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Espianto a «cuore fermo»: una speranza in più per i malati in attesa

In questi giorni i media hanno riportato la notizia del primo trapianto di cuore espiantato da un cadavere a «cuore fermo», effettuato in Europa. L’intervento è stato eseguito con successo al Papworth Hospital, nel Cambridgeshire (GB), su un uomo di 60 anni. E in Italia c’è già chi invoca un cambiamento delle regole di accertamento della morte, per permettere una più agile applicazione di questa tecnica. Ne abbiamo parlato col massimo responsabile del settore, Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti.

In cosa consiste la novità del trapianto di cuore effettuato in Inghilterra?

«Il cuore trapiantato è stato prelevato da un soggetto in arresto cardiaco, la cui morte è stata accertata con criteri cardio-circolatori. Ovviamente, in arresto cardiaco, il cuore non pompa più e il sangue non ossigena il cervello. Le norme inglesi prevedono che il periodo di accertamento di questa condizione sia di 5 minuti. Quindi, passato questo tempo, è stata riscontrata la morte del soggetto per danno totale ed irreversibile delle funzioni cerebrali. Dopo, è stato prelevato il cuore e subito immesso in un apparecchio, denominato ‘magic box’ (scatola magica), in grado di riossigenarlo e portarlo a 37°C. Così trattato, l’organo cardiaco ha ricominciato a battere. Un ulteriore periodo (circa 3 ore) di controllo e di ‘ricondizionamento’ ha garantito la buona funzionalità dell’organo. A questo punto, il cuore è stato staccato dalla macchina e trapiantato nel soggetto ricevente. La novità non sta tanto nel metodo di espianto (questo tipo di trapianti avviene già in diversi paesi europei; in Inghilterra rappresentano il 10-15% dei trapianti, in Spagna il 5%), quanto nell’organo espiantato. È la prima volta in Europa, infatti, che si trapianta un cuore prelevato da un cadavere a cuore fermo».

Questo tipo di procedura è tecnicamente applicabile a tutti i tipi di organi trapiantabili?

«In linea di massima sì. L’unico organo su cui c’era qualche perplessità era proprio il cuore, per la sua particolare ‘deteriorabilità’. Anche in Italia abbiamo già effettuato un trapianto di polmone e diversi trapianti di reni da soggetti la cui morte è stata accertata con criteri cardio-circolatori. Gli organi così ottenuti, generalmente, si presentano in buone condizioni di conservazione, se il prelievo viene effettuato in tempi molto brevi».

Ma questa metodica è tecnicamente compatibile con le condizioni di accertamento cardio-circolatorio della morte previste dalla legge italiana?

«Sicuramente è compatibile per il rene e per il polmone. Probabilmente lo è per il fegato, non lo sappiamo ancora per il cuore. Va però rilevato che esistono delle differenze tra le norme inglesi e quelle italiane. Le norme inglesi (come quelle francesi e spagnole) prevedono un periodo di arresto cardiaco e di rilevazione dello stesso di 5 minuti. Le norme italiane un periodo di 20 minuti. È chiaro che durante questo tempo gli organi si possono danneggiare, e 15 minuti in più di arresto cardiaco, necessari secondo le nostre norme, ne possono causare un maggiore deterioramento. Tuttavia, non abbiamo riscontrato problemi significativi su rene e polmone, che abbiamo potuto utilizzare, con discreti risultati, supportati da quelle apparecchiature di ‘ricondizionamento’ impiegate anche per il cuore trapiantato dagli inglesi».

Qualche perplessità legata al trapianto di organi espiantati da donatori «a cuore fermo»?

«No, nessuna perplessità. Come dice la legge italiana, i prelievi di organi possono essere effettuati da soggetti di cui sia stata accertata la morte, senza specificare se con criteri neurologici o cardio-circolatori. Nel secondo caso, l’unica cosa di cui dobbiamo essere assolutamente certi è che prima sia stato tentato un congruo periodo di rianimazione cardiaca, tale da far sì che la condizione di morte che accertiamo sia l’unica ed ultima condizione possibile in quel soggetto. Dobbiamo cioè essere certi che la cura di quel soggetto sia stata effettuata al massimo livello e secondo criteri di assoluta eticità e sicurezza. Questo però è un problema che riguarda l’accertamento della morte in generale, non il prelievo degli organi, operazione che del resto può avvenire solo dopo che la morte sia stata accertata con sicurezza».

L’applicazione di questa tecnica può portare a una maggiore disponibilità di organi da trapiantare, con relativo accorciamento delle liste d’attesa?

«Direi che non solo «può», ma ‘deve’ portare a questo. Nei Paesi che hanno un sistema analogo al nostro, come la Francia e la Spagna, le donazioni ‘a cuore fermo’ rappresentano ormai circa il 5% del totale. Parliamo di una tecnica che oggi può essere effettuata in grandi ospedali, dove sono state allestite procedure ‘ad hoc’, soprattutto sul piano organizzativo. Per il resto, essa non richiede particolari specificità ed ha il vantaggio di determinare una percentuale di opposizione all’espianto molto bassa. Vorremmo quindi aumentare il numero dei trapianti da donatore a cuore fermo».

Quali novità ci riserverà il futuro prossimo della trapiantologia?

«La novità più grande è già realtà. Si tratta della diffusione dell’uso dei V.a.d. (ventricular assisted device), dei piccoli cuori portatili che vengono inseriti all’interno del ventricolo cardiaco sinistro. Sono delle piccole pompe (di pochi centimetri) che di fatto sostituiscono la funzione ventricolare. Questi ’mini-cuori’ artificiali determinano nei pazienti che li ricevono una ripresa delle condizioni di vita paragonabile ai soggetti trapiantati. Altre buone notizie vengono dal miglioramento delle tecniche di separazione del fegato in due segmenti da trapiantare in soggetti diversi. Segnalo anche che in Italia sono in aumento i trapianti di rene da donatore vivente».