Italia

Governo: Letta, come Davide di fronte al Golia di sfide gigantesche

Con i 50 minuti del suo primo discorso programmatico alla Camera da premier, Enrico Letta si è fatto apprezzare per la sua concretezza e capacità di mediazione. «Grande scuola democristiana», ha commentato qualche deputato alla fine, ricordando che il maestro politico di Letta è stato Nino Andreatta, citato per altro una volta per accoglierne la lezione di saper differenziare tra «politica» e «politiche», cioè tra le posizioni di partenza degli schieramenti e poi la necessità di dare risposte concrete ai problemi del Paese e dei cittadini.

Il discorso di investitura a premier parte con un ringraziamento a Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica e regista della formazione di questo governo, e con una dichiarazione di modestia sulla capacità di saper gestire una operazione di larghe intese. Segue un riferimento a Pier Luigi Bersani, segretario dimissionario del Pd, «che mi ha appoggiato in questo passaggio»: tanti gli applausi dai banchi piddini a chi fino a due settimane aveva puntato a un “governo di cambiamento” e ora si trova ad appoggiare un governissimo di fatto. C’é spazio anche per un breve ringraziamento al lavoro svolto da Mario Monti.

Letta aggredisce però subito il tema che ritiene centrale: ritornare a pensare alla crescita senza compromettere l’austerità. Da qui l’annuncio che il primo atto della sua presidenza del Consiglio sarà quello di andare a Bruxelles (mercoledì sera incontro con Hemran Van Rompuy), Parigi e Berlino (domani pomeriggio faccia a faccia con Angela Merkel), le capitali della politica europea per spingere verso una maggiore integrazione, altrimenti restano «i rischi di una Europa monetaria senza politica». Forse è lì che Letta intende contrattare un piccolo sforamento del patto di stabilità, come ha già ottenuto la Spagna (l’equivalente di un punto di Pil?).

Il presidente del Consiglio batte su un tasto: «La crescita economica di un Paese richiede una strategia complessa, che eviti dispersione a pioggia delle poche risorse e che possa innescare meccanismi virtuosi. Per questo, è necessario una sintonia tra le azioni del governo e quelle delle banche e delle imprese, che debbono essere mirate a una crescita di lungo periodo degli attori economici per superare gli annosi ritardi dell’Italia in termini di crescita della produttività e della competitività. Il governo deve accompagnare questa crescita e rimanere a fianco delle imprese anche e soprattutto quando queste si impegnano all’estero nell’arena globale». Il premier dichiara inoltre di voler usare «il linguaggio sovversivo della verità»: l’Italia muore di solo risanamento, «occorre uscire da un disavanzo eccessivo senza compromettere l’austerità».

Da qui gli annunci sulla riforma del welfare per renderlo più egualitario e giusto, il piano straordinario sulla ricerca e sugli studi per superare alcuni gap strutturali della situazione italiana (per esempio, la scarsezza di laureati e l’eccessivo abbandono scolastico). Sull’Imu, scoglio della trattativa con il Pdl, si è limitato a dire che la rata di giugno sarà bloccata: il preludio più che a una restituzione di quella 2012 a una riforma? L’ampia parte dedicata all’economia si tira però dietro la critica secondo cui il premier non avrebbe precisato da dove attingerà le risorse per questo cambiamento di passo. Dice ad esempio Renato Brunetta, Pdl: «Non ha detto dove prenderà i soldi».

Letta cita una volta Papa Francesco, a proposito della frase rivolta ai giovani («scommettete su cose grandi»), e una volta Cesare Beccaria, a proposito della giustizia per ricordare che «l’Italia è la patria del diritto». Su questo versante ricorda la necessità di nuove regole contro la corruzione che possano permettere a imprenditori italiani e stranieri di tornare a investire perché «anche così si collabora alla ripresa». Sulla riforma della politica usa parole dure: «Vorrei che questo governo inaugurasse una fase nuova nella vita della Repubblica. Non il canto del cigno di un sistema imploso sulle sue troppe degenerazioni, ma un primo impegno per la ricostruzione della politica e del nostro modo di percepirci come comunità. La ricostruzione però può partire solo da un esercizio autentico, non simulato, di autocritica. La verità è che la politica ha commesso troppi errori. Si è erosa, giorno dopo giorno, la credibilità della politica e delle istituzioni, vittime di un presentismo – vale a dire dell’ossessione del consenso immediato – che ha bloccato il Paese».

Le riforme annunciate vanno dalla nuova legge elettorale (Letta afferma di privilegiare il Mattarellum) alla fine del bicameralismo perfetto («sostituito da una Camera delle autonomie») fino all’abolizione delle Province e all’abolizione del rimborso ai partiti (apertura fatta alle richieste del M5S). Il compito di precisare le riforme istituzionali è affidato tuttavia alla Convenzione, che si dovrà costituire per lavorare in parallelo all’attività di governo. Sulla forma di governo annuncia riforme «coraggiose, rifiutando misure cosmetiche e respingendo i pregiudizi del passato»: una apertura di credito all’elezione diretta del Presidente della Repubblica, accompagnata dal doppio turno alla francese per l’elezione dei parlamentari, quindi l’abbandono dello stesso Mattarellum?.

Letta usa alcune metafore: «L’altra grande risorsa è l’Italia stessa. Bellezza senza navigatore. La nostra tendenza all’autocommiserazione è pari solo all’ammirazione che l’Italia suscita all’estero. Molti stranieri vogliono bagnarsi nei nostri mari, visitare le nostre città, mangiare e vestire italiano. L’Italia e il made in Italy sono le nostre migliori ricchezze. è per questo che uno dei primi atti del Governo sarà quello di nominare il Commissario unico per l’Expo, una grande occasione che non dobbiamo mancare. A questo fine nei prossimi giorni sarò a Milano a presentare il decreto per partire per l’ultimo miglio di questo evento strategico». Basta quindi con l’autocommiserazione. Infine, chiude con una citazione della Bibbia che serve a spiegare l’eccezionalità dell’alleanza che sorregge questo governo appena formatosi: «In questi giorni ho pensato al personaggio biblico di Davide. Come lui, con lui, siamo nella valle di Elah, in attesa di affrontare Golia. Nella valle delle nostre paure di fronte a sfide che appaiono gigantesche. Anche la sfida di metterci insieme per affrontarle. Come Davide in quella valle, dobbiamo spogliarci della spada e dell’armatura che in questi anni abbiamo indossato e che ora ci appesantirebbero».

Chiusura d’obbligo: «Il coraggio di affrontare la sfida liberandoci dell’armatura, forse lo abbiamo trovato. La fiducia è quella che chiediamo al Parlamento e agli italiani». Affinché tutti possano mettersi al servizio del Paese, per riformarlo e «non allungare l’agonia della Seconda repubblica». Insomma, rimarca nella replica che fornisce all’Aula al termine del dibattito, «questa sia le legislatura della Terza repubblica». Per fare tutto quello di cui ha parlato, Letta ha parlato di aver bisogno di almeno 18 mesi, quelli necessari alle riforme costituzionali. Ma l’abbrivio di oggi fa pensare all’ambizione di una più lunga durata.