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Meeting di Rimini: Guarnieri, «raccogliere l’entusiasmo e l’allegria dei giovani»

È stata presentata ieri la 36ª edizione del Meeting di Rimini, che si terrà dal 20 al 26 agosto. Per tema scelta una frase del poeta Mario Luzi. Alla conferenza stampa si è parlato molto di cristiani perseguitati nel mondo.

Emilia Guarnieri, presidente del Meeting di Rimini (Foto Sir)

«Il meeting vuole interpellare il cuore dell’uomo, e sceglie di farlo non seguendo la strada dall’analisi e della critica, ma quella dell’incontro e dell’amicizia. L’arte, la musica e la poesia sono espressioni cui il meeting di quest’anno porrà una particolare attenzione, perché rappresentano da sempre la testimonianza di quella mancanza interiore che vive nel cuore dell’uomo. Ma allo stesso tempo esprimono quel grido e quella scintilla di nostalgia capaci di suscitare il desiderio dall’eterno».

Così la presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli, Emilia Guarneri, ha presentato la trentaseiesima edizione del meeting di Rimini, che si terrà dal 20 al 26 agosto. Il titolo della manifestazione prende spunto quest’anno da un verso del poeta Mario Luzi («Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?»). «L’edizione di quest’anno - ha spiegato Guarnieri - punta a raccogliere l’entusiasmo e l’allegria dei giovani, che sono il vero motore del nostro Paese e ai quali dobbiamo lasciare in eredità i migliori valori cristiani».

La manifestazione, nata nel 1980 per promuovere l’amicizia fra i popoli, intende proporre una riflessione e un confronto aperto su temi culturali, religiosi e politici attraverso una serie d’incontri, dibattiti, mostre, eventi musicali, letterari, sportivi. Il programma di quest’anno prevede circa 100 convegni, 14 esposizioni, 10 spettacoli e più di 15 manifestazioni sportive.

«Bisogna avviare una riflessione importante sul fatto che oggigiorno le religioni fanno sempre più paura: hanno smesso di portare conforto e pace, vengono avvertite come una minaccia. È compito di noi uomini di Chiesa, allora, promuovere una pedagogia del vivere insieme, spiegando l’importanza della diversità e dell’accettazione dell’altro», ha detto il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, cardinale Jean-Louis Tauran, nel corso della conferenza stampa di presentazione della trentaseiesima edizione del meeting di Rimini. «In questo periodo di crisi - ha detto Tauran - si avverte un ritorno al sacro, ma ciò è dovuto più a un desiderio di conforto e sicurezza che a un vero amore per la religione. Così si spiega il diffuso affidamento alle sette e ai veggenti. Il rapporto dell’uomo con il divino sta assistendo a numerosi mutamenti, e il diffondersi dell’ateismo ne è una prova. A Rimini abbiamo un appuntamento non solo con Dio, ma anche con la storia - ha concluso il cardinale - per ritrovare le nostre radici sia culturali sia religiose».

Alla presentazione è intervenuto anche padre Imad Gargees, sacerdote di rito caldeo del Kurdistan iracheno e studioso di diritto canonico. Drammatica la sua testimonianza: «Ci sono più di 2 milioni di cristiani perseguitati nel Kurdistan, e con l’arrivo dello Stato islamico oltre 120mila persone che vivevano in Siria e Iraq sono state costrette a fuggire senza niente in mano, lasciando per sempre la propria casa e i propri beni».

Nato a Dohuk, città della regione curda trasformata dall’Isis in un immenso campo profughi, padre Gargees ha raccontato la sua esperienza all’interno della diocesi di Zakho, dove il rischio di dover abbandonare il Paese per salvarsi è ogni giorno più concreto. «L’esodo dei cristiani dall’Iraq e dal Medio Oriente è al centro delle preoccupazioni della Chiesa irachena - ha raccontato padre Gargees - ma se lasciamo l’Iraq saremo tagliati fuori per sempre dalle nostre origini e dalla nostra storia: eravamo più di un milione prima del conflitto del 2003 e ora siamo meno di 300mila. I cristiani rischiano di sparire dall’Iraq, come sono spariti gli ultimi ebrei negli anni Settanta». Gargees, secondo il quale la soluzione deve arrivare dalle autorità dei Paesi arabi che dovrebbero controllare capillarmente le moschee e i luoghi di culto, è convinto che l’Isis non sia destinato a durare. «Non credo - ha concluso - che il Califfato durerà molto tempo: i territori occupati verranno liberati, ma il post califfato sarà tutto da costruire».

Fonte: Sir
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