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Convegno Greenaccord clima: Maracchi, «surriscaldamento globale è fenomeno complesso»

Guai a considerare i risultati raggiunti alla Cop21 sul clima un punto di arrivo perché sono solo una cornice all’interno della quale inserire gli interventi effettivi che gli Stati dovranno mettere in atto nell’azione di contrasto ai danni dei cambiamenti climatici. È il filo conduttore delle analisi degli esperti intervenuti nella prima delle due sessioni di lavori della giornata di studio «Clima, dubbi e speranze dopo Parigi» organizzata ieri a Firenze dall’associazione Greenaccord Onlus in collaborazione con la Regione Toscana.

«Se pensiamo che le decisioni assunte alla Cop21 siano sufficienti a bloccare il climate change siamo sulla cattiva strada» ha ammonito Giampiero Maracchi, presidente dell’Accademia dei Georgofili. «Il documento finale contiene 31 pagine di dichiarazioni sullo sviluppo sostenibile ma non gli strumenti e le azioni per raggiungere gli obiettivi. Si rimanda a organismi futuri e a soluzioni non cogenti, mentre i combustibili fossili e l’effetto serra continuano ancora a crescere». Secondo Maracchi, il maggiore merito della Cop21 è stato quello di garantire un’importante attenzione mediatica su temi altrimenti sottovalutati dal mondo dell’informazione e dall’opinione pubblica. «Il fenomeno del surriscaldamento globale è però qualcosa di ben più complesso della semplice crisi climatica. Per risolverlo bisogna affrontare seriamente altre cinque crisi: la crisi ambientale, la crisi economica,la crisi demografica, la crisi politica mondiale e la crisi di valori connessa con i nostri metodi di consumo» ha concluso.

Per Alessandro Carettoni, rappresentante della Direzione generale del ministero dell’Ambiente «Tutti gli Stati devono andare nella direzione di una progressiva decarbonizzazione della nostra economia, del nostro produttivo e del nostro sistema socio-economico più generale». «A tal riguardo – ha proseguito – dobbiamo rafforzare e ampliare tutte le politiche che ci portano verso la decarbonizzazione: le politiche per l’efficienza energetica, la mobilità sostenibile, le fonti rinnovabili». Un traguardo sicuramente ambizioso ma assolutamente possibile, nel medio periodo.

«I tempi nei quali lo raggiungeremo dipendono dalla velocità con cui si implementano queste politiche e dall’impegno che metteremo su questo fronte nel medio-lungo periodo». In questo senso, secondo Carettoni, l’Italia «ha già attive molte strategie per la transizione verso un modello ‘low carbon’: interessano l’efficienza energetica, strumenti di incentivazione mirate per migliorare le nostre prestazioni energetiche nel campo edilizio, dell’industria, dei trasporti. Dobbiamo puntare a rafforzare ulteriormente le rinnovabili sul nostro territorio anche con politiche mirate di semplificazione».

Luca Di Donatantonio, membro Direzione generale per la Sicurezza energetica – Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse ministero Sviluppo economico (Mise), nel suo intervento alla giornata di stidio ha sottolineato come il passaggio verso un nuovo modello economico capace di utilizzare meno risorse naturali e finalmente libero dalla dipendenza dalle fonti fossili garantirà importanti opportunità di sviluppo a numerosi settori produttivi italiani: «Tali opportunità saranno senza dubbio maggiori rispetto ai costi necessari alla transizione». Di Donatantonio ha poi osservato: «Alcune realtà produttive italiane, anche molto importanti, lo stanno iniziando a capire».

Il funzionario ha anche annunciato che il Mise metterà presto mano alla Strategia energetica nazionale (Sen) introdotta dal governo Monti nel 2013: «È auspicabile che in tempi brevi si proceda all’aggiornamento della strategia anche in un’ottica di sostenibilità e di una visione di economia circolare». Ma non è solo il settore energetico a essere coinvolto nel processo di riduzione del consumo di risorse primarie.

Anche il comparto agricolo può e deve fare la propria parte. Ne è convinto Francesco Ciancaleoni (Area ambiente e territorio di Coldiretti) che ha ricordato come i dati forniti dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale attribuiscono all’agricoltura la responsabilità del 6,9% delle emissioni nazionali. Per ridurne l’impronta «è necessario intervenire sui processi agricoli, produrre energia a fonti rinnovabili, diffondere nuovi modelli di produzione meno intensivi». La transizione può essere aiutata (e molto) anche dalle scelte che faranno i consumatori: «Devono sempre più imparare ad adottare nuovi stili di acquisto – suggerisce Ciancaleoni – prediligendo la filiera corta e i prodotti stagionali di aziende del proprio territorio ottenuti con tecniche colturali a basso impatto, come l’agricoltura biologica».