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LEGGE 40

Embrioni alla ricerca: la Consulta dichiara inammissibile il ricorso. I commenti di Mpv e Scienza & Vita

La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità sollevata sul divieto di donare alla ricerca gli embrioni previsto nella legge 40 sulla fecondazione assistita, perché la scelta spetta al legislatore, non alla Corte.

Parole chiave: Legge 40 (62)

A rinviare gli atti è stato il tribunale di Firenze esaminando la richiesta di una coppia che, dopo diversi cicli falliti di procreazione assistita, chiedeva di poter donare alla ricerca gli embrioni malati che non possono essere impiantati, anziché crioconservarli. «In data odierna – si legge nel comunicato stampa -, la Corte costituzionale, intervenendo ancora una volta sulla ‘legge 40’, ha esaminato le due questioni di legittimità costituzionale, sollevate dal Tribunale di Firenze, relative, rispettivamente, al divieto (art. 13 della legge 40) di ricerca clinica e sperimentale sull’embrione non finalizzata alla tutela dello stesso; ed al divieto (art.6) di revoca del consenso alla procreazione medicalmente assistita dopo l’avvenuta fecondazione dell’ovulo».

La prima questione, sottolinea la Corte «è stata dichiarata inammissibile in ragione dell’elevato grado di discrezionalità, per la complessità dei profili etici e scientifici che lo connotano, del bilanciamento operato dal legislatore tra dignità dell’embrione ed esigenze della ricerca scientifica: bilanciamento che, impropriamente, il Tribunale chiedeva alla Corte di modificare, essendo possibile una pluralità di scelte, inevitabilmente riservate al legislatore».

La seconda questione, conclude la Consulta, «è stata dichiarata, a sua volta, inammissibile per difetto di rilevanza nel giudizio di merito, nel quale risultava che la ricorrente aveva comunque, di fatto, deciso di portare a termine la procreazione medicalmente assistita».

«In attesa di conoscere nel dettaglio il testo della sentenza con le sue motivazioni, Scienza & Vita esprime comunque condivisione per le conclusioni raggiunte dalla Consulta in questa occasione», questo il commento di Paola Ricci Sindoni, presidente nazionale dell’Associazione Scienza & Vita. «Le ragioni per il nostro plauso alle conclusioni di questa sentenza – si legge nella nota stampa – risiedono essenzialmente nella conferma del riconoscimento del valore dell’embrione umano, prescindendo dalle modalità della sua generazione, e della tutela dei suoi diritti. Scienza & Vita, infatti, continua a sostenere e diffondere l’esigenza etica di rispetto, tutela e promozione di ciascuna vita umana, in ogni sua fase e condizione, compresa quella embrionale». Per Ricci Sindoni «non è eticamente accettabile» che gli embrioni possano essere «donati per la ricerca scientifica (ovvero trasformati in ‘cavie’, danneggiati e distrutti), con la giustificazione che il fine ultimo è la guarigione di tante malattie ancora incurabili. Come si potrebbe, infatti, promuovere la ricerca del bene di qualcuno a scapito di qualcun altro? Ci sono forse vite che hanno più valore di altre? O esseri umani meno degni di tutela di altri?». Inoltre, prosegue la presidente di Scienza & Vita, «è bene ricordare che gli embrioni non si generano spontaneamente in una tanica di azoto liquido, è la libera volontà umana a costringerli in questa condizione ‘disumana’. Un processo che purtroppo continua ad espandersi, ma che non si risolve certo apponendovi sopra, come un’etichetta posticcia, la targa di ‘materiale utile alla scienza’. Sarebbe come continuare a minacciare la sopravvivenza di questi piccoli esseri umani, pensando poi di ridare valore morale a queste procedure col trasformarli forzatamente in ‘martiri’ del progresso scientifico». «La bontà della scienza – conclude Paola Ricci Sindoni – sta certamente nelle sue finalità, ma anche negli strumenti e nei metodi usati per raggiungerle».

«In attesa di conoscerne le motivazioni, la sentenza della Corte Costituzionale di rinviare al legislatore ogni decisione sull’ammissibilità dell’uso di embrioni umani a fini di sperimentazione distruttiva non può che essere salutata con apprezzamento», commenta Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la vita italiano e capogruppo di ‘Democrazia solidale-Centro democratico’ in commissione Affari costituzionali della Camera. «La Corte ha richiamato la complessità dei profili etici e scientifici e il bilanciamento dei diritti in gioco – continua Gigli nella nota stampa -. Ora tocca al Parlamento decidere una volta per tutte se l’essere umano allo stadio di sviluppo embrionale è davvero ‘uno di noi’ come sostengono il Movimento per la vita italiano e i 650mila concittadini che ne hanno firmato l’iniziativa promossa presso la Commissione europea, o se viceversa esistano essere umani a cui una maggioranza può arbitrariamente decidere di non riconoscere dignità e garantire tutela». In questo caso, conclude Gigli, «si tratterebbe evidentemente, di una discriminazione basata sul potere del più forte. Essa costituirebbe un vulnus gravissimo al primo dei diritti dell’uomo, il diritto alla vita, tale da aprire imprevedibili scenari al cambiare dei sentimenti delle maggioranze parlamentari e della pubblica opinione. Se ciò avvenisse, altre categorie di esseri umani potrebbero in futuro veder messo a rischio il loro diritto alla vita in nome di una malintesa concezione della democrazia».

Fonte: Sir
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