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Del Bianco: le Misericordie dal Papa, «le nostre associazioni da 770 al servizio di chi ha bisogno»

Le Misericordie sono la più antica forma di volontariato nata a Firenze nel 1244. Proprio pochi giorni fa sono stati celebrati i 770 anni di vita del movimento. Ma non è finita qui. C’è un grande evento al quale si sono preparati i volontari di tutt’Italia: la visita a Papa Francesco questo sabato, 14 giugno. A raccontare qual è lo stato di salute delle Misericordie è Andrea Del Bianco, direttore della Confederazione nazionale.

Del Bianco: le Misericordie dal Papa, «le nostre associazioni da 770 al servizio di chi ha bisogno»

Guarda qui il video integrale dell'intervista a Andrea Del Bianco

La Confederazione ha solide radici in Toscana ma da qua si è diffusa su tutto il territorio italiano...

«Le Misericordie hanno nella nostre regione le radici storiche e il maggiore sviluppo. Oggi in Italia ci sono 689 sedi di Misericordia di cui 309 in Toscana. I numeri ci raccontano la dimensione regionale del fenomeno. Ma sono diffuse anche in gran parte d’Italia, soprattutto nel centro-sud, con una una grossa concentrazione in Sicilia, in Campania, in Sardegna, in Puglia. Poi nel tempo si sono diffuse anche all’estero, un fenomeno che forse è meno noto».

E come è avvenuto questo fenomeno?

«Le Misericordie, nel corso del 1400, sono state scoperte casualmente dal Portogallo: sembra che i reali portoghesi inviarono in Italia dei loro delegati a studiare il sistema sanitario toscano, che a quel tempo veniva reputato d’eccezione. Fra le cose che scoprirono, oltre agli “Spedali” come si chiamavano a quel tempo, ci furono proprio le Misericordie. E decisero di “importarle”. Oggi in Portogallo le Misericordie sono una potenza dal punto di vista numerico ed anche economico. E da lì si sono diffuse nel resto del mondo, soprattutto nelle colonie ed ex colonie portoghesi come il Brasile».

Ma l’ispirazione di fondo rimane sempre la stessa?

«La dimensione delle Misericordie toscane resta comunque ancorata al 1244: ovvero associazioni fatte di popolo, di volontari, di persone che cercano di mettersi a disposizione degli altri senza null’altro chiedere che un bicchier d’acqua, come dicono le antiche costituzioni della Misericordia di Firenze».

Dal novembre 2013 c’è una Misericordia anche a Betlemme. Un segno importante. Qual è lo scopo di questo progetto?

«Questa è un’iniziativa promossa direttamente dalla Confederazione nazionale che, di consueto, non avvia la costituzione di Misericordie perché nascono dal territorio e su questo si sviluppano. A Betlemme invece abbiamo voluto la costituzione di una Misericordia per essere presenti nel luogo dove è nato Gesù, dove sono le radici del significato del nostro servizio. È una realtà che abbiamo costruito fisicamente acquistando e ristrutturando una palazzina insieme alla Fondazione “Giovanni Paolo II” che ha sede a Fiesole e di cui è presidente il vescovo Luciano Giovannetti. In questi locali è strutturata la sede della Misericordia dove già da alcuni i nostri volontari si alternano per svolgere servizi socio-sanitari. Qui stiamo sviluppando anche la creazione di un piccolo poliambulatorio. E, soprattutto, cerchiamo di fare testimonianza di servizio al prossimo. Cosa bella e paradossale è che i giovani che tornano dal servizio non sono più gli stessi e cambiano il modo di approcciare anche il loro servizio in Italia: l’esperienza in Terra Santa diventa quindi grande fonte di arricchimento. Questo è il risultato più bello».

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A proposito dei giovani: avete difficoltà a trovare volontari per le Misericordie italiane?

«La situazione è a macchia di leopardo. Ma non abbiamo enormi difficoltà a trovare volontari soprattutto tra i giovani. In questa epoca dove la realtà sociale appare disgregata, laddove la Misericordia riesce a dare una proposta forte e vera di servizio al prossimo i giovani disponibili al servizio ci sono e qui si aggregano. Se invece la dimensione si sposta su altri fronti quali interessi di natura più economica, che le nostre Misericordie necessariamente esercitano nel servizio alla comunità ma evitando il rischio di accentuare troppo, allora il rischio di mancanza di aggregazione c’è. Ma i giovani ci sono, le nostre sono associazioni vive e e di popolo».

Dopo 770 anni di storia, sono tanti gli aspetti positivi. Ma non mancheranno le criticità, soprattutto in questo momento di grande difficoltà economica...

«Qui c’è un duplice piano. Dal punto di vista interno, il fatto che gran parte del nostro servizio venga svolto in collaborazione con gli enti pubblici quando quest’ultimi si trovano senza risorse, come in questo momento, anche nel nostre associazioni si trovano in difficoltà per i soldi che devono avere. Stiamo assistendo a situazioni di crisi profonda, proprio qui in Toscana in particolare. La questione è che noi non possiamo continuare a fare “carità” nei confronti delle Asl: la nostra è una funzione caritativa nei confronti della gente non della struttura sanitaria. Il sistema del trasporto sanitario e dell’emergenza-urgenza toscano è un sistema da parte delle Asl certamente al di sotto di tutte le altre regioni italiane pur rappresentando un valore sicuramente notevole».

E l’altro fronte?

«È quello della crisi economica generale. E noi ci troviamo con una crescente domanda di aiuto e assistenza da parte della gente alla quale le nostre associazioni cercano di far fronte, spesso non riuscendoci perché anche nostre forze e risorse non sono sufficienti. Paradossalmente ci accorgiamo che in questa crisi la politica ha continuato con i provvedimenti di macroeconomia che ci hanno portato qua e, quindi, non hanno inciso sui comportamenti della gente e sugli stili di vita. In definitiva, non sono stati ricostruiti i tessuti di comunità, solidarietà e coesione sociale che sono necessari. Proprio su questo i margini di operatività delle nostre associazioni sono cresciuti».

Se in Toscana doveste fare una richiesta alla Regione cosa chiedereste?

«Di riconoscere il valore del valore del volontariato, non il costo. Nel corso dell’ultimo anno l’Albo regionale del volontariato ha registrato 12 mila certificati di formazione: ciò significa che 12 mila volontari hanno impiegato dalle 60 alle 110 ore per formarsi ai servizi. Significa che c’è un enorme valore del volontariato in termini di aggregazione delle persone, educazione alla salute, cultura della solidarietà. Questo valore deve essere riconosciuto, prima ancora che dal punto di vista economico da quello culturale e politico».ricchimento. Questo è il risultato più bello».

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