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Caritas italiana: «Accordo Ue-Turchia su rimpatri può avere effetti drammatici»

«La crisi dei rifugiati è una cosa, l’adesione della Turchia all’Ue è tutt’altra e non si può mercanteggiare sulla pelle di tanti disperati in fuga». Lo afferma oggi Caritas italiana in una nota ufficiale nella quale prende posizione sull’accordo tra Ue e Turchia per rimpatriare i profughi attualmente in Grecia.

Migranti in Macedonia (Foto Sir)

Nei fatti, osserva Caritas italiana, «l’Ue trasferendo miliardi di euro alla Turchia sta semplicemente pagando un servizio di controllo delle frontiere per il contenimento dei flussi verso l’Europa. Nel frattempo i migranti continuano a morire nei loro viaggi verso l’Europa». L’altro aspetto che la Caritas giudica «discutibile» è l’esclusiva possibilità di godere della ricollocazione e del reinsediamento da parte dei siriani. «Gli eritrei, gli iracheni e tutti gli altri migranti oggi in Turchia che fine faranno?» si chiede: «Anche in questo caso il rischio è che l’esito sia quello di cercare rotte più pericolose mettendosi in mano ai trafficanti».

Per la Caritas italiana «il controverso accordo tra l’Unione europea e la Turchia sul rimpatrio dei migranti potrebbe produrre dei risultati drammatici per i profughi che rischiano di essere bloccati per lungo tempo nei campi turchi dove probabilmente nessuno potrà garantire sulla qualità dell’accoglienza e della protezione». Da qui le «forti perplessità» su diversi punti «discutibili». «Finora le testimonianze che ci sono giunte in questi cinque anni di guerra sia direttamente dai profughi che dagli operatori impegnati nell’assistenza parlano di violenze sistematiche e reiterate violazioni dei diritti umani fondamentali», denuncia Caritas. «Decidere di rispedire queste persone dalla Grecia verso la Turchia – afferma – non può che suscitare una semplice domanda: perché un Paese come la Turchia che non può entrare nell’Ue, in quanto non in grado di rispettare i diritti fondamentali propri di una democrazia moderna, dovrebbe, invece, essere in grado di rispettare i diritti dei profughi rinviati nei suoi campi dalla Grecia?». O forse, constata amaramente Caritas italiana,  «la priorità della politica è solo di liberare il territorio dell’Unione europea da una presenza ingombrante, a tutti i costi». «Fin quando la Turchia non verrà riconosciuta come Paese terzo sicuro – sottolinea -, il rimpatrio sarebbe in contrasto con le norme internazionali che impediscono di effettuare un respingimento verso un Paese che non garantisca degli standard minimi di protezione e accoglienza».

Secondo Caritas l’accordo tra Ue e Turchia è «difficilmente applicabile» perché la verifica della posizione dei singoli migranti da parte delle autorità, direttamente nelle isole greche, «richiederà tempistiche molto lunghe e il rischio è quello di un enorme ingorgo».  E i profughi, «pur di fuggire dalle guerre, potrebbero spostarsi su altre rotte, fra cui quella del Mediterraneo centrale, in balia di trafficanti senza scrupoli». Un’altra perplessità riguarda i meccanismi di ricollocazione e reinsediamento nell’Unione europea. «Manca nei fatti una volontà politica da parte dei Paesi che dovrebbero, secondo la distribuzione delle quote fatta lo scorso anno dalla Commissione, accogliere volontariamente un certo numero di profughi – fa notare Caritas italiana -. Senza contare che la Gran Bretagna ha ribadito la sua contrarietà ad aderire a questo meccanismo così come l’Ungheria». E quindi, si chiede, «per quale motivo dall’accordo con la Turchia – che prevede che contemporaneamente, per ogni profugo siriano riportato nei campi turchi, un richiedente asilo siriano sarà prelevato dalla Turchia e portato in un Paese dell’Ue – dovrebbero emergere nuovi elementi di apertura da parte dei 28?».

Fonte: Sir
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