - devono essere previsti dagli enti locali anche a favore degli alunni degli istituti paritari».

Fonte: Sir
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