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Cartocci: «All'Italia serve una destra moderna e non populista»

In attesa delle regionali i segnali che arrivano dal voto di domenica sono preoccupanti per Forza Italia. Il politologo Roberto Cartocci evoca una «leadership credibile» che, dopo l'eclissi di Berlusconi, non sembra emergere. Da dove ripartire?

Parole chiave: Silvio Berlusconi (59), Italicum (4)
Grillo, Berluscoini e Renzi

In Italia «serve una destra moderna, non populista e con una leadership credibile». Roberto Cartocci, politologo toscano, tra gli studiosi più noti del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna, vede una strada in salita per l’area moderata e per i conservatori del Belpaese. A suo avviso «l’appannamento di Berlusconi non trova per ora un’alternativa credibile nel centrodestra. Anche se ricostruire è sempre possibile, non mi pare nel centrodestra sia alle viste un nuovo leader forte e autorevole… E quando l’Italicum entrerà a regime, nel luglio 2016, il premier Renzi potrebbe essere tentato da una prova di forza elettorale».

Dunque, professore, i tempi stringono?

«Certamente. Ma qui siamo di fronte a una trasformazione del sistema elettorale e, più ancora, a un problema di geometria del sistema dei partiti, nonché a una mutazione del quadro politico. Non si può nemmeno parlare di bipartitismo - che potrebbe essere un esito ispirato dall’Italicum - perché Grillo col suo Movimento 5 Stelle articola ulteriormente il quadro, raccogliendo al suo interno sia elementi del populismo di destra che di sinistra. Con un Partito democratico rafforzato dalla svolta di Renzi e con un M5S in buona salute la vedo dura per la destra italiana. Del resto la parabola discendente di Silvio Berlusconi è sotto gli occhi di tutti, per ragioni anagrafiche e per le sue vicende giudiziarie. Si spalancano semmai praterie sconfinate per la Lega di Salvini, che rappresenta però posizioni estreme: le sue feroci campagne contro gli immigrati, il suo no all’euro e all’Europa sono un piatto piuttosto indigesto per l’elettorato moderato».

Il voto in Trentino e Valle d’Aosta e le imminenti elezioni regionali possono dare indicazioni?

«Direi proprio di no. Il test delle comunali è assolutamente modesto e non è emblematico della realtà nazionale. Più rilevante il voto del 31 maggio, ma ricordiamoci che riguarderà solo sette regioni, alcune delle quali tradizionalmente amministrate dalla sinistra. E poi si sa che l’elettorato di Forza Italia o del Popolo delle libertà finora si è mobilitato solo se c’era in pista lo stesso Berlusconi».

Da dove può partire il centrodestra per riorganizzarsi? Quali valori dovrebbe interpretare e incarnare?

«A mio avviso occorre intanto fare i conti con l’eredità trasmessa dal ventennio berlusconiano, che è finito nel peggiore dei modi, con una sorta di commissariamento dell’Italia da parte dell’Unione europea. E, a mio avviso, non ha lasciato un Paese migliore di quello che aveva trovato. Inoltre alla destra italiana oggi manca un ‘nemico’, un avversario contro il quale serrare le fila: perché di Renzi si può dire molto, ma certo non che sia un comunista! Berlusconi ha parlato di un Partito repubblicano - competitivo rispetto al Partito della nazione evocato da Renzi -: potrebbe essere una buona idea, prevedendo una sorta di federazione di forze anche diverse e di gruppi e rappresentanze territoriali. Ma va costruito, e Salvini non sembra intenzionato a muoversi in quella direzione. Sui valori direi che, ad esempio, la storia ci consegna una destra che propugna il libero mercato e punta sull’ordine e la sicurezza. A queste parole-chiave aggiungerei il riconoscimento del merito, l’efficienza amministrativa e la famiglia. In Italia non si sono fatte e non si fanno politiche per la famiglia, nonostante questa sia stata strapazzata dalla crisi. Potrebbero essere alcuni principi attorno ai quali imbastire un programma di governo per il Paese».

E il voto cattolico? Ammesso che si possa usare ancora questa categoria…

«È un problema in più per il centrodestra. Nel senso che Renzi non è un mangiapreti, e il quadro culturale nazionale sta rapidamente cambiando. L’elettorato cattolico non credo abbia oggi problemi a votare il Pd del premier».

Professore, in Europa ci sono delle forze moderate o conservatrici che governano, anche con buoni risultati e con fortune elettorali: si pensi alla Germania della Merkel, al Regno Unito di Cameron. E poi la Spagna, la Polonia… Non c’è nulla da imparare dall’estero?

«Le forze che governano oggi a Berlino o a Londra sono però ben diverse dalla destra italiana: non hanno estreme venature populiste, non sono gravate da conflitti di interesse (ci ricordiamo la battaglia dell’Economist nei confronti di Berlusconi?). Sono forze moderne, con leader credibili, che stanno operando riforme che portano vantaggi al loro Paese. E - nel caso di Regno Unito e Germania - sono governi moderati seguiti a governi laburisti o socialdemocratici che, guarda caso, avevano fatto riforme che in Italia giudicheremmo ‘di destra’. Le differenze, quindi, sono piuttosto evidenti».

Una volta entrato in vigore l’Italicum, Matteo Renzi potrebbe cercare la sfida delle urne per capitalizzare il vantaggio competitivo finora accumulato. Ci sarà un centrodestra agguerrito sulle schede elettorali?

«Riorganizzarsi non sarà facile. Ma le sorprese possono sempre arrivare. Non dimentichiamoci che Berlusconi scese in campo e vinse in pochi mesi le elezioni nel 1994. Ma è altrettanto vero che di Berlusconi non ne nascono tutti i giorni. Occorre ripartire da leadership nuove e programmi credibili. Non vedo scorciatoie».

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