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«Mafia Capitale», un'occasione storica per resettare tutto

Il sociologo Maurizio Fiasco sull'indagine che ha svelato i rapporti tra la criminalità, mondo degli affari e corruzione politica: «Non c'è solo l'aspetto bruto dell'interesse, c'è un compiacimento che deriva dal piacere perverso di appartenere ad un mondo parallelo. È la seduzione del male, della possibilità di porsi al di sopra delle regole, di potersi distaccare dai valori sociali ed etici».

Percorsi: Politica
Parole chiave: Roma (33)
Massimo Caminati (Foto Sir)

«Un'inchiesta ben coordinata e strutturata, che rappresenta una novità assolutamente inedita per Roma: un'occasione storica, per dare un taglio netto a quanto di peggio ha connotato il mondo romano». Il sociologo Maurizio Fiasco definisce così la maxi inchiesta denominata «Mondo di mezzo», che ha fatto emergere una «Mafia Capitale» e ha portato, finora, a 37 arresti, tra cui l'ex terrorista dei Nar, Massimo Carminati, sospettato di essere il capo della cosca, e a un centinaio di indagati, compreso l'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno. Non era mai accaduto nella storia della Repubblica, sostiene l'esperto, secondo il quale ora si può «cambiare pagina», a patto però di essere disposti a sovvertire totalmente le regole del gioco.

Come valuta l'inchiesta portata avanti dalla Procura di Roma?

«Direi che si tratta di una congiunzione provvidenziale, quale a Roma negli uffici giudiziari non si era mai verificata nella storia della Repubblica: abbiamo il miglior procuratore capo della Repubblica dal dopoguerra, Giuseppe Pignatone, uno dei migliori procuratori capo aggiunti, Michele Prestipino, e un sostituto come Paolo Ielo specializzato nei rapporti tra la criminalità, mondo degli affari e corruzione politica. I vari filoni dell'inchiesta non sono una novità assoluta: la novità assoluta è l'assemblaggio, che ha dato luogo ad un prisma dalle molte facce che sono state ricomposte quasi tutte, fino ad arrivare ad un'immagine quasi completa del fenomeno».

 È la commistione tra politica e criminalità, il tratto distintivo di «Mafia Capitale»?

«Più che di commistione, termine troppo ‘soft', parlerei di ‘impresa' a rete, dove ogni nodo è indipendente, ma è l'interazione che produce risultati, redistribuiti con vantaggi differenti a ciascuno. Il risultato è l'impunità, che rende questo fenomeno molto difficile da contrastare. Ben sei giudici romani, negli anni Ottanta, sono stati processati a Perugia per corruzione con la Banda della Magliana. Oggi abbiamo un'inchiesta organica, strutturata, dove i maggiori livelli di competenza contribuiscono a ricomporre l'unità giudiziaria: quella storica è stata già ricostruita».

 Massimo Carminati, l'ex terrorista sospettato di essere a capo della Cupola romana, ha teorizzato l'esistenza di un «mondo di mezzo», tra i «morti» e i «vivi» - da cui il nome dell'inchiesta - in cui «tutti si incontrano»…

«Questo conferma il paradigma criminologico: anche il più volgare criminale ha bisogno di un impianto narrativo. Per dare di sé una versione collettiva, si costruisce parte di una comunità di scellerati dai tratti cinici: non sono amorali, ma immorali. Non è che non abbiano una cognizione del disvalore, se ne compiacciono. Poi ci sono i gregari, che come nella camorra cutoliana hanno una ‘bustarella' mensile che garantisce loro una continuità di reddito, con un tariffario diverso a seconda delle prestazioni».

Ad uno stesso tavolo possono sedere un politico, un ecclesiastico, un avvocato, un banchiere, un imprenditore «virtuoso» e un mafioso: è questa la Roma delle «conventicole» che denunciava Sergio Castellitto nel film «Caterina va in città»?

«C'è anche un compiacimento estetico, da parte dei cosiddetti ‘colletti bianchi', della società perbenista: una sorta di piacere antropologico nell'entrare ‘in combine' con questo mondo, un supplemento di perversione nel frequentarlo. Non c'è solo l'aspetto bruto dell'interesse, c'è un compiacimento che deriva dal piacere perverso di appartenere ad un mondo parallelo. È come se sedendo a quel tavolo ciascuno dicesse: ‘io me lo posso permettere'. È la seduzione del male, della possibilità di porsi al di sopra delle regole, di potersi distaccare dai valori sociali ed etici. Esiste un ‘superomismo' che consiste nel violare la legge».

Il mondo cattolico, secondo lei, ha delle responsabilità in tutto questo?

«Non ho titoli per fare affermazioni di questo tipo, però posso dire che anche il mondo cattolico ha vissuto un forte conflitto, ma nello stesso tempo ha maggiore potenzialità per autoriformarsi. L'aggancio ad un campo di valori effettivi, anche se in alcuni periodi può venire oscurato, rappresenta comunque una possibilità di correzione che ad altri ambienti manca. Nel mondo ‘laico' l'autocorrezione non è andata avanti, anzi: si sono abbassate le braccia a tutti i livelli. Vicende come quella del giudice Ambrosoli, oggetto di una fiction che abbiamo appena visto, dimostrano che nelle vite di quegli uomini c'era un valore trascendente. Oggi, ciò che mi colpisce è che c'è una serenità nei dirigenti degli uffici giudiziari: e anche questo è un dato confortante».

Dall'inchiesta sulla Cupola romana si può, allora, cambiare pagina?

«Non solo a Roma, ma in tutta Italia la situazione è tornata grave e a livelli allarmanti, Tuttavia, non è che negli Anni Settanta fosse meglio: alcuni dei personaggi coinvolti nell'inchiesta di oggi erano implicati nella storia dei sequestri, a Roma si ammazzavano giudici, ragazzini, poliziotti, si progettava la strage di Bologna… Abbiamo avuto momenti tragici, momenti più difficili di questi: la risposta giudiziaria di quegli anni non bastò a fermare il degrado, tanto che quel mondo si è ricoagulato. Oggi c'è la possibilità di ‘resettare', di cambiare pagina. Per farlo, però, bisogna ritornare al merito, ai valori, ad una procedura di selezione della classe dirigente, ad un filtro nei confronti di chi fa politica, ad una pubblica amministrazione a cui si acceda tramite criteri oggettivi, ad imprese sane».

Fonte: Sir
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